L’IMPORTANZA DEI BRONZI DI RIACE PER SIRACUSA

Con pervicacia e passione il collega Anselmo Madeddu e un gruppo di studiosi prevalentemente siracusani, da lui coinvolti, inseguono da tempo la tesi dell’origine siracusana dei Bronzi denominati di Riace.
Il 12 dicembre del 2025 il Teatro Comunale di Siracusa era gremito per ascoltare un gran numero di esperti di varia estrazione pronti ad esporre nuove prove scientifiche dell’ipotesi siciliana. La tesi è che i Bronzi fossero allocati in un luogo prestigioso della metropoli siracusana del quinto secolo avanti Cristo e che fossero appartenenti ad un gruppo più numeroso di statue di eccezionale fattura; che siano ispirati alla persona di Gelone, celebrandone le gesta eroiche e la grande capacità di stratega; che le terre di saldatura abbiano origine siracusane. Tutto arricchito dalle rivelazioni di tanti testimoni, o presunti tali.

Sembra che si inizino a vincere le resistenze della archeologia togata avviando un processo – che alcuni si augurano inarrestabile – di ricerca di prove inconfutabili della permanenza nella nostra Siracusa, in un’epoca che la vide essere la più ricca e popolosa del pianeta.

In assenza di competenze specifiche, non possiamo esprimere una valutazione fondata su un’ipotesi già sollevata cinquant’anni fa e che non ha mai visto (in futuro chissà) il riconoscimento ufficiale della archeologia mondiale. E ragionando secondo criteri generali sulla “siracusanità” dei bronzi anche ora sorprende la mancanza di entusiasmi del mondo dell’archeologia ufficiale.

Certamente alcune affermazioni, anche se non provate in maniera incontrovertibile, potrebbero essere accettate in quanto portatrici di evidenze logiche. Statue a duecento metri di metri dalla riva di Riace e a profondità inferiori ai dieci metri non potevano conservarsi integre per due millenni. È del tutto verosimile che siano state ritrovate a profondità elevate altrove, rubate e nascoste temporaneamente a Riace, per essere poi rivendute all’estero.

Ammesso che si possano portare vere prove incontrovertibili su questa permanenza a Siracusa, non possiamo pensare che l’accesso ai reperti provenienti dai restauri subìti dalle statue sia concesso a chiunque avanzi appartenenze territoriali. Né l’insistere sulla pubblicizzazione mediatica dell’ipotesi al di fuori dell’ambito scientifico potrà mai accertare ogni aspetto ulteriormente ipotizzato.

Scorgiamo tra l’altro un rischio nel ricorso non strettamente (rigorosamente) scientifico a discipline oggi veramente complesse e molto aperte alle nuove scoperte tecnologiche. Queste ultime hanno fatto danni enormi alla fama di simboli religiosi come la Sindone e a fondatissime credenze sulle reliquie di santi e sante come accaduto anche per il corpo della nostra patrona S. Lucia.

È solo un’opinione personale, ma precorrere i tempi con grande esposizione mediatica (e ritorno mediatico), con varie pubblicazioni su un’ipotesi che potrebbe essere vincente solo se sposata da tutto il consesso scientifico della vera archeologia, scienza ormai veramente multidisciplinare e avanzatissima, rischiare che le nuove tesi possano essere sconfessate dal progresso delle ricerche, potrebbe avere un effetto boomerang negativo. Gettare una luce sfavorevole su chi oggi accoglie ciò che si suppone forse senza aver ben ponderato e valutato ogni aspetto.

È forse lecito chiedersi se ci sia una certa indulgenza da parte di molti nel ‘cogliere l’attimo’ per una qualche particolare finalità, semmai anche per ridare smalto a una città bellissima e famosa come Siracusa precipitata, malgrado qualche boom turistico pregresso e ormai affievolito, in fondo alle classifiche della Qualità della vita 2025 del Sole 24 Ore. C’è un certo provincialismo in questa intempestiva rivendicazione. Ci serve sicuramente altro per fare il bene di questa città e c’è tanto da lavorare.
Ognuno per le competenze proprie. Questo è il nostro auspicio.

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