Raffineria sotto sequestro: il fallimento della Golden Power e l’imperativo della tutela del lavoro

La questione Isab è esplosa nella cronaca locale alla notizia del pignoramento delle quote della raffineria Isab di Priolo, detenute dalla cipriota Goi Energy, società di private equity, definizione che indica un investimento volto ad “acquisire partecipazioni in aziende non quotate in borsa, con l’obiettivo di migliorarne le performance e generare profitto nel medio-lungo termine” per poi, realizzato il guadagno, eventualmente uscirne “tramite la quotazione in borsa dell’azienda, la vendita della quota ad un altro investitore, o il riacquisto da parte degli imprenditori originari”.

L’acquisto della raffineria Isab – una delle raffinerie più grandi d’Italia e d’Europa, un migliaio di dipendenti e duemila posti di indotto nell’area di Siracusa, processa 350.000 barili di greggio al giorno, pari a un quinto della capacità di raffinazione italiana, e soddisfa il 20 per cento della domanda elettrica siciliana – dalla compagnia petrolifera russa Lukoil avviene nel 2023 quando le sanzioni sulla Russia hanno impedito a Isab sia di importare il petrolio russo (almeno nominalmente perché si sa che il petrolio russo è arrivato comunque nei porti italiani) sia di ottenere dalle banche il credito necessario ad acquistare greggi di altra provenienza, un’operazione approvata dal governo italiano tramite il cosiddetto golden power, uno strumento normato nel 2012 per “tutelare le aziende strategiche italiane da acquisizioni estere considerate rischiose e dare allo Stato strumenti di difesa flessibili per intervenire rapidamente in caso di operazioni che mettono a rischio la sicurezza o gli interessi nazionali”. Questo a livello teorico.

La Goi Energy avrebbe dovuto quindi comprare dalla Litasco, la società di trading svizzera (finanziaria) della compagnia russa Lukoil, azioni per 150 milioni di euro, acquisto che non sarebbe mai avvenuto: da qui il pignoramento delle quote azionarie di pari valore deciso dal Tribunale di Milano.

Una situazione complessa che genera preoccupazione nel mondo del lavoro più vicino a noi su cui abbiamo chiesto alcune valutazioni all’avvocato Corrado Giuliano.

Avvocato, proviamo a spiegare le cause degli attuali sviluppi della vicenda Isab?

Goi Energy è un fondo di Private Equity la cui capacità di gestione di un complesso industriale come Isab è stata immediatamente messa in dubbio. L’instabilità è stata amplificata dal conflitto interno con il colosso del commodity trading Trafigura. Aziende come Trafigura sono fondamentali per il finanziamento delle forniture di greggio e l’acquisto dei prodotti raffinati. Un conflitto interno o una rottura nelle linee di credito con un attore chiave del trading erode la capacità di ISAB di assicurarsi il greggio, minando direttamente il flusso di cassa necessario per onorare i debiti preesistenti, incluso quello di Litasco. La crisi finanziaria si configura, quindi, come una debolezza strutturale del nuovo assetto proprietario, scelto e approvato dallo Stato.

La vulnerabilità attuale di Isab è quindi a mio avviso il risultato della fragilità finanziaria di GOI Energy e delle manovre strategiche di Litasco. Il debito di 150 milioni di euro è una passività significativa, presumibilmente derivante da forniture di greggio o servizi logistici ma l’azione di pignoramento da parte di Litasco non è un’azione casuale di recupero, bensì una chiara continuazione strategica dell’influenza di Lukoil. L’ex proprietario, attraverso il suo trading arm, sta tentando di mantenere una leva finanziaria sull’asset o di forzare una vendita coatta, aggirando di fatto lo spirito delle sanzioni e della Golden Power.

Avvocato, il golden power del governo italiano dovrebbe mettere al sicuro i livelli occupazionali a Priolo e così si affrettano a garantire chi è più vicino al governo Meloni. È d’accordo?

L’origine del fallimento legale di oggi risale alla definizione delle condizioni imposte durante la cessione di Isab a Goi Energy, approvata in via condizionata nell’aprile 2023. Il decreto-legge 187/2022 fu emanato con l’obiettivo specifico di proteggere gli asset strategici in un contesto di crisi energetica post-sanzioni e di gestire l’uscita di Lukoil. Il Governo si avvalse della sua vasta discrezionalità per approvare la cessione, concentrandosi sull’allontanamento formale dell’influenza russa. Tuttavia, l’applicazione di un potere così ampio non è stata accompagnata da una prudenza finanziaria adeguata.

Che io sappia non sono mai state rese pubbliche le condizioni sottoscritte e oggi l’azione di pignoramento, promossa dalla Litasco, attore legato all’ex proprietario russo, dimostra che la protezione strategica offerta dallo Stato era superficiale e non si estendeva alla sfera finanziaria e commerciale. Il problema fondamentale è che la scelta del Governo è stata orientata alla rimozione del rischio politico (l’uscita di Lukoil) piuttosto che alla stabilizzazione del rischio industriale a lungo termine. La stabilità di un’infrastruttura critica è stata sacrificata alla rapidità di cessione, lasciando la forza lavoro esposta alle conseguenze di contenziosi commerciali che avrebbero dovuto essere risolti o garantiti prima del trasferimento di proprietà.

Lo strumento della Golden Power è stato ampliato negli anni, soprattutto dopo gli shock geopolitici che caratterizzano quest’ultimo quinquennio, conferendo certamente al Governo un’ampia discrezionalità per imporre condizioni o veti sulle acquisizioni in settori strategici ma la sua natura giuridica si concentra principalmente sulla tutela degli interessi pubblici durante la fase di acquisto o di controllo societario. Per cui il paradosso di Priolo risiede nel fatto che il Governo ha imposto condizioni sulla governance e sull’approvvigionamento, ma non ha previsto la subordinazione legale, la garanzia pubblica o l’estinzione del debito commerciale critico verso Litasco. La Golden Power si è dimostrata così inefficace a gestire il rischio finanziario ereditato, permettendo al creditore di utilizzare il diritto commerciale ordinario per scavalcare la direttiva politica.

Cosa avrebbe dovuto fare il Governo?

L’omissione cruciale del Governo è stata la mancata imposizione, come condizione di Golden Power, dell’estinzione o della garanzia statale del debito commerciale verso Litasco. Questa omissione ha permesso a Lukoil/Litasco di trasformare la loro posizione di proprietari in quella di creditori strategici destabilizzanti. La sentenza del Tribunale di Milano è la diretta conseguenza di questa lacuna. Poiché la Golden Power non aveva imposto alcuna clausola di subordinazione del debito all’interesse nazionale con forza di legge, il Tribunale non aveva altra scelta che riconoscere la prevalenza dei diritti del creditore Litasco, garantiti dal Codice di Procedura Civile, sul generico interesse strategico non sufficientemente tutelato sul piano finanziario.

Inoltre questa vicenda stabilisce un pericoloso precedente: gli attori geopolitici o gli ex proprietari possono utilizzare sofisticate leve finanziarie commerciali per aggirare le direttive politiche e destabilizzare gli asset strategici che il Governo ha dichiarato formalmente protetti. Se il debito fosse stato esplicitamente subordinato o garantito dallo Stato durante la fase di cessione, il Tribunale non avrebbe potuto autorizzare il pignoramento. La mancanza di una tale clausola dimostra una negligenza strategica nell’uso dello strumento di tutela nazionale, dove l’urgenza politica ha prevalso sulla prudenza finanziaria.

Una condanna dura delle scelte politiche dunque.

Ritengo che l’incapacità di proteggere Isab impone una critica politica severa, evidenziando come la gestione della crisi sia stata dominata dalla retorica piuttosto che dalla prudenza strategica. Durante l’iter parlamentare del decreto, il Governo ha mantenuto un atteggiamento di chiusura, resistendo alla richiesta dei parlamentari di discutere apertamente l’evoluzione della cessione, descritta come “così delicata”. Questa opacità ha impedito un controllo democratico e ha facilitato l’imposizione di condizioni insufficienti da parte della Golden Power. L’esclusione del Parlamento ha permesso al Governo di procedere in fretta, sacrificando la robustezza delle garanzie finanziarie. Le dichiarazioni di “salvaguardia” da parte del Governo sono state infatti smentite dai fatti: la crisi è stata gestita come si trattasse di una questione di immagine, rimuovendo formalmente Lukoil, ma fallendo nell’onere di stabilizzare l’asset. Ripeto: la funzione della Golden Power è stata ridotta a un esercizio di rimozione del rischio politico, lasciando che il rischio industriale e occupazionale ricadesse interamente sulla sfera privata e speculativa.

E ora? Quali potrebbero essere le risposte efficaci in questo momento? Ce ne sono?

In questo scenario di crisi acuta, l’unica risposta efficace deve essere ancora l’intervento pubblico ma questa volta risolutivo. È essenziale mobilitare immediatamente strumenti finanziari pubblici, come quelli offerti da Cassa Depositi e Prestiti, per stabilizzare la situazione, accompagnati da una riforma legislativa che renda la tutela del lavoro e la gestione del debito elementi centrali della Golden Power. Non si tratta di un’opzione ideologica, ma di un imperativo di sicurezza nazionale e a tutela dei lavoratori. L’attuale crisi impone un ripensamento radicale e l’adozione di un piano di intervento che ponga la tutela del lavoro e la stabilità industriale al di sopra degli interessi di mercato. Il Governo ha sbagliato nel volersi affidare ciecamente alla soluzione del Private Equity per principio, ignorando la possibilità, e l’urgenza, di adottare un modello di pianificazione industriale co-gestito o finanziariamente garantito dallo Stato, utilizzando strumenti come la CDP. Questa preferenza ideologica per il mercato privato, anche in presenza di un asset di rilevanza strategica vitale, ha esposto i lavoratori e l’infrastruttura alla speculazione finanziaria, è sotto gli occhi di tutti. Il risultato è che lo Stato ha fallito nel suo ruolo di garante finale, permettendo che una raffineria chiave in Sicilia diventasse un oggetto di scontro finanziario vulnerabile al leverage di Litasco.

Ora, per neutralizzare immediatamente la minaccia di pignoramento e garantire la continuità operativa di Isab, lo Stato deve agire con decisione, utilizzando gli strumenti di cui già dispone. È necessario che il Governo dia quindi mandato a Cassa Depositi e Prestiti di utilizzare le sue capacità di fornire garanzie e controgaranzie. CDP deve intervenire per coprire o subordinare il debito Litasco, rimuovendo così la base legale su cui si fonda il pignoramento. Come ho detto, tale azione deve essere giustificata come un intervento di sicurezza nazionale ed occupazionale, superando qualsiasi dogma del libero mercato.

Parallelamente, si deve negoziare un’operazione Debt-for-Equity che converta il debito residuo o la garanzia statale in partecipazione azionaria pubblica. Ottenere una quota di controllo strategico tramite CDP è l’unico modo per assicurare una gestione industriale a lungo termine e sottrarre definitivamente l’asset alle logiche speculative.

Ovviamente anche la legge dovrebbe essere modificata per evitare il ripetersi di scenari come quello di Priolo. Si potrebbe pensare a una modifica normativa che espanda esplicitamente il campo di applicazione della Golden Power per includere l’autorità legale di imporre una moratoria sul debito o la subordinazione di specifiche passività finanziarie quando le azioni creditorie minacciano la continuità operativa essenziale o, in modo specifico, i livelli occupazionali. La stabilità occupazionale deve essere elevata a criterio inderogabile di sicurezza nazionale, garantendo che se il rischio finanziario minaccia l’occupazione, scatti l’immunità statale. La tutela del lavoro non può essere demandata alla buona volontà del management.

È altresì essenziale istituire per legge la presenza di rappresentanti sindacali nel Consiglio di Amministrazione di ISAB. I lavoratori devono avere accesso trasparente ai dati finanziari e la possibilità di influenzare le decisioni strategiche (approvvigionamento, gestione del debito). Questo meccanismo di co-gestione garantirebbe che la forza lavoro, come parte fondamentale dell’asset strategico, sia co-responsabile del destino industriale, assicurando che la logica occupazionale prevalga su quella speculativa.

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