Pubblichiamo l’intervento del prof. FRANZO BRUNO nell’ambito dell’incontro svoltosi il 30 settembre presso la Libreria Neapolis “Le Radici della Crisi Politica, se ne può uscire e come?”
L’incontro, che è stato molto partecipato, ha offerto vari spunti di riflessione e ha stimolato l’esigenza di un confronto ulteriore. Gli interventi dei relatori hanno suscitato molto interesse e abbiamo ritenuto di offrire maggiore risalto pubblicandoli a cominciare da quello di Franzo Bruno.
La crisi della politica può essere letta sotto aspetti diversi: crisi della sua capacità di mettere “in forma” la società, di creare istituzioni, norme, di indicare indirizzi e prospettive (e questo per il prepotere di altre dimensioni, principalmente economia e tecnoscienza, spesso fuse insieme); crisi della partecipazione, manifesta nel crollo incrementale dell’affluenza al voto e della militanza; crisi degli attori politici, dei partiti in primo luogo, evidente nel loro deperimento e nella riduzione ai rispettivi leader.
Questi fenomeni sono venuti a maturazione nei termini attuali in un ciclo storico segnato dalla globalizzazione e da quella che ne è stata l’ideologia di riferimento, cioè il neoliberismo. La prima è stata spesso presentata, negli anni della sua massima diffusione, come un fenomeno quasi “naturale”, che “accadeva” e non poteva non accadere in quel modo. In realtà, se gli sviluppi tecnici che hanno fatto da propellente della globalizzazione erano, quelli sì, inarrestabili, la globalizzazione nel suo complesso, nelle sue caratteristiche e nelle sue conseguenze, è stato un processo orientato e plasmato dalle grandi forze economiche, che hanno difeso ed espanso i loro interessi. E queste stesse forze, con i loro agenti politici, hanno fornito alla nuova epoca la sua ideologia (proclamando al contempo la fine di ogni ideologia), sintetizzata dall’acronimo TINA.
Governare la società ha perciò significato, in questo contesto, adattarne le strutture in modo da renderle docili all’ordine (che si pretendeva) spontaneo del mercato; e le forze politiche di destra e di sinistra si sono acconciate a questa direttiva rendendosi reciprocamente indistinguibili; come dimostra il fatto che quando la politica “non ce la faceva”, lasciava spazio a governi “tecnici” (diretti da grand commis dell’economia) sostenuti da quasi tutti i partiti e da ambedue gli schieramenti.
In un quadro del genere, è evidente che la politica non poteva che deperire: laddove la competizione fra distinte visioni del mondo viene meno, e si tratta solo di introdurre variazioni marginali su un tema già deciso altrove e irrevocabilmente, è chiaro che l’interesse, la motivazione, il gusto per la politica appassiscono. Viene meno, cioè, il futuro come prospettiva non già segnata ma da costruire, e con esso la politica come competizione fra diverse idee di evoluzione e assetto della società.
Oggi però possiamo scorgere segnali importanti di un passaggio di fase: le molte crisi intervenute hanno delegittimato la narrazione neoliberista, evidenziando i guasti prodotti in campo ambientale, sociale, economico, geopolitico; e questo ha finalmente consentito di tornare a nominare la matrice sistemica di tali disfunzioni, a lungo innominabile e intoccabile: il capitalismo, dalle cui logiche e dai cui meccanismi di funzionamento molti dei problemi attuali derivano.
In questo tornante, in cui non sono più in gioco soltanto prospettive diverse di futuro, ma la stessa possibilità che un futuro ci sia per le nuove generazioni, proprio da queste si intravede forse uno spiraglio di nuova consapevolezza e protagonismo: le piazze per Gaza dei giorni scorsi parlano di una volontà di riprendere l’iniziativa anche senza la guida dei soggetti politici “istituzionali”, che hanno compreso poco e male la mobilitazione che stava montando, e sulla quale potrebbe essere possibile investire politicamente per un ritorno di partecipazione attiva non occasionale
Come si incrocia tutto ciò con la questione del civismo? Il civismo può sicuramente essere una risorsa importante per incanalare la disponibilità all’impegno di singoli e settori sociali; avendo tuttavia la consapevolezza che esso è esposto a rischi importanti: intanto che si riveli, come non di rado è accaduto, un serbatoio di trasformismo, che converta l’estraneità dichiarata per le affiliazioni politiche generali in disponibilità “onnilaterale” a venire reclutati da qualunque parte politica strutturata; in secondo luogo, la pretesa di considerare l’ ”Amministrazione” estranea a opzioni politiche generali. Può esser vero che “riempire le buche stradali” non è né di destra né di sinistra; ma decidere come articolare il bilancio per calibrare le diverse voci di spesa, e quindi da dove attingere e quali capitoli ridimensionare per impinguarne altri è una decisione politica, così come decidere dove cominciare con gli interventi, se dai quartieri “bene” o dalle periferie disagiate. In generale, un civismo che si accontenti di proclamare la sua equidistante lontananza dalle opzioni politiche generali, e che non innervi la sua azione di ispirazioni valoriali e politiche complessive, rischia di isterilire le sue potenzialità e di spegnersi in una routine asfittica.
Anche qui, insomma, siamo difronte alla esigenza di raccordare globale e locale, ispirazione ideale e agire concreto, attenzione al mondo e cura delle prossimità.

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