Capo Pachino: il de profundis per un sito lasciato alla speculazione ‘turistica’

Ci sono convegni ‘distopici’. Che appaiono tali perché anomali rispetto a un contesto che indica una direzione della realtà diametralmente opposta a ciò che, in queste occasioni, si mira a far conoscere e valorizzare.

L’incontro del 5 e 6 settembre scorso – “Il Capo Pachino Crocevia del Mediterraneo dalla preistoria alle nuove fondazioni” – organizzato dal Gruppo Archeologico Capo Pachino con la collaborazione delle funzionarie dell’unità archeologica della Soprintendenza è stato, a nostro avviso, uno di questi.

Che studiosi e appassionati di cultura locale abbiano avuto modo di “incontrarsi e di confrontarsi su un unico tema conduttore: lo studio del Capo Pachino nel tempo, alla ricerca e definizione dei fattori umani e ambientali che hanno creato un paesaggio unico al mondo” suona come un de profundis se si considera ciò che sta accadendo nella realtà.

Studiosi e appassionati si sono soffermati anche solo per un attimo sullo stravolgimento dei luoghi in atto, sul progetto di trasformare la tonnara di Portopalo in una struttura ricettiva (110 stanze, bar, ristorante, centro benessere, piscine e solarium) e gli edifici sull’isolotto di Portopalo, previo un cambio di destinazione d’uso, in un resort di lusso (18 suite e ristorante), a causa dell’acquiescenza di molti agli interessi privati?

Già sul litorale siracusano di Riviera Dionisio il Grande abbiamo dimenticato e consentito una sostanziale privatizzazione degli scogli Quadarella caratterizzati dalle vasche circolari dove veniva prodotto il garum e così progressivamente vedremo sparire possibili altre tracce dei centri di lavorazione del tonno sul litorale di Portopalo come quelli oggetto di studio con nuovi scavi nel 2019 da un team di studiosi italiani e spagnoli, progetto archeologico internazionale che ha ricevuto il Premio Nazionale Più a Sud di Tunisi: “quattro anni di indagini sulle oltre 60 vasche di lavorazione ritrovate e studiate con un nuovo approccio multidisciplinare”.

   

Anafi 1.8.2

Italiani e Spagnoli uniti da siti simmetrici: a quello della città romana di Baelo Claudia a Cadice (nei pressi dello Stretto di Gibilterra) corrisponde infatti quello di Portopalo, stesse caratteristiche produttive testimoniate dai ritrovamenti di ‘archeologia industriale’ tra cui le vasche squadrate, “gigantesche cetariae”, per la lavorazione del tonno che, una volta tranciato e salato, veniva spedito nell’area del Mediterraneo, frammenti di vasellame utilizzati per il consumo di liquidi, reperti di anfore e strumenti di lavorazione.

https://www.archaeoreporter.com/it/2021/09/25/allorigine-delle-tonnare-siciliane-il-progetto-archeologico-internazionale-archeofish-tra-garum-e-salsamenta/

Portopalo di Capo Passero, proprio grazie alla sua posizione strategica nel Mediterraneo, dall’epoca ellenistica alla tarda antichità è stato un sito di fondamentale importanza per il passaggio dei tonni e, quindi per la loro lavorazione, una delle principali risorse economiche della Sicilia orientale. Le tracce di questa attività hanno già rischiato di essere fagocitate dalle costruzioni lasciate nascere addirittura sulla battigia come testimoniano le foto dei luoghi, ma ora la ‘speculazione turistica’ rischia di cancellare tutto.

https://youtu.be/JtJaixlP8jo https://youtu.be/_DcfAoJ9HjU i video a questi link permettono di vedere direttamente come costruzioni moderne abbiano quasi del tutto coperto un patrimonio archeologico di grande valore. Com’è possibile ancora oggi pensare di consentire altra devastazione?

La Soprintendenza di Siracusa avrebbe già rilasciato il nulla–osta paesaggistico con solo alcune prescrizioni ma è difficile immaginare come sia possibile rispettare i vincoli cogenti del Piano Paesaggistico e insieme riuscire a trasformare gli antichi edifici in moderni alberghi/resort.

La tonnara, così come l’isola di Capo Passero, è sottoposta a un regime di tutela massimo (livello 3) in quanto nei 300 mt dalla battigia e le misure prescritte sono quelle di conservare la morfologia della costa e non realizzare opere e/o manufatti costieri che alterino in qualsiasi modo “la fisionomia del processo erosione-trasporto-deposito di cui sono protagoniste le acque e le correnti marine”; di preservare il patrimonio naturale attraverso interventi di “manutenzione e rinaturalizzazione delle formazioni vegetali al fine di potenziare biodiversità e valori naturali”; di eliminare i detrattori (e non di realizzarli!) e riqualificare nel rispetto del paesaggio il tessuto edilizio esistente. Qualsiasi struttura realizzabile (come chioschi e lidi) deve essere amovibile e a carattere stagionale e non è consentita alcuna trasformazione urbanistica del territorio, compresa l’apertura di nuove strade o movimenti di terra.

Andrebbe anche ricordato che la legge regionale del 1976 vieta nuove costruzioni entro i 150 mt dalla battigia per cui i volumi (eventualmente) da ricostruire devono essere sottoposti al vaglio del Consiglio regionale urbanistica e non dal solo Comune.

Qualsiasi autorizzazione sia stata rilasciata dalla Soprintendenza andrebbe revocata in autotutela e, come già scritto, avviata la richiesta di prelazione da parte della Regione.

Ipotizzare che manchino le risorse per questa finalità, alla luce egli sprechi e delle prebende denunciati quasi quotidianamente, è impossibile.

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