Depuratore IAS: il fallimento istituzionale che nessuno vuole vedere

Nel cuore del polo industriale più delicato e strategico della Sicilia si consuma, da anni, una vicenda che definire kafkiana è un eufemismo. Il depuratore consortile IAS, impianto cardine dell’area industriale siracusana, nato per trattare i reflui delle grandi aziende del petrolchimico, è oggi il simbolo di una gestione pubblica disordinata, opaca e irresponsabile. E il silenzio che lo avvolge è assordante.

Il recente articolo di Salvo Baio ha riportato alla luce un tema cruciale, confermando, attraverso fonti attendibili e documentate, una sequenza di eventi che ruotano attorno alla procedura di rinnovo dell’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA), concessa dalla Regione Siciliana nel luglio 2022 e tutt’oggi inspiegabilmente non adottata in modo definitivo.

Il punto più controverso riguarda il cambio di destinazione funzionale del depuratore: da impianto industriale a civile, formalizzato dalla Regione nel 2024 senza alcuna motivazione pubblica chiara né confronto con gli attori del territorio. Questo passaggio, che stravolge la natura originaria dell’impianto, appare in netto contrasto con le evidenze tecniche disponibili.

Infatti, sia il parere istruttorio della Commissione Tecnica Specialistica (CTS) sia le perizie condotte nell’ambito dell’incidente probatorio confermano la possibilità di adeguare l’impianto per garantire una piena efficienza nella depurazione dei reflui industriali. Interventi come la filtrazione — essenziale per rispettare i limiti sui solidi sospesi e la flottazione raccomandata dalle Migliori Tecniche Disponibili (BAT) per il pretrattamento nella raffinazione di petrolio e gas, sono tecnicamente realizzabili e già previsti con altri interventi nelle prescrizioni dell’AIA del 2022.

La decisione regionale di orientare l’impianto verso l’utenza civile, in assenza di un piano industriale e ambientale coerente, rischia di compromettere la funzione strategica del depuratore, generando incertezza sulla sua sostenibilità economica e operativa.

Scarichi diretti nella rada di Augusta: un impatto ambientale sottovalutato

Ancora più grave è il peggioramento delle condizioni del corpo ricettore, la rada di Augusta, causato dalla progressiva adozione di impianti autonomi da parte delle industrie con scarichi diretti che modificano la configurazione storica dello smaltimento dei reflui: si passa da un sistema con scarico al largo, con condotta sottomarina di allontanamento più sicuro e meno impattante a scarichi diretti nella rada, che possono diventano scarichi di emergenza in caso di disservizi.

Questa nuova configurazione espone la rada a un ulteriore rischio ambientale. L’assenza di un monitoraggio sistemico e di una strategia di mitigazione rende la situazione ancora più preoccupante.

Un impianto sequestrato che continua a operare

Nonostante il sequestro dell’impianto da parte dell’autorità giudiziaria per disastro ambientale aggravato, risalente a tre anni fa, il depuratore consortile ha continuato, e continua, a operare regolarmente. Questo paradosso evidenzia una grave carenza di responsabilità pubblica. La Regione, in quanto proprietaria dell’impianto, ha l’obbligo giuridico e morale di garantirne la conformità ambientale secondo la normativa vigente. Il silenzio istituzionale e politico che ne è seguito è inquietante.

L’alternanza tra concessione, sospensione, revoca e proroga dell’AIA, senza comunicazioni chiare, è il sintomo evidente di una burocrazia disfunzionale. L’assenza di una posizione netta da parte della Regione e degli attori locali, sindaci e sindacati inclusi, rappresenta un grave segnale di debolezza democratica.

La scelta di delegare la depurazione direttamente alle industrie, senza una strategia chiara sul futuro dell’impianto consortile, rischia di generare più problemi di quanti se ne vogliano risolvere, compromettendo la tutela ambientale. Inoltre, la chiusura dell’IAS e la conseguente perdita di posti di lavoro vengono affrontate con una leggerezza che lascia interdetti.

Questa storia è emblematica di come ambiente, lavoro e legalità possano essere sacrificati sull’altare della confusione e dell’ambiguità istituzionale. Il depuratore IAS non è solo un impianto tecnico: è un nodo strategico per l’equilibrio tra sviluppo industriale e sostenibilità. E oggi, quel nodo sembra sciolto nel silenzio.

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