Per la serie “certi scrittori siciliani”, dirò, questa volta, del saggio intitolato “Dei nobiluomini errabondi” recentemente pubblicato da Mila Caldarella per Morrone Editore.
Mila Caldarella, linguista in inglese e francese, traduttrice e cultrice di Storia medievale e moderna, con quest’opera non facile, ci porta nel suo mondo di docente di letteratura straniera e, specificamente, ci intrattiene con la letteratura odeporica inglese e francese, insomma il Grand Tour.
Ma, attenzione, in questo libro non si parla del Grand Tour nel modo più ovvio che siamo abituati a frequentare, cioè dalla nostra prospettiva di abitanti del Belpaese, con il nostro sentire autoagiografico, un registro che tiriamo puntualmente fuori dal cassetto, quando ci serve gratificarci con la ricchezza dei siti UNESCO, essenzialmente per copertura di più prosaiche speculazioni turistiche sulle spalle di quei medesimi siti.
Qui decisamente non si parla del Grand Tour visto da noi. Infatti, nel saggio della Caldarella, l’operazione storico-letteraria è inversa: l’Autrice sceglie di raccontare e indagare le origini e le ragioni del Grand Tour nel ‘600 inglese e nel ‘700 francese, riportando, in uno schema ragionato, i pensieri e le motivazioni pubblicate da quei viaggiatori. Niente di più. Eppure, del Grand Tour parteciparono anche Tedeschi, Polacchi, Olandesi, Spagnoli e tanti altri viaggiatori europei, ma in quelle pagine di Inglesi e Francesi di secoli fa e nei relativi fermenti di conoscenza ed esplorazione culturale che esse mostrano, vedi comporsi sempre più nitidamente il disegno dell’Europa e della sua cultura comune, poiché Inglesi e Francesi perseguivano, sia pure diversamente, uno scopo preciso, nazionale ed avevano un metodo.
Sul piano della struttura “Dei nobiluomini errabondi”, per quanto sia interamente fondato sulla figura centrale dei gentiluomini in viaggio, tuttavia è volutamente (e correttamente, a mio modo di vedere) ripartito in una prima parte dedicata agli Inglesi e in una seconda parte destinata ai Francesi. Perché?
L’Inghilterra del ‘600, ben descritta dall’Autrice, alla sua maniera secca, è un Reame che, in Europa, continua a beneficiare dei successi politici e militari dell’era elisabettiana, la potente Monarchia spagnola è stata ridimensionata, con la Francia vige un periodo di pace e l’Inghilterra sta costruendo il suo impero coloniale che, col tempo, si estenderà a tutti i continenti. Tuttavia lo Stato, per quanto dinamico e rispettato in politica estera, continua a soffrire divisioni, rivolte e complotti nella propria dinamica interna, che perdurano fin dai tempi della nascita della Chiesa Anglicana, per lo scisma di Re Enrico VIII dalla Chiesa Cattolica di Roma e le conseguenti tensioni religiose tra anglicani, cattolici e protestanti, trasferitesi sui ceti aristocratici e anche popolari, con il seguito di congiure vere o inventate e tanto lavoro per il boia, chiamato a far rotolare anche molte teste illustri, tra cui la cattolica Regina di Scozia Maria Stuarda, madre di Giacomo I Stuart che, risparmiato per non aver difeso troppo la madre, appunto, sale al trono nel 1603, alla morte di Elisabetta. Nonostante i suoi limiti personali e caratteriali, e i problemi col Parlamento, Re Giacomo I Stuart, in un ventennio seppe interpretare con una certa efficacia e modernità il modello inglese di sovrano assoluto, che in fondo dichiarò nel suo Trattato “Basilikon Doron” in tre libri, indirizzato al figlio maggiore Henry, un vero manuale per diventare un perfetto monarca assoluto. La sua passione per il collezionismo d’arte (prevalentemente sacra), poi proseguita dalla Corona inglese anche dopo la sua morte, ne fece un mecenate che si aprì all’Europa, favorendo gli scambi con Francia, Spagna e Italia e incentivando i viaggiatori inglesi, tra questi anche esponenti del clero cattolico, a visitare le corti italiane, in primo luogo quella papale, in tal modo moltiplicando le collezioni d’arte e ottenendo il pragmatico risultato di attenuare le tensioni religiose tra puritanesimo anglicano e chiesa cattolica e, soprattutto, rimediare alle campagne diffamatorie protestanti del tempo elisabettiano, nei confronti dell’Italia e della Roma capitale del Cattolicesimo. Insomma, con il ‘600 e il regno di Giacomo I, si moltiplicano i viaggiatori, laici e clerici, commerciali e culturali e, di conseguenza, fiorisce la letteratura di viaggio.
… come quel Sole che ha viaggiato nel mondo questi cinquemila anni dispari, non unicamente illuminando quei posti che visita, ma anche arricchendoli con ogni tipo di frutti e metalli, così il Nobiluomo viaggiando a lungo, ha illuminato la sua conoscenza con raffinate nozioni, e ritorna a casa come un Sole glorioso, e non solo brilla splendente nel firmamento del suo Paese, la casa del Parlamento, ma anche benedice i suoi inferiori con le possenti influenze del suo spirito sapiente … (da The Voyage of Italy).
Da questo momento, la prima parte del libro di Caldarella offre una carrellata di autori che scrivono del viaggio, dal più famoso intellettuale del tempo, Sir Francis Bacon che nel 1625 pubblica il saggio breve “Of travel”, a James Howell (“Instructions for Forreine Travel”, 1642) ed altri, fino a “The Voyage of Italy” di Richard Lassels prete cattolico e precettore di nobili rampolli. Il saggio di Caldarella si sofferma a lungo su “The Voyage of Italy” pubblicato postumo nel 1670 a Parigi da parte dell’amico Simon Wilson. E altrettanto si sofferma sulla figura di Richard Lassels, prete cattolico romano e scrittore di viaggi, colui a cui si deve il conio dell’espressione “Gran Tour” e figura di riferimento della materia, forte dei suoi cinque viaggi in Italia centrosettentrionale, istituendo, oltre al Gran Tour, anche il “Petit Tour” che prevedeva un viaggio solo in Italia, con esclusione di altri paesi europei, fatta eccezione per una visita specifica a Parigi.
L’impostazione inglese di chi scrive “istruzioni per il viaggio” per i nobili rampolli, resta comunque, per grandi linee, sempre radicata nell’esigenza di dettare una metodologia di apprendimento e una forma mentis: liberarsi delle proprie comode abitudini di aristocratico, adattarsi ai disagi e alle realtà sociali dei luoghi, imparare bene la lingua dei territori visitati e, nello specifico, trascorrere in Italia gli anni più giovanili per l’apprendimento umanistico, culturale, artistico, poi spostarsi nei paesi germanofoni e infine concludere la preparazione in Francia, per perfezionare la scherma, la danza, il modo di muoversi, di porgere, di vestire, insomma l’etichetta del raffinato aristocratico. Questa fu in sintesi la storia e la ragione del viaggio inglese e della letteratura che ne esplicitò i canoni: formare la nuova classe aristocratica dirigente del nascente impero coloniale, abituandola a stare a proprio agio in qualsiasi paese straniero, come nei salotti aristocratici della Madrepatria, naturalmente un percorso tutto inscritto nelle coordinate tipicamente inglesi dell’empirismo, dell’individualismo, del saper accumulare e gestire patrimoni. Visti i risultati per l’Inghilterra dei due secoli successivi, è da concludere che, nel ‘600, Re Giacomo I Stuart e i suoi intellettuali avevano visto giusto e lungo.
Naturalmente il Grand Tour non era solo questo ascetico e intellettuale percorso formativo che viene riportato nei manoscritti ufficiali, nei resoconti di viaggio, nelle corrispondenze con la famiglia, ma fu anche l’occasione per eccessi frivoli del cibo, del bere, del gioco d’azzardo e della più sfrenata lascivia sessuale, piaceri materiali che i giovani nobili non potevano facilmente permettersi a casa propria. Sul tema se ne tratta nel libro di Attilio Brilli “Storie segrete del viaggio in Italia” (Il Mulino), ma anche nel saggio di Caldarella il tema non viene sottaciuto e l’Autrice riporta ampi stralci nelle inequivoche parole di deplorazione di Richard Lassels, ben informato delle circostanze.
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I viaggiatori francesi del ‘700 ebbero il merito di svelare all’Europa, in modo sistematico, anche l’Italia meridionale e soprattutto la Sicilia, un’Isola magica e misteriosa, fuori dal tempo (in tutte le accezioni, purtroppo).
L’approccio dei Francesi al Grand Tour non è esattamente quello inglese. Le ragioni del viaggio non erano direttamente quelle formative del giovane rampollo. Quali erano allora queste ragioni? In Francia la Monarchia assoluta, già nel ‘600 aveva istituito l’Accademia di Francia che sovrintendeva sulla Lingua, l’Accademia Reale delle Scienze, l’Accademia reale di pittura e scultura, ed altre Accademie Reali, come quella di Musica e quella di Architettura. La politica nazionale fu quella di fare della Francia il faro europeo della Cultura in tutte le declinazione. A ciò si aggiungano i fermenti scientifici, filosofici e letterari della Parigi dei Lumi, dei salotti letterari, il Caffè, il ruolo determinante di intellettuali del calibro di Voltaire, Rousseau, Diderot e infine la pubblicazione dell’Enciclopèdie. Questo atteggiamento del governo centrale nel perseguimento dell’egemonia culturale francese non mutò neppure con la Rivoluzione, né l’avvento della Repubblica, poi dell’Impero e infine neppure con la Restaurazione: tutte le Istituzioni regie dell’ancien régime cambiarono il nome, ma mai la missione. In questo contesto politico i viaggiatori francesi, più che aristocratici con valletti al seguito, sono certamente dei gentiluomini dotati di mezzi economici, sostenuti dal loro governo e forniti di adeguate lettere di raccomandazione, ma si caratterizzano soprattutto come filosofi, artisti, architetti, letterati. Esplorano ammirati le vestigia delle antiche civiltà italiane, dispongono di mappe di prim’ordine predisposte dai cartografi delle Accademie parigine, realizzano incisioni, disegni e dipinti dei luoghi che visitano, riportano oggetti antichi e infine pubblicano tutto in Francia, arricchendone il Patrimonio culturale e indirettamente lasciando anche a noi testimonianze preziose di come si presentava il nostro Patrimonio archeologico nel ‘700.

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