Dopo decenni di dibattiti, promesse e progetti rimasti incompiuti, il 6 agosto 2025 il CIPESS (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica e lo Sviluppo Sostenibile) ha approvato in via definitiva il progetto relativo al Ponte sullo Stretto di Messina. Come riportato dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, l’intervento, articolato in tre fasi operative, ha inizio stimato già a fine 2025, mentre la conclusione dei lavori è prevista entro il 2032.
Tuttavia, il Ponte sullo Stretto non rappresenta l’unica opera di rilevante portata relativa all’anno in corso. Sono infatti in fase di completamento i lavori che riguardano gli impianti di dissalazione collocati a Trapani e Gela, mentre quello di Porto Empedocle è già entrato in funzione nei primi giorni di agosto. A questi due interventi infrastrutturali di primaria importanza si affianca un terzo progetto, non ancora definitivamente approvato, ma da tempo al centro del dibattito politico regionale e nazionale: il rigassificatore.
I tre progetti vengono presentati, nell’immaginario dell’attuale classe politica, come interventi da considerarsi «necessari». Rimane lecito domandarsi in che misura tale necessità sia effettiva. Da un lato, di fronte alla crisi idrica che attanaglia la Sicilia e alla più vasta crisi energetica, le opere dei dissalatori e del rigassificatore appaiono indubbiamente funzionali a colmare carenze strutturali e contingenti. Dall’altro, se si guarda ai principi cardine della teoria economica neoliberale, anche il Ponte sullo Stretto assume una presunta valenza di necessità, giustificata dalla prospettiva di generare occupazione e di favorire una maggiore efficienza nei trasporti e nella logistica. Di fronte a questo sintetico sommario, emerge con chiarezza il limite intrinseco della logica che sostiene la realizzazione delle tre opere: essa appare vincolata alle dinamiche della crescita economica e alla centralità della visione lavorista della società contemporanea.
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Sorge dunque il quesito su quanto tali decisioni, di natura eminentemente tecnocratica, siano realmente compatibili anche con l’espressione autonoma e volontaria dei cittadini. Inoltre, rispetto ai dissalatori e al rigassificatore, occorre interrogarsi su come e in quale misura essi possano essere effettivamente inquadrati in una prospettiva di transizione ecologica radicale e autentica. Dando precedenza all’ultimo interrogativo, occorre sottolineare come tanto i dissalatori quanto il rigassificatore rappresentino meri interventi tampone all’interno di un sistema per essenza strutturalmente anti-ecologista. Si tratta di soluzioni che, sorrette da dinamiche politiche spesso viziate da logiche populiste, non fanno altro che rinviare l’urgenza di una risposta ecologica autentica, con il rischio di rendere gli effetti della crisi sempre più devastanti e irreversibili. Nel contesto neoliberale, infatti, la natura viene trasformata driver del valore capace di adattarsi alle logiche di accumulazione del profitto, perdendo la sua originaria funzione di limite esterno: da un lato come capacità di assorbire gli scarti della produzione, dall’altro come riserva da cui attingere risorse. In questo scenario le scelte politiche non si orientano verso una trasformazione verde e radicale, bensì si riducono unicamente in investimenti indirizzati verso la costruzione di tecno-infrastrutture il cui obiettivo principale è ottimizzare l’assorbimento dei danni ecologici, in modo da non intaccare le cause profonde di tale crisi ecologica, le quali sono invece intrinseche nella necessità economica di crescere.
Da qui, in merito alla causa regionale, emergono le domande centrali: dove affonda realmente le radici la crisi idrica siciliana? È evidente che la risposta non possa essere rintracciata nella costruzione dei dissalatori. Allo stesso modo ci si deve chiedere quale visione politica-energetica possa legittimare la realizzazione di un impianto come il rigassificatore che compromette ulteriormente il territorio e rafforza la dipendenza dalle fonti fossili invece di promuovere una strategia fondata sull’energia verde unita a un generale minor spreco?
Dando spazio, invece, al primo interrogativo posto in precedenza, si mette in risalto la situazione surreale dell’opera del Ponte sullo Stretto. Tale questione ha spaccato di netto l’opinione pubblica, ma una cosa rimane certa: altro non si tratta che di una scelta tecnocratica che supera il volere democratico dei cittadini, così, dunque, come anche il loro valore. Senza lasciarsi cadere in luoghi comuni, appare comunque evidente come un’opera di tale portata non risponda alle reali necessità regionali, né tantomeno a quelle delle comunità locali. Tralasciando il dibattito sui vantaggi e svantaggi del progetto, già affrontati da diversi soggetti in diversi spazi d’opinione, occorre soffermarsi sul prevalere della scelta tecnica di un Ministero rispetto alle necessità e ai reali bisogni, come già analizzato, delle realtà regionali o comunitarie. In una regione segnata dall’esodo dei giovani, gravemente colpita dalla crisi idrica, dotata di infrastrutture essenziali in condizioni deplorevoli e precarie, il «progetto-sogno» del Ponte sullo Stretto va letto innanzitutto come un abuso di potere sul valore democratico di una comunità a determinare quali bisogni e come soddisfarli.

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