Il nuovo ospedale di Siracusa ha in comune con la Cardiochirurgia pediatrica di Taormina uno degli “sbarramenti” previsti dall’ormai famoso decreto dell’ex ministro alla Salute, Balduzzi. Si tratta del vincolo di cinque milioni di abitanti per ogni Unità di Cardiochirurgia pediatrica.
Tenuto conto della sua popolazione (circa 4 milioni e 800 mila abitanti) la Sicilia può avere una sola Cardiochirurgia pediatrica; invece ne ha due, una a Palermo, gestita in convenzione col San Donato di Milano, e una a Taormina, gestita in convenzione con il Bambino Gesù di Roma. Quest’ultima, essendo “di troppo“, deve chiudere. Data ultima, il 31 dicembre 2025. Da qui la sacrosanta protesta dei genitori dei bambini cardiopatici in cura presso la struttura taorminese, che è di prim’ordine.
Come abbiamo detto tante altre volte, la carenza di popolazione impedisce l’attribuzione del secondo livello al nuovo ospedale siracusano il quale, sempre secondo il DM Balduzzi, è privo del requisito richiesto di almeno 600 mila abitanti come bacino d’utenza. Il “caso Taormina” è diverso dal “caso Siracusa”, ma per risolverli viene ipotizzata la stessa soluzione che, in definitiva, consiste nella deroga al DM Balduzzi, extrema ratio.
Sia per la Cardiochirurgia pediatrica che per il nostro nuovo ospedale, la strategia che si sta seguendo è quella della cosiddetta “eccezione insulare” di cui ha dato notizia nei giorni scorsi il senatore del Pd, Antonio Nicita.
Spieghiamo di che si tratta. Nicita ha presentato alla Commissione bicamerale per il “Contrasto agli svantaggi per l’insularità“, di cui fa parte, un’interrogazione con l’obiettivo di apportare una temporanea deroga al DM Balduzzi in modo da superare l’ostacolo dei 600 mila abitanti per il nuovo ospedale di Siracusa e quello di cinque milioni per la Cardiochirurgia di Taormina. Compito della commissione, istituita con legge costituzionale del dicembre 2022, è quello di rimuovere gli ostacoli che provocano situazioni di svantaggio per le popolazioni che vivono nelle isole. La sanità è uno degli ambiti più significativi in cui si verificano situazioni di svantaggio per gli isolani.
Tornando al “caso Taormina” la soluzione a cui starebbero lavorando i tecnici della Giunta Schifani è quella di integrare le strutture della cardiochirurgia pediatrica nel reparto di cardiochirurgia dell’ospedale Papardo di Messina, previa rimodulazione mirata del piano ospedaliero. Per il nuovo ospedale di Siracusa non si ha notizia delle modifiche alla rete ospedaliera che saranno proposte per rendere possibile la nascita in Sicilia dell’ottavo ospedale di secondo livello. L’orientamento della commissione bicamerale sembrerebbe favorevole a concedere sia per Taormina che per Siracusa le necessarie deroghe. Ce lo auguriamo tutti.
C’è una domanda a cui prima o poi la politica dovrà dare una risposta credibile: è proprio così svantaggiata la nostra isola quanto a numero di strutture ospedaliere di secondo livello o è la governance il problema? Da una ricerca empirica limitata ai soli ospedali di secondo livello, risulta che la Sicilia, assieme alla Toscana e al Piemonte, è la regione con più ospedali di secondo livello (sette) d’Italia, fatta eccezione per la Lombardia che ne ha 13 ma con più del doppio di abitanti (4 milioni e 814 mila abitanti la Sicilia, poco più di 10 milioni la Lombardia).
Il Veneto ha gli stessi abitanti della Sicilia ma ha solo 3 ospedali di secondo livello, più altri 2 presìdi collegati a strutture universitarie che possono essere considerati di secondo livello. Funziona meglio la sanità veneta o quella siciliana?
Il Lazio ha quasi un milione di abitanti in più della Sicilia, ma ha 5 ospedali di secondo livello. L’Emilia Romagna, dove la sanità funziona bene, ha 4 ospedali di secondo livello ma, come avviene nel Veneto, nella Lombardia, nella Toscana, nel Lazio, nella stessa Sicilia e in altre regioni, alla rete ospedaliera delle aziende sanitarie si affiancano gli istituti di ricovero e cura di carattere scientifico e i policlinici universitari.
Dunque, non sono i livelli attribuiti all’ospedale o il loro numero che garantiscono la buona assistenza, che dipende dalle sinergie sistemiche, dalla qualità degli operatori, dalle nuove tecnologie, dal ruolo di filtro della medicina territoriale, dalla diffusione della sanità privata, eccetera. Forse gli svantaggi da contrastare in Sicilia, più che alla sua insularità, sono legati al modo con cui sono amministrate le Asp e al sistema spartitorio con cui vengono scelti i manager della sanità.

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