Sulla bozza di rimodulazione della rete ospedaliera siracusana sono piovute critiche da tutte le parti: dai sindaci, dai partiti, dai sindacati, dai parlamentari regionali e nazionali, da esperti della sanità.
In effetti la bozza fa acqua da tutte le parti e, se venisse approvata così come proposta dal governo regionale, metterebbe in crisi il normale funzionamento dei cinque ospedali della nostra provincia.
Dico subito che condivido l’iniziativa del deputato del M5S, Scerra, e del senatore del Pd, Nicita, di sottoporre all’attenzione del governo nazionale e della commissione parlamentare per il “Contrasto degli svantaggi derivanti dall’insularità” la delicata questione dei tagli di numerosi posti letto. La condivido perché in materia di riorganizzazione ospedaliera vigono vincoli e standard derivanti dalla legislazione nazionale e da atti amministrativi del governo dai quali non si può prescindere, uno su tutti il DM numero 70 del 2015 adottato dall’allora ministro alla Salute, Balduzzi. Dipende proprio dal rispetto dei requisiti previsti da questo decreto l’attribuzione o meno del Dea di secondo livello al nuovo ospedale.
Per inquadrare correttamente il problema è bene premettere che con un decreto regionale del gennaio del 2019 furono istituiti quattro bacini di utenza: Catania, Caltanissetta (con Agrigento e Enna), Messina e Palermo. Le province di Siracusa e Ragusa (e i loro abitanti) furono aggregate al bacino etneo; con questa operazione Catania, sommando le popolazioni delle tre province (un milione e 800 mila abitanti), riuscì a ottenere tre ospedali con Dea (dipartimento emergenza e accettazione) di secondo livello. Ricordo che ai sensi del DM Balduzzi per riconoscere il secondo livello ospedaliero è necessario un bacino d’utenza di almeno 600mila abitanti per ogni ospedale.
Quando il senatore Nicita dice a proposito del Dea di secondo livello che “non risulta ancora formalizzata l’autorizzazione definitiva, né sono state rese pubbliche le tappe reali del cronoprogramma” dice una cosa sacrosanta, ma questa autorizzazione non può essere data perché la provincia di Siracusa non ha il requisito richiesto dal DM Balduzzi ( 600mila abitanti). Tant’è vero che per sbloccare il finanziamento di 124 milioni il ministero della Salute ha chiesto alla Regione siciliana l’adozione di un atto che attesti formalmente il rispetto del DM Balduzzi. Non risulta che questo atto sia stato adottato e aggiungo sommessamente che non può essere legittimamente adottato per mancanza del requisito richiesto. Ripeto fino allo sfinimento che la popolazione di Siracusa è stata inglobata nel bacino di Catania e pertanto il requisito minimo di 600 mila abitanti il nuovo ospedale non potrà averlo mai e poi mai. A meno che, con un azzardo giuridico, non venga modificato il DM Balduzzi. Gli amici dell’Osservatorio civico hanno incontrato personalmente nei mesi scorsi l’ex ministro Balduzzi e gli hanno chiesto se alla luce della normativa vigente e dei dati di fatto al nuovo ospedale può essere attribuito il secondo livello. La sua risposta è stata netta: no.
Nell’interpellanza parlamentare, Scerra ha opportunamente evidenziato, tra l’altro, le ripercussioni negative che avrebbero i tagli dei posti letto previsti dalla bozza del governo regionale sulla qualità dell’assistenza per le popolazioni di Augusta e Lentini. Ma poi, per un eccesso di generosità nei confronti dei lentinesi, si è fatto prendere la mano e ha rimarcato “l’assenza grave e incomprensibile del riconoscimento del Dea di primo livello per Lentini“. In linea di principio nulla quaestio, però bisogna fare i conti con la normativa vigente. Per essere di primo livello un ospedale “deve servire una popolazione compresa tra 150 mila e 300 mila abitanti“. Inoltre deve essere dotato delle seguenti specialità: pronto soccorso, medicina, chirurgia, ortopedia, anestesia, laboratorio analisi, emoteca, ostetricia e ginecologia, pediatria, cardiologia con unità coronarica, neurologia, psichiatria, oncologia, oculistica, otorinolaringoiatria, urologia. Esistono questi requisiti? Calza a pennello l’espressione latina “nomina sunt consequentia rerum“, i nomi, nel nostro caso il livello degli ospedali, sono conseguenza delle cose, cioè del numero di abitanti e delle specialità di cui è dotato l’ospedale. Con l’aria che tira, già sarebbe un buon risultato non perdere posti letto e servizi sanitari essenziali. Primum vivere.

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