Sbarcadero Santa Lucia. ‘Gabbie’ sugli scogli, sicurezza e … paesaggio

Avrebbero quindi trovato una spiegazione i lavori che qualche giorno fa avevano suscitato indignazione e proteste: l’installazione di una lunga e pesantissima lastra di ferro con rete sui frangiflutti davanti al solarium da qualche giorno installato. Questo sembrava infatti che si stesse realizzando perché in realtà i lavori, immediatamente sospesi, non sono stati più ripresi. Strano, se invece erano stati autorizzati!

Questa la nota pubblicata su Siracusa Oggi.

I lavori per una recinzione sugli scogli dello Sbarcadero Santa Lucia sono stati richiesti dalla Capitaneria di Porto di Siracusa” su segnalazione del suo braccio operativo, la Guardia Costiera, che già l’8 luglio con una nota inviata al Comune di Siracusa ed alla società che gestisce il vicino resort” ne aveva segnalato la necessità “a seguito di una ricognizione costiera effettuata presso la località in argomento”.

Cosa avevano evidenziato i controlli? Che “le opere di transennamento previste dall’Ordinanza di interdizione n° 184/2018 (…) risultano versare in condizioni di vetustà e precarietà, e non del tutto idonee ad impedire efficacemente il transito nella zona vietata; inoltre costituiscono, in alcune parti, un potenziale nocumento per la collettività”. Da qui l’invito a Comune e società di porre in essere “ogni idonea misura finalizzata al ripristino/manutenzione/completamento delle strutture interdittive in parola, alla eliminazione dei possibili pericoli, e ad installare idonea segnaletica monitoria, al fine di prevenire potenziali pericoli per la pubblica incolumità pubblica e la sicurezza urbana”.

Ma anche se l’iniziativa proviene da un’amministrazione pubblica come il Comune di Siracusa, la necessità di autorizzazioni e il rispetto delle normative non solo non cambiano, ma si fanno ancora più stringenti. Da un ente pubblico ci si aspetta un iter rigoroso e trasparente, con un controllo pubblico e mediatico elevato. Se il Comune dovesse davvero realizzare un’opera così invasiva, si troverebbe di fronte a un processo autorizzativo estremamente complesso, ostacoli normativi quasi insormontabili e un’altissima probabilità di incontrare fortissime resistenze da parte dei cittadini. La vita umana e l’integrità del nostro prezioso litorale non possono essere messe in discussione da soluzioni che, anziché tutelare, generano nuovi e gravi pericolicommenta Giorgio Nanì La Terra che elenca meticolosamente i passaggi che l’iter avrebbe richiesto (a chiusura dell’articolo).

E qual era il contenuto dell’ordinanza del 2018? Veniva interdetto sia quello che viene definitomolettoperché i massi si presentavano “sconnessi tra loro e alcuni inclinati verso il mare”, sia “l’antistante specchio acqueo per 5 mt intorno al fine di garantire la salvaguardia della pubblica incolumità e prevenire il verificarsi di danni a persone e/o cose”.

Un’ordinanza interessante perché, leggendola, si viene a sapere in primo luogo che l’obbligo di “realizzare una recinzione del moletto in parola al fine di impedire l’accesso allo stesso” risale addirittura al maggio del lontanissimo 2003 ed era rivolto solo alla Società L’UNAquale ditta concessionaria della limitrofa area demaniale marittima rilasciata per la realizzazione di uno stabilimento balneare nelle more di un’eventuale demolizione d’Ufficio”.

In secondo luogo che, nel 2018, nonostante la ‘decorrenza immediata’ dell’ordinanza, non solo non erano state portate a termine tutte le opere ma, senza che nessuno eccepisse alcunché, una parte dell’area interdetta era stata occupata dalle cabine dello stabilimento.

In terzo luogo che nel 2025, qualche giorno fa, si sarebbe deciso di completare le opere ‘recintando’ il frangiflutto (ma dove? sopra gli scogli?) ma non di provvedere alle “condizioni di vetustà e precarietà” delle opere di transennamento “non del tutto idonee ad impedire efficacemente il transito nella zona vietata e di potenziale nocumento per la collettività”, così come di non affrontare e risolvere la contraddizione di una zona vietata per 5 mt tutt’intorno che però fa ‘ormai’ parte integrante dello stabilimento balneare.

Quindi se tutto è interdetto dal 2003 come si sono dati i permessi (se sono stati dati) anche per costruire le cabine del lido? E come son potuti entrare gli operai l’altro giorno a lavorare? Il Comune avrebbe quindi consentito una illegalità – osserva Giorgio Nanì La Terra -. Personalmente ritengo poi che il progetto in discussione sia in contrasto con le normative vigenti perché determinerebbe un gravissimo e inaccettabile pericolo per la sicurezza di chiunque si trovi in difficoltà in acqua. I frangiflutti, naturali punti di appoggio e rifugio, verrebbero trasformati in una trappola mortale. Le implicazioni in termini di sicurezza sarebbero drammatiche, soprattutto in condizioni di emergenza. Immaginiamo una piccola barca sorpresa dal mare agitato, spinta verso la costa. Se l’equipaggio o i passeggeri tentassero di raggiungere i frangiflutti per mettersi in salvo, si troverebbero di fronte a un ostacolo insormontabile. Quella che dovrebbe essere una via di salvezza diventerebbe una barriera invalicabile, condannando chi è in difficoltà. Così un nuotatore, un subacqueo o un surfista, colto da un malore improvviso, un crampo o difficoltà dovute a correnti insidiose, che cercasse nei frangiflutti l’unica opportunità per uscire dall’acqua, si vedrebbe negata ogni via di scampo con esiti potenzialmente fatali.

Sono certo che sia possibile individuare qualcosa di meno pericoloso per interdire il ‘moletto’. Per quanto mi risulta, le leggi che regolano la sicurezza in mare e la gestione del demanio marittimo pongono al centro la libera e gratuita accessibilità delle coste per ragioni di pubblica incolumità. Qualsiasi opera che impedisca o ostacoli la via di fuga dal mare è in diretta violazione di principi fondamentali e potenzialmente di leggi specifiche a tutela della vita umana in mare. La sicurezza della navigazione e delle persone è una priorità assoluta e la possibilità di accedere alla terraferma in caso di emergenza è un requisito non negoziabile. Com’è possibile che sia proprio la Capitaneria a indicare soluzioni come quelle di cui si parla?

 

Un’opera di tale portata, dice La terra, richiederebbe:

Progetto Esecutivo Dettagliato: Redatto da tecnici qualificati, con calcoli strutturali e valutazione approfondita dell’impatto ambientale.

Approvazione Consiliare: Una delibera del Consiglio Comunale con relativo stanziamento di fondi.

Valutazione di Incidenza Ambientale (VIA) o Strategica (VAS): Fondamentali data l’invasività dell’opera sul paesaggio, l’ecosistema marino e la fruizione pubblica.

Concessione Demaniale Marittima: Anche un Comune deve ottenerla per occupare il demanio.

Autorizzazione Paesaggistica: Essenziale in un contesto di pregio come Siracusa (Ortigia, la costa), con probabili difficoltà di ottenimento senza forti giustificazioni e impatto minimo.

Pareri di Enti Superiori: Richiesti da Soprintendenza, Capitaneria, ARPAM e altri enti di tutela.

Compatibilità con il Piano di Utilizzo del Demanio Marittimo (PUDM): L’opera dovrebbe rientrare o essere compatibile con il PUDM di Siracusa, cosa assai improbabile per una chiusura così massiccia.

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