L’eredità di Ettore Randazzo: quando la memoria si vendica sul tempo

C’è stato un momento, durante l’incontro di ieri al Siracusa International Institute, in cui il tempo si è sospeso. Non era più il 24 giugno 2025, non eravamo più semplicemente riuniti per commemorare Ettore Randazzo: eravamo entrati in quella dimensione particolare che solo il presente ‘ricordato’ sa creare, dove il passato è una categoria che non ci appartiene.

La moderatrice Laura Valvo ha saputo orchestrare le voci di chi ha conosciuto Ettore. Ci è stato restituito non un ritratto  ma l’ uomo vivo, presente,  di chi lo ha amato.

Elisabetta, la moglie, con la sua brillante, elegantissima  commossa lode alla vita ci ha mostrato l’Ettore che sapeva abbracciare l’esistenza nella sua pienezza, senza mai rinunciare alla passione per il vivere. Elisabetta Guidi avvocata anche lei non ha avuto cadute, ha continuato a guardare avanti accompagnata dalla forza di energia che Ettore le ha consegnato in una vita di affetti e di condivisione.

Marcello, il fratello, evocando “Il pieghevole dei sogni“, ha fatto emergere quella dimensione di intimità familiare che spesso si cela dietro le figure pubbliche, restituendoci l’Ettore custode della memoria affettiva, scrittore dei legami più profondi mescolati al ritmo identitario di quella Ortigia vissuta . Marcello avvocato si è sottratto alle sue virtù schive ed è andato a fondo delle incertezze esistenziali di Ettore. Un intervento di forte carica emotiva.

I figli, Tommaso e Lucia, hanno saputo cogliere aspetti essenziali: l’originalità di un padre che riusciva a essere contemporaneamente scrittore e genitore senza che l’una dimensione tradisse l’altra, e quella “forza tranquilla” dell’avvocato che sa essere rigoroso senza durezza, determinato senza aggressività.
L’ironia educatrice di Ettore, che Tommaso ci ha raccontato, nelle sue costruzioni di retorica della battuta secca e tagliente assistita da composta inosservanza delle auctoritates linguistiche. La carica della passione per l’Avvocatura che Lucia  figlia avvocata, brillante appassionata e di successo ha assorbito, della quale è testimonianza di futuro e di qualità professionale, un precipitato di convinta e vissuta scelta di vita professionale.

Bruno Leone, avvocato, ha evocato  momenti di tensione processuale condivisa, restituendoci con una qualità fortemente evocatrice l’immagine del collega dell’amico, che sapeva costruire alleanze professionali fondate sulla stima reciproca e sulla comune ricerca della giustizia. Bruno anche lui non si è fermato al passato, ha restituito il presente della passione irresistibile della difesa e della toga per i diritti dell’uomo anche nelle condizioni di suo massimo degrado criminoso.

Il magistrato Michele Consiglio, grande affabulatore, ha saputo raccontare quelle esperienze condivise nelle emergenze delle reciproche funzioni, illuminando la figura di un professionista che navigava con saggezza anche nei momenti più delicati del rapporto tra avvocatura e magistratura. Da magistrato di intelligenza acume ed umanità è riuscito come sempre a farsi trascinare dalla sua vis costruttrice di passione trasferita.

Quello che è emerso con forza da questi interventi è il ritratto di un uomo che ha incarnato un modello di intellettuale nella sua completezza e nella sua dimensione umana e concreta impastata nel secolo e nelle grandi questioni della giustizia lontana dalla stretta legalità.

Ettore Randazzo non era semplicemente un avvocato che scriveva o uno scrittore che faceva l’avvocato: era qualcosa di più raro e prezioso, un uomo che aveva saputo fare della propria esistenza un’opera d’arte coerente, dove ogni ruolo – avvocato, scrittore, padre, marito, fratello, amico, collega – era vissuto con intensità e autenticità, senza mai tradire gli altri.

I suoi libri – “L’avvocato e la verità“, “La giustizia nonostante“, “E forse una condanna al silenzio“, “Il pieghevole dei sogni“, etc.  testimoniano di questa ricerca costante di senso, di questa capacità di non separare mai la tecnica giuridica dalla riflessione umana.

In un’epoca di specializzazioni estreme, Ettore ci ricorda che è possibile essere competenti senza essere aridi, rigorosi senza essere inumani.

La commemorazione di ieri non è stata quindi solo un atto di memoria, ma una riflessione su che tipo di professionisti e di intellettuali vogliamo essere. Ettore Randazzo ci ha lasciato un’eredità preziosa: la dimostrazione che si può essere contemporaneamente uomini di legge e uomini di lettere, che la giustizia ha bisogno non solo di tecnica ma anche di sensibilità, che la professione più alta è quella che non dimentica mai di essere, prima di tutto, profondamente umana.

In quella sala, attraverso le parole di chi lo ha conosciuto e amato, Ettore è stato presente. E forse è questo il vero miracolo della memoria: non conservare il passato, ma renderlo eterno.

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