Angeli in biblioteca, un foglio di carta su cui scrivere una nuova storia di piazza Duomo

Alcuni mesi fa ho assistito ad una azione teatrale, Angeli in biblioteca su un testo di Ranier Maria Rilke, nei locali dell’aula di scenografia dell’edifico Ducrot dei cantieri culturali della Zisa, per la regia di Claudio Collovà e la scenografia di Antonella Conte, che è stata molto coinvolgente.

L’apparato scenografico era realizzato dagli allievi del corso della stessa Conte. Un pavimento formato da fogli di carta, spiegazzati ed incollati su un piano orizzontale, formava la superficie su cui si svolgeva l’azione. Quel materiale e quella soluzione mi hanno fatto ripensare alla pavimentazione di piazza del duomo a Siracusa. Scrivemmo allora che avevamo steso un foglio di carta su cui si sarebbe potuto scrivere una nuova storia della piazza; non per coprire ma per conservarne la storia. Oggi, ripensandoci, mi rendo conto che non di un foglio si trattava ma di infiniti fogli, rappresentati ciascuno da una basola in pietra, su cui era scritta, non visibile ma percepibile, una storia, una delle tante tra quelle che la piazza, l’acropoli e la terra di Ortigia continuano a raccontarci.

Due diverse esigenze portarono a quel progetto: da un lato la possibilità di esplorare compiutamente gli strati più antichi del luogo, conservatisi nonostante le asportazioni succedutesi nel tempo; da un altro la volontà di creare un palcoscenico adeguato alla rappresentazione della scena barocca dei palazzi che si affacciano sul vuoto della piazza del Duomo. E, come tutti i palcoscenici, libero da ingombri, formato da basole tutte eguali, allineate secondo la pendenza del declivio scenico, una superficie formata da elementi modulari, parallelamente disposti e secondo le quote dettate dai basamenti degli edifici.

Poi, come tutti i progetti urbani, venne lo sviluppo esecutivo, la scelta del materiale e della lavorazione, opera soprattutto di Aldo Spataro e di Calogero Rizzuto, ma anche le polemiche e, dopo l’interruzione di un progetto di recupero urbano complesso. Allora qualcuno lamentava la scelta di rendere libero lo spazio della piazza, altri chiedeva l’immediata attuazione di ogni cosa desiderabile. Già dal 1987 la Soprintendenza aveva avviato interventi nel comparto: il portico federiciano nel secondo cortile dell’arcivescovato era stato restaurato e riconsegnato alla fruizione da un intervento condotto da P.A. Pavone. Nel 1994 si pose mano al rifacimento degli intonaci dello stesso arcivescovato, intonaci ancora oggi presenti e ad una illuminazione moderna dell’interno della cattedrale che permisero la riscoperta del soffitto ligneo. Si recuperò lo spazio del complesso di Montevergini e, estendendo un poco l’attività, si scavò anche nei cortili dell’ospedale delle cinque piaghe, e vennero alla luce le prime testimonianze della transizione dell’insediamento nell’isola, con capanne circolari affiancate dalle prime a mura ortogonali, testimonianza del primo insediamento ellenico che si sovrapponeva a quello preesistente. Montevergini è rimasto da allora lo spazio espositivo della città e si avvia ad una nuova esperienza di racconto della storia. La chiesa di S. Lucia alla Badia è stata a lungo sede di una sconsiderata esposizione del dipinto di Caravaggio. Palazzo Francica Nava ha visto succedersi numerose attività e interventi di recupero del decoro esterno. A Palazzo Beneventano del Bosco, “ricetto dei cavalieri di Malta”, è stato cancellato lo sfregio che era stato portato alle sue murature da una disgraziata bomba alleata nell’aprile del 1943. Palazzo Borgia del Casale ha mantenuto il suo carattere di residenza privata. Nell’edificio della casa della citta, palazzo intitolato ai Vermexio che ne furono gli autori, si è finalmente riaperto lo spazio in cui sono custoditi i reperti e parte del basamento dell’Arthemision, mentre una parte di esso è contenuta in un nuovo volume, progettato con una tesi di laurea fortunata e poi adattato a nuove esigenze, anche se al posto della sfortunata chiesa medievale di San Sebastianello. Più di recente sono stati eseguiti interventi di restauro all’interno della stessa cattedrale, ad opera dell’architetto M. Muti. Nell’arcivescovato sono stati restaurati alcuni ambienti retrostanti un complesso e intricato palinsesto facente parte di un complesso di età federiciana, un loggiato, una tratto di muro ed alcuni ambienti inglobati nelle moderne architetture, testimoniato da un documento tardo che afferma che “federicus sibi fecit duas chamaras cum cochina” , esattamente le tracce ritrovate nelle antiche murature, compreso il fuoco della cucina.

Ma l’esplorazione archeologica non poté completarsi soprattutto nella parte in aderenza alle mura del tempio di Atena e lungo la via Minerva, pur avendo portato alla scoperta del primo edificio sacro ellenico di Ortigia, del suo recinto e del Botros dei sacrifici accanto ad esso. I sotterranei della piazza, tra il giardino dell’arcivescovato e il lungo mare sul porto grande sono rimasti accessibili solo in parte, mentre l’antico edificio della soprintendenza voluta da Paolo Orsi per onorare la città, si è trasformato in un edificio per uffici pubblici, della stessa soprintendenza. Il volume della biblioteca Alagoniana sfregia ancora il giardino di agrumi che si affaccia come splendida terrazza sulla piazza e resta inaccessibile. Negli anni della pavimentazione si ero posto mano, da parte dell’architetto Vincenzo Cabianca, e con la nostra collaborazione, ad un ambizioso progetto che avrebbe dovuto ripristinare i collegamenti tra il lungo mare e gli spazi della piazza, il giardino dell’arcivescovato e gli stessi locali dell’edificio voluto dall’Orsi, in cui erano venuti alla luce ampi spazi interrati, che conservavano tracce e strutture delle mura elleniche sul porto grande. Progetto che nasceva dall’esigenza di restituire alla piazza un museo, poiché quello archeologico era spostato nelle nuove strutture collocate sotto le balze di Akradina, nella villa Landolina e a fronte dell’emergente cono del santuario della madonna delle lacrime. Nel vecchio edificio, pensava Cabianca d’accordo con Giuseppe Voza, allora soprintendente, avrebbe potuto trovare posto il monetiere e un museo archimedeo sfruttando l’enorme altezza delle sale del vecchio museo e gli splendidi affacci sulla piazza e sul mare. Si pensava anche alla ricollocazione della Alagoniana nei più discreti e preesistenti volumi del cinema posto nell’angolo sud-est del giardino, al recupero integrale delle fabbriche del convento di Montevergini e dell’ospedale delle cinque piaghe e all’ampliamento del museo di palazzo Bellomo. Si sono fatte invece scelte più modeste, il monetiere è collocato in uno spazio sotterraneo del nuovo museo archeologico, il palazzo della Soprintendenza sarà destinato ad uffici, gli altri edifici e complessi sono ancora abbandonati, del percorso tra la marina e la piazza restano gli spazi ma inutilizzati, fontana Aretusa è nuovamente fruibile ma il piccolo acquario mediterraneo è distrutto e il bastione resta un volume inesplorato benché si sappia che è solo riempito delle terre e degli sfabbricidi delle demolizioni belliche, nascondendo così la sala a quattro crociere, che ne costituiva l’ambiente principale. Ma almeno la pavimentazione in pietra bianca, uniforme e regolare si è estesa allo spazio di Via Minerva, pur con un trattamento delle superfici più meccanico e certamente non somigliante a quel leggero ondularsi dovuto al processo di sabbiatura che rispetta le durezze e alla cristallizzazione a caldo che rende la superficie simile a quella del palcoscenico di “angeli in biblioteca”, simile a migliaia di pagine scritte, ma da cui, purtroppo, il tempo e, forse, la smemoratezza degli uomini, ha cancellato il testo.

Ho riletto testi e documenti dei giorni in cui più acceso era il dibattito sull’intervento sulla piazza: gli elementi di cui ancora oggi mi dolgo ci sono tutti e i contrasti appaiono oggi spesso dettati più da bisogno di visibilità che da reali problemi sollevati. Vincenzo Liistro, allora docente a Roma di composizione, lamentava che non si fossero coinvolti nel progetto di sistemazione della piazza proprio tutti gli elementi prima ricordati. Paolo Giansiracusa sosteneva posizioni fortemente conservatrici affermando che non si sarebbero dovute togliere né le banchine stradali né le alberature con oleandri. Ma dopo la conclusione dei lavori la battuta di qualcuno rendeva giustizia delle scelte fatte: “più grande sembra!” ovviamente senza banchine, alberelli e, soprattutto, automobili!

Forse allora l’entusiasmo dell’avvio della sistemazione della piazza, dei rinvenimenti archeologici e di una fortunata coincidenza di persone illuminate alla guida delle istituzioni interagenti, il professor Marco Fatuzzo, sindaco, Monsignor Giuseppe Costanzo, Arcivescovo, il Professor Giuseppe Voza, Soprintendente ai beni culturali e ambientali, fece sperare che i progetti pensati e avviati potessero trovare continuità. Non trovò continuità la guida della amministrazione comunale e da lì a poco anche la Soprintendenza di Siracusa fu coinvolta in quel processo d’indebolimento politico che ha coinvolto tutte le strutture della tutela e della valorizzazione in Sicilia. Persino il progetto di illuminazione è andato avanti a smozzichi e si sono preferite operazioni semi mediatiche come la collocazione provvisoria del seppellimento di Caravaggio, nei locali della Soprintendenza prima e della chiesa di S. Lucia alla badia dopo, per trovare infine, non riposo, ma inadeguata sistemazione nella chiesa di S. Lucia al sepolcro, strappata al contesto museale e alla collocazione ad Ortigia. Piazza duomo è diventata un must, set per film come Malena o serie come il gattopardo di Net Flix e non c’è miglior indice del gradimento. I palazzi e le strutture si sono evolute pian piano: si è riaperto l’Arthemision, si è riaperta fontana Aretusa ma a me sembrano balbettii rispetto al respiro ampio che si era dato al progetto di recupero del patrimonio e valorizzazione del complesso urbano di Ortigia; la valorizzazione economica, commerciale e immobiliare dell’isola è una bella risposta al pensiero speculativo che alla fine degli anni sessanta ne voleva il completo “risanamento”. Ma, nello stesso tempo si è sviluppato un cancro che è l’over tourism, a conferma che la crescita urbana è spesso, nel nostro paese solo congestione e la stessa debolezza strutturale su cui si basa può portare a rapidi declini o a situazioni al limite del sopportabile. Dopo trenta anni il pavimento resta integro ed amato, anche se alcune opere strutturali non sono state completate: il sistema di sgrondo delle acque in via Picherali non è mai stato realizzato e questo fa sì che la piazza si allaghi, almeno per brevi attimi dopo piogge torrenziali.

Ma la città ha trovato il suo salotto e la sua Agorà e il simulacro della Santa patrona non deve più destreggiarsi tra le automobili anche nel giorno della sua festa!

Passano i giorni e, in occasione della giornata mondiale delle guide turistiche, quelle dell’associazione siracusana hanno proposto, attraverso un modello a grandezza pari a metà dell’originario, testimoniata dalla traccia in bronzo incisa nella pavimentazione, dell’Oikos. Si è aperto un nuovo dibattito: la piazza è il palcoscenico adatto a questo genere di performances che, come obbiettivo hanno quello di valorizzare la storia della città ma creano anche false impressioni e false convinzioni? Era proprio così e questi erano i materiali, ma, soprattutto, in quale contesto fisico era inserito? Così presentato poggiato sul pavimento, potrebbe indurre a credere che templi, mura, palazzi etc., sono contestuali. È un buon esempio di didattica e di archeologia sperimentale? Non posso negare che la provocazione e l’esperimento mi sono piaciuti, pur non sottovalutando perplessità disciplinari. Rispetto all’atteggiamento tenuto in occasione della presentazione della collezione di Dolce&Gabbana, che mostrava un assoluto disprezzo per lo spazio urbano, e quindi un’assoluta ignoranza di certi valori, questo piccolo oggetto, dice Carlo Castello, oltre tutto provvisorio e non impattante, ha  un valore didattico e rende immediatamente percepibile la complessità che già allora caratterizzava il sacro della cultura di quei migranti che occupavano Ortigia, imponendo o affiancando propri riti e propri miti a quelli delle popolazioni che vi si erano stanziate. Purché la  piazza, articolata con il perpendicolare spazio della Minerva, non diventi sito per performances  che si trasformano in abitudine permanente; a condizione di non mai più ripetere quella sfilata di moda “offensiva” ed estranea allo spazio dell’agorà; ma si abbia invece la capacità di riprendere le tematiche del restauro urbano, con la questione dell’Alagoniana; quella della fruizione del giardino di agrumi dell’arcivescovato; l’accesso ai sotterranei e il loro ruolo urbano (altro che ascensori e passerelle ricadenti a danno della villetta Aretusa, esiste già il collegamento tra i tre livelli urbani, piazza, passeggio e marina); la questione mal posta della struttura museale e non dell’edificio di servizi, nella costruzione voluta da Orsi. Ben venga un progetto di allestimenti provvisori che raccontino la storia dello spazio urbano e di Ortigia in continuità con le im/possibili interviste con la storia che si va allestendo nel complesso di Montevergini, in rapporto con i musei e i grandi monumenti, con il tessuto urbano abitato e vissuto e che va difeso dall’indiscriminata invasione turistica, con simulazioni a scala reale, studio dei materiali e dei riti, performances. In fondo anche lo scavo del 1996, visibile al pubblico, era una performance in cui si mostrava la complessità della ricerca delle tracce della storia e come da quelle si ricostruiscano gli eventi, i luoghi, le comunità!

 

Post scriptum:

Adesso arriva, il 31/05/2025, una foto dei fratelli Alinari datata tra il 1915 e il 1920. È proposta in un articolo letto grazie al sito ‘academia.edu’ e intitolato «Sicily is a land for Architects». The Arts & Crafts culture of Charles Robert Ashbee in Sicily (1907-1909) autore Francesca Passalacqua e pubblicato in “il sud italia, schizzi e appunti di viaggio, l’interpretazione dell’immagine, la ricerca di una identità” a cura di Bruno Mussari e Giuseppina Scamardì – ArcHistoR- supplemento di ArcHistoR n° 11 del 2019, published by Università degli Studi Mediterranea di Reggio Calabria Laboratorio CROSS – Storia dell’architettura e restauro

L’articolo è complessivamente assai intrigante ed è illustrato con straordinarie immagini, schizzi autografi di Ashbee, fotografie d’epoca tra cui una splendida del teatro greco di Taormina prima della ricostruzione.

L’immagine Alinari, a me ignota, intanto pone la questione della ricerca negli archivi di altre foto di Ortigia, di Siracusa ma soprattutto di Piazza del Duomo.

A me sembra una foto scattata oggi: la materia della pavimentazione è cambiata, sono state modificate gravemente le rampe di scale di accesso al sagrato del Duomo. Il resto è come lo abbiamo lasciato dopo dieci anni di interventi: palazzo Beneventano è integro, non ci sono banchine marciapiede, alberi, automobili, la piazza mostrata nella foto è ancora spazio libero, forse utilizzato per fiere del bestiame e pavimentato con quella bianca sabbia di Melilli portata dall’imprenditore Di Giovanni.

Ancora di più questa foto conferma che l’intervento compiuto è stato un “restauro” non una liberazione dalle superfetazioni contemporanee, ma la riproposizione della struttura e della funzione antica e storicizzata. Ricostruire le rampe laterali del sagrato del Duomo sarebbe stata cosa bella e giusta anche per aprire lo stesso alla piazza. Così com’è, con le due balaustre laterali, si isola in qualche modo dal contesto e sul largo della Minerva l’ingombro a semiluna avrebbe costituito la giusta cerniera tra i due spazi.

Ma c’è ancora tempo, se ce ne fosse la volontà.

Ecco il testo dell’articolo relativo a Siracusa:

Come già detto, i coniugi Ashbee lasciavano Taormina dopo pochi giorni dal loro arrivo e si avviavano verso Siracusa. Le pagine dedicate alla città siciliana si aprono con l’esaltazione della sua cattedrale. «L’antico tempio di Athena è tra i più interessanti edifici d’ Europa» è quanto affermava appena giunto nella città siciliana:

«The Temple of Athena at Syracuse saved as a Christian Church is one of the most interesting building in Europe – the Gods fon’t change so much after all – thought they have to be swept up occasionally and remodelled – much as we are remodelling them in our own town. This building has always been used for worship – it is Sancro- Sanct. As we trundled into Syracuse in the Hotel bus a little nubbly looking Englishman in a tweed suit, adverted, quite in accordance with national tradition upon the weather; then there was a long period of silence till we reached the Latomie (of the Villa Pollitti) when we said quistly and laconically ‘that’s where the 7,000 Athenians died’. All my school and college training, and what the classics meant, came back in that moment, and somehow I felt thar it was only two Wnghishmae who could have taken so much for granted in the unknown past of each, as to felle ata home instantly in the story of Thucidides»25 . Nel contempo, però, Ashbee contrapponeva l’esaltante emozione suscitatagli dalla cattedrale alla delusione provocatagli dall’isola di Ortigia, centro storico di Siracusa: una squallida cittadina, costruita sulla “corazza di una tartaruga”, dalle strade tortuose e le piazze ritagliate nella rocce delle Latomie. E ironizzava pensando come la regina Filistide avrebbe riso all’artista che aveva cesellato il suo viso e scolpito il suo nome nel teatro greco, tra le poche testimonianze che riteneva facessero risplendere la città greca (fig. 20). «Syracuse greatest of Greek cities and fairest of all cities’. The impression that Syracuse makes is overpowering. You are in a manner stunned. You know your history a little – Nikias, Gilippus, Dionysius – Hiero II – Dion – Archemedes – Marcellus- Philistis – Arethusa the nymph and the Homeric legend mean something to you. Well, you come here and the first thing you see is a squallid litthe Sicilian town on a tortoise back, that is Ortygia. Then you go further and you see squares cut out of the rock and you wonder what they are; are they places dor stray tablets, if in an upright position? Are their fondation marks if in the position of plan? Are they the quarry cutting marks if in the Latomie. You don’t give much heed to this till you walk for hours, for miles, you might walk for whole days over bare solid rock, with the same marks upon it and then you see that this, all this is the great City of Syracuse. – ‘the City of the five Cities”, of which now only a portion of one is left – quarry marks, and tablet holes and foundation keys and all the work of the Hieros and the Dionyis and Archimedes blown into the sea. The exquisite Philistis would probably have laughed at the courtly and subtle fingered modeller who loved and lingered over her portrait, had he said to her that her face on the silver and her delicious name carven upon her seat at the theatre would be among the few things to survive of Syracuse itself. She would have said – ‘just an artist’s vanity and flattery!».

Piazza del Duomo, 1915-1920 ca. (© Archivi Alinari, Firenze)

Leggerezza e ironia caratterizzano ancora il suo diario in molte pagine, nelle quali, tra l’altro, cambiando decisamente argomento, celebrava il vino Moscato, che riteneva tra i più gradevoli e importanti aspetti caratteristici della città:

«Philistis drank Moscato of course, so as Dion or he would never have dreamed a Syracusan Utopia. […] Moscato is a nectar of the Gods – it is better than nectar».

Platone – continuava, ironizzando – aveva in mente il moscato quando descriveva cosa bevesse Alcibiade nel Simposio, così come Byron e Shelley avevano sicuramente scritto le migliori opere sorseggiando l’apprezzato vino.

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