Venerdì 6 giugno 2025, alle ore 19,00, presso l’Ipogeo di Piazza Duomo, a Siracusa, Vincenzo Latina – architetto di fama internazionale, professore della Struttura Didattica Speciale di Siracusa in Architettura e Patrimonio Culturale dell’Università degli Studi di Catania – terrà una conferenza su alcune sue opere realizzate in Ortigia. Molti i riconoscimenti nazionali e internazionali per la qualità delle opere dell’architetto Latina, tra i quali La Medaglia d’Oro dell’Architettura Italiana della Triennale di Milano, (2012) e Architetto dell’Anno (2015) del Consiglio Nazionale degli Architetti.
A introdurre l’incontro l’assessore Fabio Granata e il soprintendente Antonio Lutri. Presenta la relazione dell’architetto, che qui proponiamo, l’archeologo Lorenzo Guzzardi.
“La conferenza nell’Ipogeo di Piazza Duomo, allo stesso modo della mostra di Architettura, tra antiche cisterne e cavità del sottosuolo che hanno nutrito per millenni il soprassuolo, fa parte delle molteplici iniziative culturali del ventennale dell’inserimento tra i siti UNESCO di Siracusa e Pantalica e offre una riflessione su Siracusa, città dalle vicende millenarie, su come l’Antico diventi linfa attiva e propulsiva del Contemporaneo, anche in Architettura.
A Siracusa la città antica riaffiora in diversi modi nella città moderna, essendo somma di molteplici contemporaneità. È auspicabile che i progetti di rigenerazione dei centri urbani siano in continuità non formale, ma ideale, con la vocazione rigenerativa e la suggestione immaginativa della stessa città.
Il contemporaneo non va interpretato come novità fine a se stessa, fenomeno di moda, ma è la risultante della millenaria capacità rigenerativa della città. Con profondità e attenzione, ma anche con distacco, vanno compresi i caratteri di alcuni luoghi nei quali persiste la dimensione evocativa, quella invisibile.
Ogni periodo storico ha risposto con il contemporaneo alle millenarie molteplici vicissitudini di ogni genere, guerre, cataclismi, e l’architettura del proprio tempo, il contemporaneo del momento, attraverso il recupero, la ricostruzione: la rigenerazione è stata la risposta della città, una forma di rinnovo della persistenza, della permanenza delle comunità.
A Siracusa evidente è la sintesi di straordinari eventi millenari sedimentati nel tempo, allo stesso modo di molte città storicizzate, quello che a prima vista può sembrare un unicum in realtà è una sequenza di fratture ed assestamenti, simile ad un continuo bradisismo. Alcuni progetti realizzati hanno cercato di rafforzare i caratteri di identità nella discontinuità ed unicità della città. Alcune aree in apparenza degradate dovuto al decennale abbandono, o ad una cieca applicazione ostativa dei vincoli, si sono rivelate delle opportunità e, a differenza dei centri monumentali consolidati, si possono assimilare a dei “tessuti molli” in cui proporre interventi mirati che interagiscano, integrino e rivelino i vari approcci al progetto.
Tre interventi contemporanei nell’isola di Ortigia, Siracusa
Tre progetti realizzati nell’isola di Ortigia, la Corte di Bottari, il Giardino di Artemide e il Padiglione d’ingresso agli scavi dell’Artemision sono interventi “minimali” che cercano di scoprire nelle profonde faglie le discontinuità dei tessuti urbani attraverso le quali è possibile ripercorrere alcune straordinarie quanto mai alterne vicende degli eventi umani, secondo un susseguirsi millenario di guerre, carestie, cataclismi e rinascite.
I citati progetti, immaginati nel solco della ricostruzione avvenuta nei millenni, sono in parte scaturiti dallo studio delle testimonianze dell’ambiente fisico, delle tracce visibili assunte a “patrimonio materiale” (i flessi murari, le tracce del sottosuolo, i resti del passato), ma una cifra importante deriva dal “patrimonio immateriale”, quello invisibile (il mito, le tradizioni, la letteratura) che costituisce l’immaginario comune dei luoghi, particolarmente avvertito in alcune città, anche a Siracusa. Senza rinunciare in alcun modo alla discontinuità che richiede l’intervento contemporaneo.
Nella Corte dei Bottari (1997-2001) si è intervenuti all’interno del tessuto urbano di tipo Ippodameo, ordinato per Strigae (strade urbane di fondazione greca della misura di 10 piedi dorici , circa 3 metri che scandiscono isolati di 25 metri, caratterizzanti alcuni quartieri di Ortigia). L’assunzione della topografia archeologica della città come risorsa, anche attraverso lo scavo archeologico, fa in modo che l’antico e contemporaneo si “intreccino” pur mantenendo imprescindibilmente valori e aspetti distinti. Lo Stenopos (antico tracciato greco di fondazione) viene fatto riaffiorare in superfice, viene ritracciato, è passante per i cortili, intercettando le strutture esistenti, assume valenza di misura del fluire delle stratificazioni presenti e ricomponendo gli aspetti frammentari, diventa metafora della storia millenaria dell’isolato (Fig. 1).
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Figura 1 Corte dei Bottari, vista della corte interna con la traccia dello Stenopos. Foto di Maurizio Montagna
«L’intervento ha puntato al recupero delle potenzialità dell’area attraverso la demolizione mirata delle superfetazioni recenti e il riuso delle rovine condotto con operazioni di spolio, che hanno visto alcuni blocchi celati sotto le macerie ritornare in “gioco” come materiale da costruzione, un palinsesto in cui operare tra preesistenze e nuovo.
Altrettanta attenzione è stata rivolta alle suggestioni scaturite dalle presenze invisibili ed evocative dei centri antichi, quello che definiamo come patrimonio immateriale della città mediterranea. Tale aspetto, con grande sintesi, riguarda: le fonti letterarie, quelle storiche, le tradizioni, i riti e particolarmente il Mito, che permane nella memoria dei luoghi come sublimazione di eventi umani e naturali[i]».
Il Giardino di Artemide (2004-2005) è stato immaginato come una rievocazione contemporanea di una offerta alla dea Artemide, ciò è dovuto all’immediata vicinanza dei resti del Tempio del V sec. a.C. a Lei dedicato. Artemide nell’immaginario mitologico è rappresentata come Dea vergine della fertilità, protettrice delle belve feroci, dei boschi, dei ruscelli e delle ninfe.
Il cretto di acciaio struttura un lato di un terrapieno che dà forma al recinto, opera con la natura e sulla natura, evidenziandone la centralità: tra i giunti dei pannelli d’acciaio, che regolano delle “attese”, si è immaginato che al suo interno le essenze vegetali indigene potessero sbucare, per poi ciclicamente sparire in un gioco di ombre provocato dalle folte fronde di alcuni arbusti.
Come una metafora visiva, si fa rivivere il racconto mitico di Artemide, dea vergine della fecondità e dei boschi, che con il gemello Apollo parte verso il Paese degli Iperborei all’inizio dell’autunno per tornare con il bel tempo (Fig. 2).
Nel 2013 il giardino è stato adottato dal FAI di Siracusa che lo ha trasformato in uno dei luoghi del cuore della città con la messa a dimora di essenze vegetali legate alla narrazione antica degli Epigrammi di siracusani illustri.
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Figura 2 Giardino di Artemide, vista del cretto di acciaio e delle essenze arboree autoctone. Foto di Lamberto Rubino
Il Padiglione di ingresso agli scavi dell’Artemision (2007-2013) ricuce un “vuoto urbano” mediante la realizzazione di un edificio al suo interno “cavo” che contiene il percorso sotterraneo per la fruizione dei resti archeologici delle fondazioni del tempio di Artemide e degli edifici successivi edificati in sito. L’intervento contemporaneo nell’antico su piazza Minerva, a 18,40 metri della colonna d’angolo del Tempio Dorico e del peristilio inglobato nelle mura della Cattedrale, ha assunto come valore aggiunto il “silenzio”. Ossia la ricerca del non altisonante, per cui, la Cattedrale è il solista assoluto e il padiglione invece fa parte degli orchestrali, del coro urbano.
«Il Padiglione di accesso al tempio Ionico è stato immaginato come una peculiare ricostruzione della continuità del paramento murario catalano. Mi piace immaginare l’architettura come ricostruzione. Ovvero la costruzione come processo culturale, come sintesi di esperienze, emozioni e di alcuni modelli o parti di opere sperimentate, opere sedimentate, le quali a loro volta ritrovano forma, attraverso la rilettura critica (anche inconscia).
Ricostruire è rigenerare, simile ad “un nuovo inizio”. Tale approccio è da estendere non soltanto alla città consolidata ma anche agli interventi ex novo, in altre aree[i]» (Fig. 3).
Figura 3 Padiglione di accesso agli scavi dell’Artemision visto da piazza Minerva. Foto di Lamberto Rubino

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