Sabato 22 marzo 2025 alle 17.30, presso l’Urban Center, Franzo Bruno (docente di Filosofia e Storia presso il Liceo Quintiliano), Rita Fulco (docente di Filosofia teoretica presso l’ateneo di Messina) insieme alla giornalista Monica Cartia e all’autore, discuteranno del saggio filosofico-politico di Roberto Fai “Origine e natura del conflitto”, edito da ἁπαλός.
L’autore, già docente e fondatore del Collegio siciliano di Filosofia, ha collaborato con la cattedra di Filosofia del diritto dell’Università di Catania.
Secondo una stima del gennaio 2025, sarebbero ben 56 i conflitti in atto nel mondo.
Bene ha fatto dunque Papa Francesco quando ha affermato che la Terra sta vivendo una terza guerra mondiale “a pezzi”.
Forse tutti noi tentiamo di farci un’idea sul corso degli eventi bellici, delle trattative diplomatiche, delle cause e degli effetti politici, economici e sociali delle guerre, ma quanti si domandano cosa ci sia davvero alla radice dei conflitti? Da dove nascerebbe questo istinto freudiano di morte che si oppone a quello della vita? La pulsione a distruggere, la coazione ad autodistruggerci – la quarta guerra mondiale potrebbe essere davvero combattuta con le clave, se si avverano gli scenari apocalittici di un conflitto atomico –, violenza e caos sono innati, insiti nella natura umana?
Difficile rispondere a queste domande. La filosofia, l’arte, le religioni, le culture tentano di trovare, ognuna secondo la propria metodologia, una risposta, quantomeno un appiglio per tentare di comprendere.
Possiamo ricercarlo nelle fonti antiche, persino nel Libro dei Libri, nel Libro plurale (Biblia) e singolare per eccellenza?
Nel suo saggio, Roberto Fai parte dall’ultimo saggio di Roberto Esposito, docente della Normale di Pisa, filosofo di fama mondiale, che ne “I volti dell’Avversario. L’enigma della lotta con l’Angelo” (Einaudi, 2024) analizza la celeberrima scena biblica del misterioso combattimento di Giacobbe-Israele con un misterioso avversario (un angelo? Dio stesso? La proiezione di se stesso?) e i suoi prodromi – l’eterno conflitto tra Esaù e Giacobbe, fratelli gemelli in continua competizione – per cercare di comprendere le radici dei conflitti individuali, familiari, sociali e politici. Il tutto in dialogo con la psicanalisi (i miti greci e biblici sono pane quotidiano per Freud, Jung e tutta la psicanalisi), l’arte (Delacroix e tutti coloro che hanno rappresentato gli episodi narrati nella Genesi, in una sfida con la materia che riflette quella biblica) e la poesia (Nelly Sachs su tutti, che esprime la lotta tra l’ispirazione poetica e l’impossibilità di poetare dopo Auschwitz, lo Spirito e il suo soffio contro il gas, verrebbe da commentare).
La nostra stessa personalità si struttura grazie alla differenziazione (il bambino è all’inizio in perfetta unità con la madre e il processo di individuazione inizia dal far diventare due quello che era uno): pensiamo a quando ci siamo riconosciuti nello specchio, a come diventiamo noi in rapporto agli altri.
Pensiamo al dialogo, che già etimologicamente è il logos che si fa due, un rapporto tra verità (lo stesso libro di Fai sarebbe nato da una troppo lunga recensione al testo di Esposito e si configura come un dialogo con il suo autore e la sua opera, come il libro di Esposito si pone come una discontinuità, una deviazione, quasi un’antitesi ai precedenti lavori dello studioso, un momento dialogativo se non proprio dialettico con i suoi libri precedenti, tra i quali quelli su Machiavelli e Vico, autori in cui il conflitto è una chiave di volta).
Dall’uno al due e al molteplice, per via del e grazie al conflitto, al polemos che non è necessariamente guerra ma può diventarlo quando il tutto si sposta sul piano politico.
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(Roberto Fai e Roberto Esposito, photo courtesy dell’autore)
Molte sono le suggestioni di questo saggio, da quelle teologiche e filosofiche a quelle storico-artistiche e poetico-letterarie (pensiamo anche al Doppelgänger, il “gemello maligno”, alla coincidentia oppositorum di Cusano: il tema del doppio è affascinante e attraversa discipline e culture diverse).
I conflitti tra le chiese, il laicismo che dilaga vs tradizione, progresso e conservatorismo, i partiti, le posizioni politiche, le guerre in corso… le vicende di Giacobbe possono essere una chiave di lettura dei nostri conflitti interiori e di ciò che accade fuori di noi ma ci ri-guarda in ogni senso?
Il rapporto dialettico Esaù-Giacobbe richiama le coppie celebri di fratelli, spesso conflittuali: Caino-Abele (mito fondativo del fratricidio, potremmo dire), Romolo-Remo…
Rebecca, all’inizio sterile, grazie all’intervento divino partorisce due gemelli che già nel suo grembo scalciavano, quasi presaghi della loro rivalità che si rivela quindi ontologica, originaria, congenita diremmo.
Tutti ricordiamo la questione della primogenitura, del piatto di lenticchie per cui Esaù svende la sua primogenitura (e il successivo inganno ordito da Giacobbe per estorcere la benedizione al padre anziano e malato, con la complicità della madre), forse meno l’enigmatica visione, da parte di Giacobbe, di una scala che unisce terra e Cielo (simbolo studiatissimo, che per i cristiani sarebbe “figura” di Cristo come pure di Maria, che uniranno umanità e divinità) e, prima della riappacificazione tra i due fratelli, ancor di più la misteriosa lotta del patriarca ebraico con una figura angelica non meglio identificata – etimologicamente, un “messaggero”: un angelo, Dio, addirittura l’Avversario per eccellenza, śāṭān; psicanaliticamente, si potrebbe pensare a un conflitto interiore, quindi Giacobbe avrebbe lottato proprio con se stesso: ecco la polisemia dei miti, la loro eterna rilettura e interpretazione, che come dice Agamben della poesia, “non può essere conclusa, ma solo abbandonata (e, eventualmente continuata da altri)”.
Dal conflitto individuale e familiare le figure di Esaù (“peloso”, “ruvido”, “rude” in ebraico: forse l’opposizione originaria, prima che alterità/ identità o a essa contigua, è quella natura/ cultura) e Giacobbe (dall’ebraico יַעֲקֹב (Ya’akov), che letteralmente significa “lo farà tallone”, dal verbo ebraico עָקַב (‘akáv), “tallone”. Il significato potrebbe in alternativa essere letto come “(Dio) ha protetto”) passano poi a quello politico-sociale: Edomiti e Israeliti, i popoli fratelli-nemici che li riconoscono come capostipiti, saranno rivali, avversari. Vendette e ritorsioni, come tra i due progenitori, i gemelli nemici.
La violenza nasce quindi quando non ci si limita a differenziarsi ma ci si sfida per eliminare l’altro, automaticamente autodistruggendosi. L’altro è l’altro-da-me ma in fondo è mio fratello, me stesso.
Altra nota linguistica: il luogo in cui sarebbe avvenuta la lotta di Giacobbe con l’angelo è Penuèl, letteralmente “il Volto di Dio”. Quando Giacobbe, claudicante e ferito, si prostra sette volte davanti a Esaù per chiedergli perdono, gli dice: “accetta dalla mia mano il mio dono, perché appunto per questo io sono venuto alla tua presenza, come si viene alla presenza di Dio, e tu mi hai gradito” (Genesi 33, 10). Quante implicazioni. L’incontro-scontro è tensione, faccia a faccia. Giacobbe ha lottato con se stesso per riconciliarsi con il fratello, ha lottato con il diavolo, il separatore per etimologia ed eccellenza, con un angelo e con Dio perché Dio stesso è perturbante, dato che sconvolge i piani umani e i suoi messaggeri ci invitano spesso a percorrere vie che non sarebbero le nostre, mostrandoci anche che cambiare piano (la scala) è cambiare rotta, direzione, con-vertirsi, cum vertere. Il fatto che Giacobbe non possa chiedere il nome dell’Avversario lascia spazio a tante congetture (Giacobbe-Israele è umano, troppo umano, e deve fermarsi al quia; il nome è definizione, tracciamento di confine, invece Giacobbe deve superare i confini di se stesso per poter re-incontrare Esaù e in primis il se stesso che è fuggito a Carran per evitare lo scontro con lui).
Anche l’azione di guadare il fiume Iabbòq, affluente del Giordano (il significato lustrale, battesimale è suggestivo) è densa di senso: è un attraversamento, un passaggio trasformativo che Giacobbe deve compiere.
Le parole, condensatori di senso, ci aiutano a capire. Duellum verrebbe da bellum ma sarebbe connesso a duo (per inciso, il latino conserva tracce di un antico genere duale). In latino abbiamo anche rivalis, letteralmente colui che abita sulla riva opposta, inimicus, il non-amico, e adversarius, che è chi ci sta “contro” e “davanti”, ma è paradossalmente il “quaderno degli appunti” e la “brutta copia”, quindi paradossalmente una versione di noi stessi.
Dall’uno al due, dall’indifferenziato al molteplice anche tramite il conflitto ma verso una riconciliazione, un nuovo assetto o perfino la ricomposizione dell’unità originaria come orizzonte (ultimo?).

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