Prende il via lunedì prossimo, il 17, il ciclo di incontri pensato dal professore Salvo Adorno sul mondo che cambia: l’attenzione su cinque tematiche che, con maggiore insistenza da tre anni, fanno parte del nostro quotidiano, dell’informazione che ci arriva attraverso i vari mass media, da quelli tradizionali ai più recenti e che ci interrogano, ponendoci spesso domande, dubbi che difficilmente riusciamo a dipanare. Troppe, e a volte troppo tendenziose, le interpretazioni che ci vengono presentate. L’occasione che ci offre il professore Adorno è quindi quella di aiutarci a diradare la nebbia, ad avere qualche certezza in più, o quanto meno a darci strumenti, conoscenze, per una personale lettura della nostra realtà. Per viverla con maggiore consapevolezza e, semmai, per guidare le nostre scelte/preferenze politiche.
Cinque diverse ‘questioni’ e il sottotitolo ‘il mondo che cambia’. Vogliamo partire, Salvo, da come vivi tu, dalla tua valutazione della situazione storica attuale e se, anche per te, ci sono reali elementi di preoccupazione?
Direi che è certo una situazione di grande trasformazione: in brevissimo tempo sono cambiati gli equilibri economici, politici e aggiungerei climatici del mondo. È difficilissima un valutazione davvero oggettiva, nel senso che ogni possibile valutazione tiene conto dei dati a nostra conoscenza, ma non si possono fare previsioni. Come in tutte le fasi di profondissima trasformazione gli scenari restano aperti e nella situazione attuale certo ci sono molti elementi di preoccupazione. Lo spiego. Il lungo periodo della guerra fredda, e del periodo successivo, in qualche maniera, proprio in virtù del bipolarismo, ha di fatto contenuto le possibilità dello scoppio di un conflitto internazionale; in un certo senso ha garantito una maggiore stabilità, pur facendo registrare al più conflitti localizzati, comunque dolorosi, è chiaro. Ora, invece, si è determinato un multipolarismo in cui sono parecchie le entità statali anche fornite di armi atomiche e questo sicuramente rende molto più difficili i processi di deterrenza, deterrenza che indubbiamente funziona meglio se i competitori sono solo due. Non solo, l’impressione che io ho è che la capacità dei grandi player, degli interlocutori, di riuscire a orientare gli alleati è oggettivamente minore. La spaccatura che c’è è evidente: si manifesta in Occidente tra l’America e l’Europa, alcune alleanze storiche vengono meno in maniera radicale, i rapporti che ci sono attualmente tra Russia e Cina, che non sono mai stati rapporti serenissimi, tengono su equilibri instabili. Ed entrano in gioco altri player come l’Iran, pur se fortemente indebolito, mentre facciamo i conti senza l’India, senza il Brasile. Ecco perché, se possiamo dire di vivere una dimensione di transizione, è difficile capire verso dove si sta andando. Cosa prevarrà? Non sono certo io a poterlo dire; posso soltanto dire che siamo in una fase in cui dobbiamo essere vigili.
Si sente dire che le crisi possono essere l’occasione del cambiamento in positivo di un sistema, di un’organizzazione. L’unione europea, privata dell’alleato di sempre, potrebbe vincere la sfida dell’autonomia e ‘rinascere’ più forte piuttosto che indebolita. Condividi questa visione ottimista o ti riconosci tra i catastrofisti?
Io sono tendenzialmente sempre ottimista ma in questo caso egualmente preoccupato per quanto potrebbe accadere nel nostro mondo. Non sono tra chi critica radicalmente il modo di vivere occidentale: ci sono vissuto, bene, pur se nella piena consapevolezza dei suoi grandi elementi di debolezza. Il grande tema della diseguaglianza per esempio, o il processo, diciamo così, anche di omologazione verso altre culture, quindi di un sostanziale appiattimento. Non sono un sostenitore delle culture woke che in qualche modo mi sembra che abbiano ricreato delle micro identità e sono cadute in una trappola identitaria, però mi sento occidentale, legato a un valore fondamentale che è quello della democrazia, e mi preoccupa molto questo ritrovarsi in uno scacchiere in cui proprio questo valore sta venendo meno, assumendo altre accezioni rispetto alla nostra in paesi come la Russia, che è chiaramente un regime autoritario, o la Cina, caratterizzata da un partito unico e un sistema ibrido, in cui il comunismo si coniuga con il mercato capitalistico, o la realtà mediorientale, l’Iran, la Turchia. E ora il concetto di democrazia viene meno anche in America mentre in Europa Orbán offre l’esempio di una democrazia illiberale. Siamo dunque di fronte a una svolta in cui dobbiamo guardare ai valori che fin qui ci hanno rappresentato. Verrà dopo una democrazia illiberale? Verranno altre forme di autoritarismo? Certo l’idea della nostra democrazia intesa come democrazia parlamentare sta subendo dei forti contraccolpi e questo appartiene ai cicli della storia: così com’è nata probabilmente è destinata ad ibridarsi o a cambiare.
Veniamo al ciclo di incontri, alla tua scelta degli argomenti che indiscutibilmente sono le questioni emergenti di questi anni e che a me è sembrato un sistema quasi a cerchi concentrici che focalizzano infine l’attenzione proprio sull’incontro finale, quello che ci vede protagonisti: l’Europa e la sua debolezza. Quasi come se tu ci volessi accompagnare a comprendere meglio la realtà con cui noi europei, noi italiani, dovremo misurarci.
È proprio così. Avevo pensato ai primi quattro incontri ma a un certo punto mi sono reso conto che mancava qualcosa, mancava il cuore, l’Europa. E quindi ho cercato di capire chi potessi coinvolgere su questo e la studiosa Barbara Curli mi è sembrata la migliore scelta.![]()
Ecco, volevo proprio chiederti questo: come hai scelto argomenti e relatori.
Il mondo va in frantumi, gli equilibri si rompono, la debolezza del sistema che fin qui abbiamo conosciuto si rivela nelle guerre che sono esplose nella periferia dell’Europa, nel regime illiberale di Orbán. L’Europa sembra perdere i propri punti di riferimento e deve guardare alla propria ‘rifondazione’. L’Italia dovrebbe essere in grado di fare la propria parte.
Sono situazioni complesse, dalle molteplici letture e i relatori scelti sono, a mio avviso, i più competenti per affrontare le diverse tematiche soprattutto da un punto di vista storico.
Elisabetta Merlo ha dato al suo saggio “La costruzione dell’Ucraina contemporanea” un impianto eminentemente storico di ricostruzione che mette in evidenza tutte le contraddizioni di una storia complessa, partendo dal fatto che l’Ucraina, fin dal momento dell’integrazione nell’Unione Sovietica, ebbe elementi di profondo conflitto radicati nell’holodomor, il genocidio per fame di oltre 6 milioni di persone, perpetrato dal regime sovietico, a danno della popolazione ucraina negli anni 1932 – 1933.
Quindi il rapporto tra il mondo ucraino e il mondo russo-sovietico è sempre stato un rapporto di difficile integrazione, con tutto ciò che comporta il fatto che c’erano aree di popolazione russa dentro l’Ucraina e che l’Ucraina è stata il grande granaio dell’Unione Sovietica, quindi un rapporto di dipendenza enorme. Questi argomenti verranno affrontati insieme alla domanda di fondo se vuoi: gli ucraini sono, si sentono russi?
(e la risposta arriva in diretta nel corso dell’intervista: una telefonata della professoressa Merlo a Salvo Adorno. “Stavo proprio parlando di te. Gli Ucraini sono russi?” “No – è la risposta secca della Merlo – Hanno sì radici comuni, ma non lo sono né si sentono russi. Più che mai oggi”)
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Arturo Marzano è professore associato di Storia e istituzioni dell’Asia all’Università di Pisa. Si occupa di storia del sionismo, dello Stato di Israele, del conflitto israelo-palestinese e dei rapporti tra Europa e Medio Oriente. Ha scritto ultimamente questo bel libro “Questa terra è nostra da sempre”, l’affermazione che fanno sia gli israeliani che i palestinesi e che mette in evidenza la profondità del conflitto e la difficoltà della sua risoluzione. Recentemente ha pubblicato anche una raccolta di saggi su Gaza.
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Stefano Bottoni è lo studioso per eccellenza dell’Ungheria, una terra che conosce bene: è stato ricercatore presso l’Accademia Ungherese delle scienze dal 2009 al 2019. È autore di vari libri, tra cui Un altro Novecento. L’Europa orientale dal 1919 a oggi e Orbán. Un despota in Europa.
Federico Romero ha insegnato Storia dell’America del Nord all’Università di Firenze. È l’americanista che ha portato avanti in maniera più oculata gli studi sulla Guerra Fredda e ha scritto su questo un bellissimo libro. È uno studioso a tutto il campo dell’America. Ora è in pensione, ma è il meglio che possiamo avere oggi in Italia, tra gli storici, con un’impostazione che abbraccia anche la conoscenza delle relazioni internazionali.
E infine Barbara Curli, una studiosa soprattutto della questione energetica e del nucleare impostando su questo cardine lo studio delle istituzioni europee con la questione cardine. Credo che potrà darci un punto di osservazione significativo anche su tutti i temi del riarmo e della difesa europea, così come dello sviluppo economico europeo sul gas e del rapporto dell’Europa con il gas russo.
Al tuo fianco nel condurre gli incontri avrai la professoressa Melania Nucifora
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Sì, l’ho voluta con me per tutti gli incontri. Melania è professoressa associata di Storia contemporanea a Catania ed è attenta agli aspetti sociologici della storia, del rapporto tra spazio e società, delle identità culturali locali. Il suo sarà un altro interessante punto di vista. Rifletteremo insieme sulle caratteristiche della nostra società, capitalista, democratica, liberale, fondata su alcune idee precise: l’idea del mercato, della democrazia, della libertà e del liberalismo. Idee tutte declinabili in tantissime maniere, ma ho la netta sensazione che nel presente più recente queste idee si stiano evolvendo nella direzione più conservatrice e più autoritaria della storia che hanno avuto. Pensa al concetto di libertà: l’ha inventato la rivoluzione francese e poi si è evoluto in un modo che non ci piace. Oggi libertà significa banalmente fare quello che si vuole, non è una libertà che riconosce i rapporti con la libertà altrui. O l’idea di democrazia che, facendo saltare l’intermediazione della rappresentanza, si trasforma in populismo. O la libertà di mercato che si esaurisce nella produzione e distrugge l’ambiente guardando all’hic et nunc.
Ti vorrei chiedere ancora tanto: sulle scelte del PD in Europa, sulle sfide qui a Siracusa della nuova segreteria e del rischio di farsi se non fagocitare, condizionare e indebolire da manovre che si fa finta di non vedere. Ma lo rimandiamo, che dici?
Sì. Ne parlerò con piacere quando vorrai.

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