Il futuro del nostro territorio? Un deserto industriale inquinato

A seguito della decisione per la chiusura dell’impianto Eni dell’etilene, il segretario provinciale della Cgil Roberto Alosi ha dichiarato che “Perfino i tecnici del Ministero hanno riconosciuto la fondatezza delle nostre richieste, suggerendo di posticipare la chiusura degli stabilimenti almeno fino al 2035 in attesa delle decisioni europee sulle materie prime strategiche. Eppure, anziché difendere l’interesse nazionale, il Governo ha rimosso il dirigente responsabile del tavolo negoziale e ha lasciato che fosse Eni a gestire la partita”.

Purtroppo, chi conosce e segue da tempo le scelte delle multinazionali nella zona industriale, sa bene che la storia dei fatti è andata diversamente. Le forze sindacali e politiche a livello locale hanno inciso quasi sempre poco sulle scelte dell’Eni. Un po’ di più quelle nazionali, ma solo quando i governi avevano un piano strategico sulla chimica e in special modo erano forti e autorevoli. Oggi tutto questo non esiste, lo si intravvede dal ministro Urso fino alla presidente del consiglio Meloni. Loro non sono per nulla interessati all’intera questione meridionale al di là di sprechi in progetti faraonici che mai partiranno, ci riferiamo al ponte sullo stretto. Per tutto il resto è niente, fuffa come quella d’inviare migranti in Albania, altro enorme dispendio di denaro pubblico usato più per distrazione che altro.

Nel nostro territorio l’unica vittoria avuta fu quella che portò al blocco della costruzione dell’impianto di anilina voluta fortemente dalla volontà popolare, contrari partiti e sindacati. Fu allora, si era negli anni ’70, che l’Eni dichiarò apertamente che non avrebbe più investito in zona, anzi sarebbe andata lentamente a chiudere impianti. La giustificazione ufficiale? Era dovuta alla decisione di cambiare il proprio core business. L’Eni non avrebbe più avuto interessi sulla chimica primaria, secondaria, né quella fine. Infatti, l’impianto di etilene appartiene a questo settore e anche se il prodotto, l’etilene, è la materia prima nelle sintesi di innumerevoli composti organici, non rientra nelle strategie della multinazionale che è per il 30% pubblica.

Manifestazioni, scioperi serviranno a poco, purtroppo. La decisione di allontanarsi da questa zona industriale con la chiusura dell’ultimo impianto dopo averla distrutta ambientalmente è già stata decisa anni fa. Anche questa volta una multinazionale, l’unica italiana rimasta, scapperà senza pagare per gli enormi danni ecologici e umani fatti. Ma è da considerare che l’Eni, ieri Montedison e prima ancora Sincat, è stata la principale grande impresa che ha contribuito alla nascita industriale tra i responsabili del disastro ecologico (scarico a mare di mercurio, malformati, mare inquinato con morie di pesce, tonnellate di altri prodotti tossici e nocivi sul terreno e in atmosfera per decenni). È proprio l’Eni che dovrebbe investire e tanto per una bonifica (chi inquina paga) e ne ha tecnologie ed esperienza, ha perfino una società che si occupa dello specifico settore. Questo sarebbe un investimento in attività green e una sua parziale discolpa per tutto il male fatto nel nome del profitto alla popolazione all’ambiente. Le morti causate a fronte di quel poco ed effimero denaro, nominato progresso, urlano giustizia. Purtroppo, la strada è segnata. Anche quest’ultimo suo impianto verrà chiuso, nessun altro sarà aperto al di là delle sue promesse, i pochi dipendenti rimanenti saranno aiutati fra pensionamenti anticipati, prepensionamenti, mobilità a uscire senza tanti traumi e per i pochissimi che non potranno avvalersi di queste agevolazioni vi saranno trasferimenti in posti migliori. Nessuno sarà licenziato. Chi soffrirà sarà come sempre l’indotto in maggioranza precario e il territorio violentato. Già si può immaginare ciò che si vedrà fra pochi anni. Si tornerà a un deserto industriale inquinato. Ma quello sarà il tempo in cui dovrà partire una battaglia da parte di sindacati e forze politiche, associazioni ambientaliste e amministrazioni locali nello spingere governi regionali e nazionali per chiedere una totale bonifica per futuri investimenti green. Perché è questa l’unica scelta possibile per il futuro della zona.

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