Galleria Vecchio Liceo Classico T. Gargallo – dicembre 2024, un reportage di prossimità che estrae l’universalità dal quotidiano

La mostra fotografica ‘Ritratti siracusani’ di Guy Mandery, grande fotografo francese, redattore della Rivista Le Photografe, capo redattore di PhotoMagazine,, docente di storia della fotografia all’Università di Parigi VIII ed all’Ecole Nationale Superiore Louis Lumiere, siracusano per jus voluntatis, capace di trarre dai ritratti il precipitato di una comunità, un reportage di prossimità che riesce ad estrarre dal quotidiano l’universalità.

La mostra fotografica in bianco e nero ed Il catalogo con le sue introduzioni, della scrittrice Giusi Norcia, del regista Livio Bordone, dell’Assessore alla Cultura Fabio Granata che riescono a spiegare bene l’astrazione e profondità delle immagini, rendendole metafore dei tempi e degli spazi di una città sorpresa attraverso le sue varie identità, del lavoro quotidiano, della riflessione, della rappresentazione ostentata di status, della creazione artistica.

Scorrere quella galleria di ritratti e spazi di intimità e lavoro universalizzati, non può evitare di cadere nella tentazione dei paragoni con le immagini droga di istagram, con quella surreale perfezione miliardi di volte riprodotta attraverso filtri, frutto soltanto di intelligenze artificiali non governate; immagini sempre più affinate a carpire il consumo mercificato delle forme dell’antropogene ridotto ad influencer da metaverso, ominidi asserviti alla funzione di ambasciatori di marchi. Ti salta forte la differenza tra umanità e finzione, tra vite reali e vite usate per la ricerca di “like” e di visibilità. Ti danno chiara la differenza tra il flusso continuo di immagini rapidamente prive di rilevanza, con il senso di atemporalità del bianco e nero di Guy Mandery che riesce a preservare l’immagine da quella obsolescenza del web, la salva dalla saturazione eccessiva del virtuale che cancella la vera essenza del soggetto. Ti rendi conto che sul social l’enfasi generale è sulla quantità, sulla natura del feed e della competizione per l’attenzione contro quelle scenografie reali di Guy, nelle quali non vi è alcuna pressione della produzione rapida, nelle quali vi è solo un invito forte all’osservatore a esplorare storie al di là dell’immagine visibile.

Sfido chiunque a non scovare, per richiamare una delle opere che ho trovato più toccanti, nella immagine del nostro grande pittore Gaetano Tranchino (Gaetano pittore) una forte citazione a certe foto di Pablo Picasso, dove spicca da sola l’intensità acuta, intensa dello sguardo ed il disordine della creazione pittorica, descritto fedelmente nel contesto del suo studio d’artista.

Le immagini femminili, antiche, raccontano ciascuna la loro storia essenziale, richiamano le prospettive minuziose e severe degli interni dei pittori fiamminghi, la immagine solida e mediterranea di Lucia panettiera nel suo spazio di dominio, come lo definisce Livio Bordone, quella esile ed intensa di Carmela vignaiola nel suo contesto aziendale, quella sorprendentemente elegante di Rita gestore garage, quella nobile e seducente, con la presenza attiva del suo cane affascinato, di Federica commerciante, quella imponente e grave di Carmelina artigiana , quella pensosa interrogante tra le sue creazioni sulla soglia del suo negozio-universo di Carolina ceramista, quella di Angela ed Elia fruttivendoli nel cambio generazionale al femminile, la Viviana agronoma scelta per la copertina, scovata in uno dei quartieri alti della città a testimoniare che lì, fuori Ortigia, si costruisce ogni giorno una città giovane, icona siciliana di tenace concetto e di futuro.

La geniale trovata di mettere soltanto il nome ed il mestiere, o il nome e la descrizione fotografica di status, come nell’arredo osservante e retorico di Resi e Nello o la postura laica ed intellettuale di Vittorio, in cui l’anima loci ne interpreta bene lo spirito cartesiano, anonimato che consente naturalmente la sconfitta del tempo e dello spazio e delle identità, lasciando non identificate quelle immagini, anonime, una Spoon River di vivi, come scrive Giusi Norcia, di volti e spazi intimi che diventano archetipi, proiezioni realizzate del loro stesso contesto ambientale e domestico, che resta il soggetto principale dell’osservazione.

Le introduzioni interpretano bene la capacità di distacco dalle immagini in primo piano, ‘atemporali’, come scrive Fabio Granata, per dare la priorità agli ambienti in cui quei volti sono affondati.     In questa chiave di rappresentazione l’opera di Guy Mandery esige altre incursioni in altri volti ed in altri contesti assenti in questa mostra, perché se potrà essere immediata all’occhio dello straniero la lettura di una società, come tutte le società raccolte all’interno dell’esperienza urbana, non puoi fare a meno di pensare quanti altri domini, importanti ed originali Guy Mandery non ha ancora esplorato.

Certamente per raccontare di più, i soggetti delle immagini devono restare sconosciuti all’osservatore, distaccati dalle comuni reciproche conoscenze, in un altro contesto ed in un altro tempo diventeranno ancor di più occasione per ritrarre i segni dei tempi del lavoro, di quelli della riflessione e di quelli di segmenti di una comunità.

Guy Mandery , con la sua grande sensibilità e maestria ha più volte descritto geografie urbane: indimenticabile la sua introduzione ad un catalogo fotografico di una Siracusa di non luoghi; ed è per questo che il suo conto resta sempre in sospeso, le sue osservazioni in bianco e nero aprono sempre ad un orizzonte di prossimità da scoprire, che Lui solo ci può fare ancora interpretare, avendo più volte ritratto i caratteri non convenzionali della città, immagini che riescono a scovare spazi di vita , testimonianze in presa diretta dei suoi fasti e delle sue pieghe, delle sue rughe che sono poi quelle che raccontano l’essenziale.

Coglie il caso, l’attività umana individuale, tra vecchio e nuovo collettivo che ci scorre vicino senza che riusciamo da soli a cogliere, e che Guy Mandery ci indica in presa diretta in una narrazione che soltanto Lui riesce e renderci manifesta, maschere e volti, verità, ipocrisie e disvelamenti, ambienti costruiti ed ambienti autentici, spazi curatissimi di sola apparenza, quinte vuote e paesaggi di volti quotidiani, carichi questi ultimi, assai più delle prime, di verità e di vita, di energia, di resistenza ai canoni di società opulente, mascherate e finte.

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