Lo scoop de La Sicilia su una nuova inchiesta della magistratura siracusana sugli sversamenti abusivi dell’Isab si abbatterà come un fulmine sul tavolo negoziale convocato per domani, 13 dicembre, a Roma dal ministro Urso sul tema della riconversione industriale del petrolchimico ed in particolare sulla chiusura dell’impianto di etilene di Eni Versalis. Stando a quanto riferisce in maniera dettagliata La Sicilia, sotto accusa non è il tanto vituperato depuratore Ias ma il Tas (trattamento acque di scarico) della raffineria Isab. A questo punto la questione ambientale diventa prioritaria e richiede un approccio più attento e responsabile sull’impatto ambientale delle produzioni. Il Mare Nostrum non può diventare il mare dei veleni.
Venti giorni fa il ministro delle Imprese, Urso, aveva parlato, con riferimento al depuratore Ias, di “nuove evidenze sulle emissioni, che oggi risultano in netto miglioramento…” Sarà, ma con quest’altra inchiesta, il (presunto) reato di disastro ambientale aggravato si irrobustisce e coinvolge i vertici dell’Isab. Forse, signor ministro Urso, non sono i magistrati a mettere a rischio la produzione e il lavoro e più che annunciare task force per “convincerli” a rimuovere gli effetti della disapplicazione del decreto di bilanciamento sarebbe più saggio riscrivere il decreto, recependo le osservazioni del Gip Palmeri…
Dopo il caso del depuratore Tas, si deve riconsiderare l’orientamento di chiudere nel 2026 il depuratore pubblico per sostituirlo con i cinque depuratori delle industrie e altrettanti scarichi a mare. Bene o male il depuratore Ias, se tirato a lucido con interventi di risanamento da parte della Regione, che ne è proprietaria, può garantire la regolarità del trattamento dei reflui, ma quali garanzie possono dare i depuratori privati?

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