Venerdì 15 novembre alle 17.30, presso Villa Reimann a Siracusa, verrà presentato il volume di Gaetano Blundo “Arundo donax – La civiltà della canna” edito dal Centro studi di tradizioni popolari “Xiridia”.
I relatori saranno l’etnoantropologo Giuseppe Implatini, lo scrittore Corrado Di Pietro, Maria Lucia Riccioli, docente e scrittrice, con l’intervento di Cetty Bruno, direttrice del museo dedicato a Nunzio Bruno a Floridia (SR) e direttrice editoriale di “Xiridia”.
Queste le parole di Marcello Lo Iacono, che presiede l’associazione dedicata alla memoria di Christiane Reimann, che insieme al Comune di Siracusa e al Consorzio universitario “Archimede” ha reso possibile l’evento, inserito nella stagione 2024 di Villa Reimann: “Continua quel filo rosso che sottintende la nostra identità siciliana, spesso bistrattata ma che è di fondamentale importanza per comprendere la grande produzione letteraria, poetica, pittorica, artistica che fanno della Sicilia una cosa unica nel panorama nazionale e mondiale. Dovremmo esserne fieri!”.
Riportiamo qui una delle note al libro a mo’ di recensione:
Terminata la lettura del dotto e documentato lavoro di Gaetano Blundo, lette anche le competenti parole di Sebastiano Burgaretta, Corrado Di Pietro, Giuseppe Implatini e Salvo Sequenzia, ben poco mi resterebbe da dire: Gaetano, cui mi legano non solo sentimenti di stima e apprezzamento ma anche la comune parentela e una “eredità d’affetti” che risale ai nostri genitori, nonni e oltre, è artista ed esperto di etnoantropologia “sul campo”, mentre gli esperti citati lo sono per mestiere e consuetudine.
A me il compito di suggerire, di evocare suggestioni.
Come non pensare al mito di Siringa (seguace di Diana, la dea di Ortigia, ci ricorda Ovidio nelle Metamorfosi come pure il Teocrito di un epigramma d’incerta paternità) di cui s’incapricciò il dio Pan che poi sulle rive del fiume Ladone la trasformò in canna, pianta che vibra al soffiare del vento?
Come non rileggere Grazia Deledda e il suo Canne al vento, romanzo evocativo e potente che nella metafora della canna rivela la fragilità umana e insieme la sua (utilizzo una parola di cui ormai si abusa) resilienza?
Oltre ai riferimenti mitici e letterari, artistici e musicali, c’è una frase celeberrima che mi porto dentro da quando la lessi e studiai per la prima volta. L’homme n’est qu’un roseau, le plus faible de la nature, mais c’est un roseau pensant. Il ne faut pas que l’univers entier s’arme pour l’écraser; une vapeur, une goutte d’eau suffit pour le tuer. Mais quand l’univers l’écraserait, l’homme serait encore plus noble que ce qui le tue puisqu’il sait qu’il meurt et l’avantage que l’univers a sur lui, l’univers n’en sait rien. Naturalmente è un pensiero di Blaise Pascal, filosofo e matematico. Ecco la traduzione: “L’uomo non è che una canna, la più debole in natura, ma è una canna pensante. Non occorre che l’universo intero si armi per schiacciarlo; un vapore, una goccia d’acqua bastano per ucciderlo. Ma anche quando l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe ancora più nobile di ciò che lo uccide poiché sa che sta morendo e del vantaggio che l’universo ha su di lui, mentre l’universo non ne sa nulla”. La canna come la ginestra leopardiana, simbolo di dignità e della poesia stessa. Leggendo il libro di Gaetano Blundo ci aggiriamo tra storia e memorie personali e familiari, tecniche e studi, passioni come la musica e l’arte, il tutto sotto il segno della canna, fragile e fortissima, pronta a difendersi eppure così duttile ai mille usi che l’uomo ne fa da millenni. Raccogliere e tramandare i saperi, il “saper fare”, o, come avrebbe detto Umberto Eco, le “grammatiche” delle cose è opera meritoria e un richiamo all’umiltà: l’essere umano (che viene dall’humus ma lo ha dimenticato) per progredire deve volgersi indietro e capire che l’ultimo anello della catena iniziata molto prima di lui non può staccarsene, come la vite dagli evangelici tralci. Modernità non è sempre progresso e tradizione è un passarsi il testimone nella corsa del tempo (Maria Lucia Riccioli).


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