Il randagismo è un fenomeno assai complesso, frutto di dinamiche diverse sui territori e di differenti modalità di percezione della problematica. Sebbene il controllo del randagismo sia aumentato, il fenomeno è ancora diffuso nel nostro Paese. Abbiamo così pensato di farci raccontare dai professori Bruno Festa e Carmela Comei, responsabili di “Amici per la coda”, gruppo di volontari indipendenti, uniti dallo scopo di fare del bene agli animali, ma anche a chi sceglie di adottarli, la storia del randagismo in Italia e a Siracusa e la lunga battaglia normativa.
Professore Festa cosa accadeva prima del 1991?
Prima dell’emissione della legge quadro nazionale n. 281 del 1991, il randagismo era un fenomeno privo di regolamentazione. Spesso i proprietari di animali domestici aprivano semplicemente la porta di casa, lasciando che i loro animali vagassero liberamente per la città. Ciò permetteva agli animali di sporcare le strade, cercare cibo nei rifiuti, accoppiarsi senza controllo e, talvolta, causare incidenti stradali o aggredire altri animali o persone. I cani randagi che vivevano nelle aree extraurbane si accoppiavano liberamente, e i cuccioli che sopravvivevano alla selezione naturale venivano spesso abbandonati vicino ai cassonetti della spazzatura. Molti morivano per malattie come la gastroenterite o a causa di infestazioni di pulci e zecche. Quelli che sopravvivevano, nel giro di un anno, erano pronti per riprodursi. C’è la necessità di spiegare subito che i canili municipali prima della legge quadro del 1991 non erano rifugi così come li intendiamo oggi, ma dei veri e propri luoghi di detenzione dove il cane catturato sostava in attesa di essere sottoposto ad eutanasia. Erano strutture spesso fatiscenti e non in grado di accogliere un gran numero di cani e per un lungo periodo. Per questo motivo, l’eutanasia diventava la principale strategia per contenere il numero dei cani randagi. In assenza di programmi strutturati di microchippatura, sterilizzazione e adozione, molti comuni ricorrevano all’eliminazione dei cani come misura di controllo del randagismo. Questo approccio crudele e cinico veniva giustificato o nascosto con l’affermazione che fosse necessario per limitare la diffusione di malattie, come la rabbia, che in alcune regioni d’Italia rappresentava una preoccupazione sanitaria. C’è da dire, comunque, che nel Comune di Siracusa, come in altri comuni italiani, era presente, una piccola struttura privata, che in seguito diventerà un canile convenzionato, dove alcuni di questi cani catturati venivano ospitati per sfuggire al loro triste destino.
Cosa succedeva ai cani presenti nei canili municipali?
L’eutanasia veniva praticata dopo un breve periodo di detenzione nel canile municipale, solitamente tra i 3 e i 10 giorni, se l’animale non veniva reclamato dal proprietario o adottato. Questa pratica era considerata una soluzione rapida per ridurre il sovraffollamento di cani randagi sul territorio. Tuttavia, l’eutanasia come strumento di controllo del randagismo non risolveva il problema alla radice. L’alto tasso di abbandoni, la mancanza di una cultura della sterilizzazione e l’assenza di un’educazione pubblica sulle responsabilità nella gestione degli animali domestici mantenevano i canili costantemente pieni, trasformando la soppressione degli animali in una pratica ciclica. L’eutanasia suscitava forti critiche da parte delle associazioni animaliste, che chiedevano soluzioni più etiche e sostenibili.
Una seria svolta si è avuta con la legge 281/91
Sì, la legge quadro nazionale n. 281 del 1991 chiarì subito il divieto di praticare l’eutanasia e gettava le basi per una gestione sistematica del fenomeno del randagismo in Italia. L’obiettivo era concreto ed efficace: ridurre il numero di cani randagi vaganti sul territorio ospitandoli prima nei canili sanitari dove sarebbero stati microchippati e sterilizzati e dopo nei canili rifugio in attesa di adozione. Si poneva, quindi, l’esigenza della costruzione di canili municipali e sanitari o di canili convenzionati laddove il comune affidava questo servizio di accoglienza ai privati. La legge destinava buona parte dei finanziamenti a tale scopo e inoltre finanziava campagne di sensibilizzazione affinché l’adozione rendesse i canili strutture di transito, permettendo ai cani adottati di lasciare spazio ai nuovi arrivati, innescando così un ciclo virtuoso per rendere gestibile il randagismo. Per prevenire l’aumento del numero di cani sul territorio, fu istituito l’obbligo di microchippatura, sia per i cani randagi catturati sia per quelli di proprietà al fine di limitare gli abbandoni, specialmente durante il periodo estivo. Tuttavia, per rendere operativa la legge nazionale a livello locale, era necessario che ogni regione emanasse una legge applicativa. La legge quadro, infatti, delegava la responsabilità di decidere chi dovesse fare cosa alle regioni le quali, conoscendo la reale portata del problema, dovevano stabilire quale istituzione locale fosse responsabile della cattura dei cani, della costruzione di canili comunali e sanitari, delle campagne di sensibilizzazione per favorire le adozioni e dell’acquisto di medicinali e attrezzature per le sterilizzazioni.
Molte regioni, specialmente quelle del Nord, emisero subito le loro leggi applicative, e i finanziamenti nazionali furono spesi per gli scopi previsti. In Sicilia invece?
La Regione Sicilia emanò la propria legge applicativa solo nel 2000, creando così un vuoto normativo di ben nove anni. Durante questo periodo, né il Comune né l’ASP sapevano come utilizzare i finanziamenti stanziati. L’unica certezza era che la legge quadro nazionale imponeva una strategia di contrasto e prevenzione del randagismo, ma che non poteva essere applicata sul territorio del Comune di Siracusa, come in tutta la Regione. L’altra certezza era che l’eutanasia non poteva più essere utilizzata come strumento per riequilibrare il numero di cani. Di conseguenza, il numero di cani randagi crebbe esponenzialmente sia in città sia nelle aree extraurbane. La protesta dei cittadini si fece sempre più forte, poiché si sentivano minacciati nella loro sicurezza fisica e sanitaria, mentre le istituzioni non erano in grado di rispondere. La prima risposta non venne dal settore pubblico, ma da quello privato. Due associazioni animaliste, iscritte all’albo regionale, costruirono due canili privati, con cui il Comune stipulò subito una convenzione per il mantenimento dei cani. La maggior parte dei randagi che stanziavano in città fu catturata e portata in questi canili convenzionati. Accadeva spesso che sotto la pressione delle emergenze, questi canili cominciassero ad ospitare più cani superando di molto il numero di cani che la struttura poteva contenere causando gravi situazioni di maltrattamento che avrebbero richiesto la chiusura immediata delle strutture da parte dell’ASP. Inoltre, l’area extraurbana venne completamente trascurata, e la proliferazione incontrollata, insieme ai continui abbandoni, fece aumentare drasticamente il numero dei cani sul territorio. Iniziò così un lungo e caotico periodo di emergenze. I cani incidentati, ammalati o segnalati dai cittadini non potevano essere prelevati per mancanza di un servizio di cattura e, anche se prelevati, non potevano essere portati nei canili convenzionati, ormai strapieni. Inoltre, nei canili i cani non venivano microchippati o sterilizzati, e non era raro che nascessero cucciolate al loro interno. L’unico modo per far entrare un cane o una cucciolata in canile era la morte di altri cani ospiti. I cani venivano ammassati nelle gabbie senza considerare la compatibilità, con frequenti episodi di aggressività fatale. Le cucciolate abbandonate che riuscivano ad essere ricoverate nei canili venivano decimate da epidemie di gastroenterite e cimurro e i cani malati non venivano curati. Fu per questi e altri motivi che il termine “canili lager” divenne popolare. Questa situazione si protrasse per nove anni, causando conflitti tra Comune e ASP, tra istituzioni e cittadini, e, in particolare, con i volontari animalisti, che iniziarono a operare in modo autonomo, senza alcun coordinamento con le istituzioni. Si prendevano cura dei cani incidentati, ammalati e delle cucciolate. Spesso riuscivano a farli adottare, ma non erano né microchippati né sterilizzati.
Quando nel 2000 fu promulgata la legge regionale n. 15, il legislatore delineò una strategia di contrasto e prevenzione del randagismo chiara ed efficace, che, se correttamente applicata, avrebbe portato a una significativa riduzione del fenomeno.
Infatti furono definiti, seppur tardivamente, i ruoli e le responsabilità dei Comuni, dell’ASP e delle Associazioni Animaliste. Al Comune spettava il compito di prelevare i cani randagi vaganti sul territorio, e l’ASP li doveva microchippare e sterilizzare. Il punto chiave della strategia regionale ruotava intorno all’articolo 15, riguardante il “cane di quartiere”. La legge regionale, constatando che i canili convenzionati erano sovraccarichi consentiva ai Comuni di catturare i randagi vaganti, sterilizzarli e, dopo il necessario periodo di degenza e la microchippatura, reimmetterli nell’area di provenienza come “cani di quartiere”. C’è da considerare che nel panorama nazionale l’art. 15 è presente solo nella legge regionale siciliana e nella Regione Campania dove fu introdotta nel 2019. Il prelievo costante dei cani randagi, la loro riammissione sul territorio come cani di quartiere sterilizzati avrebbe nel giro di qualche anno consentito di ridurre in modo drastico il numero dei cani e rendere gestibile il fenomeno del randagismo.
Questa strategia che richiedeva semplicemente un servizio cattura che operasse quotidianamente e una struttura sanitaria adeguata alle sterilizzazioni ed alle degenze post-operatorie, si scontrò subito con una consolidata realtà caotica ed emergenziale causata da nove anni di vuoto legislativo.
La maggiore difficoltà era costituita dal fatto che nessuna istituzione aveva costruito un canile sanitario. Nelle istituzioni si sviluppò uno strano atteggiamento. La legge veniva applicata, ma allo stesso tempo veniva svuotata nel suo aspetto strategico di contrasto e prevenzione del randagismo. Questo atteggiamento può essere spiegato se si prendono in considerazione alcuni fattori. I finanziamenti nazionali e regionali erano ridotti e i fondi del Comune venivano in gran parte destinati al mantenimento dei cani ospiti dei due canili convenzionati e la rimanente parte a fronteggiare le emergenze sanitarie. Il Comune non potendo assumere nuovo personale per il servizio cattura a causa della crisi economica istituì il servizio stipulando una convenzione con uno dei canili convenzionati. Ma, il servizio cattura invece di operare in un’ottica preventiva come previsto dalla legge, divenne un servizio a ‘chiamata’ attivato solo in caso di segnalazioni da parte dei cittadini di cani incidentati o malati. Allo stesso modo si comportò l’ASP che non avendo una struttura sanitaria per la sterilizzazione e la degenza, cominciò ad applicare la legge aprendo una convenzione con i due canili convenzionati per utilizzare il loro ambulatorio medico, in cui la presenza di un tavolo operatorio è obbligatorio per legge. Accadeva così che in giorni stabiliti della settimana, i medici veterinari ASP si recassero nei canili convenzionati portando con sé i loro strumenti chirurgici e le medicine necessarie per sterilizzare i cani ospiti. In questo modo si superava anche il problema della degenza perché il cane sterilizzato veniva messo in isolamento nello stesso canile prima di essere riammesso nella gabbia di appartenenza. Anche in questo caso, la strategia preventiva di contrasto al randagismo fu resa inefficace perché in questo processo di sterilizzazione furono esclusi i cani randagi vaganti nell’area extraurbana del Comune che liberi di proliferare aumentavano esponenzialmente il numero dei cani sul territorio causando continue emergenze.
Cos’è accaduto a questo punto?
Si aprì così un conflitto tra il Comune e l’ASP veterinaria, ad oggi, non ancora risolto. Il Comune si giustificava sostenendo che era inutile avviare un servizio cattura finalizzato alla cattura costante di cani randagi se l’ASP non aveva una struttura sanitaria dove effettuare le sterilizzazioni e la degenza. L’ASP, a sua volta, affermava che pur non disponendo di una struttura sanitaria adeguata, poteva sterilizzare tutti i cani che venivano portati nei loro ambulatori medici a patto che gli stessi fossero portati via al risveglio dall’anestesia. L’ASP, quindi, si concentrò prevalentemente sulla sterilizzazione dei cani già rinchiusi nei canili convenzionati trascurando i randagi che popolavano le aree extraurbane di Siracusa. Questa situazione provocò un ulteriore aumento del numero di cani randagi sul territorio alimentato anche dal fenomeno degli abbandoni. La situazione si aggravò velocemente. I cittadini segnalavano non solo la presenza massiccia di cani randagi sul territorio, ma anche di branchi pericolosi che si radunavano in particolari aree del Comune e di cui i cittadini si sentivano minacciati. Insomma, c’era una forte pressione da parte dei cittadini che chiedevano al Comune e all’ASP di togliere questi cani dal territorio e ricoverarli nei canili convenzionati che tuttavia non potevano ospitarli perché strapieni. Si pensò anche di trasferire un certo numero di cani ospiti nei canili convenzionati in altri canili fuori provincia o addirittura fuori regione o di avvalersi delle strutture sanitarie di alcune associazioni animaliste nazionali per sterilizzare i cani ei gatti direttamente nelle aree di stazionamento.
Ma erano soluzioni disperate dettate dall’esigenza di fronteggiare le emergenze ed allentare la pressione della cittadinanza.
Il vero problema era sul territorio dove non essendo stata messa in atto alcuna forma di contrasto e prevenzione al randagismo, così come previsto dalla legge regionale del 2000, il numero dei cani continuava a crescere in modo esponenziale. La risposta all’immobilismo del Comune e dell’ASP venne dai volontari animalisti autonomi che operavano sul territorio e conoscevano lo stazionamento dei cani. In pratica, cominciò a svilupparsi una prassi che si muoveva tra il legale e l’illegale perché le istituzioni pur sapendo che ciò che facevano i volontari era illegale di fatto autorizzavano la loro attività. I volontari animalisti, dopo aver individuato i cani randagi, chiedevano al Comune l’autorizzazione per la sterilizzazione. Una volta ottenuta, prelevavano con mezzo proprio il cane da sterilizzare, lo portavano negli ambulatori medici dei canili e lo prelevavano subito dopo l’anestesia per rimetterlo ufficialmente nell’area di provenienza così come recitava l’art. 15. In verità il cane veniva ospitato in uno stallo privato o a pagamento. Dopo la degenza, iniziava il percorso di adozione. Sono gli anni di Internet e dei social media. Molti volontari erano in contatto con volontari animalisti del nord disposti ad adottare i cani sterilizzati o ad ospitarli nelle loro strutture in attesa di adozione. Iniziò così quella emigrazione di cani che nonostante le buone intenzioni dei volontari non sempre andava a buon fine.
Alcune denunce portarono a delle inchieste da parte della magistratura
Che fece emergere quello che fu definito il ‘business del randagismo’ e riguardavano soprattutto le ‘staffette’, camioncini fatiscenti, nei quali, o a causa di incidenti o delle cattive condizioni di trasporto i cani spesso morivano. Cominciarono a partire centinaia di cani sterilizzati, ma anche cucciolate non microchippate. Niente si sapeva del loro stato di salute, se erano abituati a stare a contatto con le persone o altri animali domestici, se erano ombrosi o morsicatori. Quindi, accadeva spesso che le famiglie che adottavano questi cani e cuccioli spesso si trovavano nella situazione di non saperli gestire. Non essendo registrati era facile l’abbandono o il trasferimento presso un’altra famiglia che a sua volta si sarebbe presto trovata a vivere lo stesso disagio della famiglia precedente. Non era raro il fatto che spesso per le strade del nord si trovassero cani vaganti con microchip dell’anagrafe regionale siciliana. Alcune regioni del nord cominciarono a denunciare un randagismo di ritorno causato da questo flusso illegale dei cani del sud.
Questa situazione andò avanti fino al 2017 quando la Regione Sicilia nel 2017 emise il Decreto regionale contenente le “Norme per la Corretta Movimentazione di Cani e Gatti”.
Il motivo per cui la Regione emise questo decreto può essere letto nelle considerazioni introduttive che denunciavano il grave stato di illegalità a cui bisognava porre fine. Visto da questa prospettiva, il decreto fu giusto ed efficace. Se si guarda invece alla responsabilità di chi ha contribuito a sviluppare questa situazione, il decreto può sembrare immorale perché attribuisce tutta la responsabilità ai volontari animalisti autonomi che in tutti quegli anni avevano agito senza alcun coordinamento con le istituzioni. Ma, in questi 17 anni non era stato il Comune ad autorizzare le sterilizzazioni proposte dai volontari animalisti e l’ASP non avrebbe dovuto verificare ciò che accadeva sul territorio dopo che imponeva ai volontari di riprendersi i cani e portarseli via subito dopo il risveglio dall’anestesia? Non avevano le istituzioni chiuso un occhio vedendo che questa attività illegale alleggeriva la pressione della cittadinanza e contribuiva, in qualche modo, a diminuire il numero dei cani randagi sul territorio? Comunque si valuti, questo Decreto regionale non solo riportò la movimentazione di cani e cuccioli nell’ambito della legalità, ma soprattutto riportò la gestione del randagismo sotto l’autorità delle istituzioni che avevano in questi anni, a causa di un opportunismo reciproco, perduto il controllo. Questa riconquistata autorità permise a Comune e ASP ad applicare con più rigore alcuni aspetti della legge regionale del 2000 che erano stati nel tempo trascurati. Si cominciò per esempio a costringere i canili convenzionati ad adeguare, anche se ancora con il sistema della deroga, le loro strutture ai criteri sanitari e di sicurezza definiti dalla legge regionale. L’entrata o l’uscita dei cani dai canili convenzionati venne regolamentata con maggiore rigore e si definirono criteri comportamentali che i cittadini dovevano assumere quando rinvenivano un cane incidentato, malato o vagante sul territorio. Fu istituita una sezione dedicata al randagismo nel comando dei vigili urbani. I cani ospiti dei canili convenzionati sono tutti microchippati e sterilizzati e in caso di adozione escono dal canile con il certificato sanitario ed il passaggio del microchip trasferito al nuovo proprietario.
Qual è l’attuale situazione nella nostra città?
Nonostante queste condizioni favorevoli, Comune e ASP sono ancora inadempienti su un punto strategico della legge regionale del 2000 ovvero quello della prevenzione. L’ASP non ha ancora una struttura sanitaria adeguata alle aspettative della legge. Il Comune non ha un servizio cattura e non ha ancora messo in atto campagne di sensibilizzazione che favorirebbero il processo di adozione e riporterebbero i canili convenzionati alla loro originale funzione di strutture di transizione. Al momento, Comune ed ASP si limitano a gestire il fenomeno del randagismo che non è più sentito dalla cittadinanza come un problema emergenziale anche se è ancora latente. Al momento, una maggiore sensibilità verso il problema del randagismo viene dai gestori dei due canili convenzionati e in particolare uno che da un paio di anni consente ai volontari di un’associazione animalista iscritta all’albo regionale di far sgambare i cani in tre aree finalizzate a tale scopo. Tra i volontari sono presenti anche alcune figure professionali, educatori cinofili, che lavorano sia sui cani sia sui volontari che possono in questo modo svolgere il loro volontariato con maggiore professionalità. Il lavoro che è iniziato come semplice sgambamento si sta trasformando anche in monitoraggio individuale dei cani perché i volontari possono segnalare al gestore casi di incompatibilità tra cani facenti parti dello stesso gruppo che vengono a loro volta inseriti in altri gruppi compatibili con il loro carattere. Inoltre, il monitoraggio consente di individuare subito cani che non stanno bene e che vengono segnalati al medico veterinario del canile che provvede alla visita medica e al percorso sanitario successivo. La conoscenza individuale dei cani facilita il processo di adozione in quanto conoscendo le caratteristiche e il carattere del cane diventa più facile trovare il cane adeguato alle esigenze dell’adottante. L’adottante stesso viene aiutato dai volontari in vari momenti di conoscenza del cane scelto. Ad un primo momento d’incontro individuale, seguono momenti in cui il cane viene messo a contatto con altri membri della famiglia e altri animali domestici al fine di ridurre quanto più possibile il ritorno del cane adottato nella struttura ed evitare un nuovo stress. Un altro contributo all’adozione viene dal fatto che i volontari fotografano e fanno dei video dei cani nelle aree di sgambamento che poi inseriscono nei vari social ampliando la possibilità di farli adottare. Questo lavoro ha trovato riscontro nell’elevato numero di adozioni che si sono avute negli ultimi anni e ciò ha permesso l’inserimento di nuovi cani dal territorio. Al momento, il fenomeno è in una fase gestibile, ma la mancanza di quelle misure preventive di contrasto al randagismo dettate dalla legge regionale da parte del Comune ed ASP potrebbero far esplodere presto nuove emergenze.

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