Dalla Sicilia dei cliché, irredimibile e cialtrona, non ci si libererà mai. In principio erano gli scialli, i carretti, gli aranci e i friscaletti. Poi venne il tempo delle raffinerie di petrolio, del mare color veleno, dell’inquinamento e dei morti di cancro. E fu così che dalla Sicilia di mafia si passò alla Sicilia tossica: un nuovo ciclo editoriale e cine-radio-televisivo emerso dalle macerie di un Paese culturalmente sfasciato.
Perché in questa periferia di mondo, salvo rare eccezioni, le storie diventano la materia attraverso cui plasmare una narrazione precotta e preconfezionata, sciatta e superficiale. Uno pseudo-racconto che si accomoda a rendere della realtà una grossolana caricatura – isolando, astraendo ed esaltando gli elementi più appariscenti e spettacolari (le luci colorate, i fumi delle ciminiere, i volti incupiti, le lacrime, i colpi di tosse…) per farne fiction, banalizzazione del bene e del male, estetica e pornografia del dolore, del dramma e della morte.
Basta tirare la linea di mezzo. Da una parte le ciminiere e gli industriali intoccabili; dall’altra gli sparuti ambientalisti-eroi, le mamme coraggio, il prete, i lutti e le messe. La sofferenza “messa in scena” e brandita come feticcio. “Gli attivisti” come improvvisati e solitari lottatori al cospetto di una popolazione monoliticamente apatica e sotto ricatto. L’ambientalismo ridotto a innocuo folclore. La memoria delle lotte sociali silenziata dalle urla e dalle cantilene pressappochiste dell’ultimo arrivato sulla piazza.
Applausi. Finalmente si spezza il silenzio, l’omertà. Bravi, autori impegnati. Menzione speciale, interviste, podcast. Primo premio al festival sponsorizzato dalla Coca-cola. Ospitata d’onore nella rassegna cinematografica della famiglia Benetton. Bravi. Riconoscimenti più che acconci ad una rappresentazione sensazionalistica a buon mercato, vuota e compiacente, in cui non c’è spazio né tempo per indagare e spiegare i pezzi di una realtà complessa e frastagliata, avvertendo la profonda necessità (e la responsabilità) di un lavoro di ricerca arduo e faticoso.
Molto più facile ripiegare negli stereotipi e nel qualunquismo di un’anonima voce fuori campo: “Siamo in Sicilia, c’è la mafia, c’è la politica, gli affari, persino la magistratura…”. E allo spettatore sconcertato non resta che esclamare: “Ma che siamo in un film di Alberto Sordi?!”. Eh già! Ce lo meritavamo Alberto Sordi, e forse ci meritiamo pure Toxicily. Se lo merita in particolare chi sostiene che della questione ambientale siracusana “l’importante è che se ne parli”. Poco importa la forma, la qualità, il valore culturale del risultato finale. È la stolta noncuranza dai “buoni propositi”. La Sicilia tossica dell’ennesima sciacallata.

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