GRAZIE dr. CARUSO, MA LA VERITA’ E’ UN’ALTRA. ECCO I MOTIVI – Bronzi di Riace, Madeddu replica all’archeologo.

Gentile dottor Caruso, desidero innanzitutto ringraziarla per l’attenzione che ha riposto sulla mia ipotesi e per il garbo che ha mostrato (eccetto la battuta di Ikea, inesatta, ma comunque simpatica e divertente anche per me). Finora è l’unico studioso che non ha rifiutato il confronto, come invece ha fatto qualche altro suo collega col comodo pretesto di non volersi confrontare con studiosi “non accademici”. Il suo atteggiamento denota l’umiltà del vero studioso (e preparato quale lei è). Una dote ormai rara e davvero molto apprezzata. Dico subito, però, che per elaborare il suo articolato intervento lei, purtroppo, ha avuto a disposizione solo il mio vecchio e ormai sorpassato testo del 2015 (“Il re nudo”) e qualche articolo di giornale. Non conosce ovviamente la pubblicazione che a breve daremo alle stampe con tutte le novità della ricerca. Tutti i rilievi da lei sollevati, infatti, troveranno una adeguata risposta nel prossimo nostro lavoro. Rimanderei pertanto ogni ulteriore discussione a dopo la pubblicazione.

Tuttavia qualche prima anticipazione mi corre l’obbligo di farla, e dunque, la ringrazio anche per l’opportunità che mi ha dato di chiarire qualche aspetto dell’ipotesi siracusana. Mi scuso se ogni tanto traduco dei termini tecnici, non lo faccio ovviamente per lei, ma per i lettori non addetti ai lavori ma eventualmente interessati alla lettura.

L’ipotesi siciliana di Holloway e McCann

Non è vero che Holloway lanciò l’ipotesi del ritrovamento dei Bronzi in acque siciliane in “forma fortemente dubitativa, perché vi fondò totalmente la sua ipotesi della loro origine siciliana. Come mi ha spiegato la figlia Anne Holloway che vive negli USA, sua padre utilizzò il termine “voci incontrollate” per ovvi motivi di prudenza, visto che l’organizzazione “parastatale” che li recuperò non era certamente la Soprintendenza del Mare. La Holloway ci ha confermato che il padre, vista l’autorevolezza internazionale dello studioso, non avrebbe mai scritto un rigo se non ne fosse stato assolutamente certo, anche perché le informazioni gli furono passate non venivano dalla gente della strada, ma direttamente da mercanti di opere d’arte che erano soliti supportare i propri affari con documentazioni probanti, anche fotografiche. E forte di tutto questo Holloway, senza mezzi termini, concluse testualmente: “La scoperta degli Eroi di Riace non fu la scoperta di un carico antico, bensì del nascondiglio di un’operazione clandestina”. Altro che “forma dubitativa”.

Non è vero, inoltre, che Holloway “sconfessò l’ipotesi siracusana. Semmai fece il contrario. L’archeologo, dopo essersi soffermato sulla possibile tesi delle coppie di ecisti (fondatori) delle poleis di Camarina, Gela e Akragas, e dopo aver precisato che però ciò sarebbe stato incompatibile con il trafugamento da parte dei romani in epoca ellenistica (età a cui riconducono le ceramiche sui Bronzi), conclude testualmente: “Se l’esportazione degli Eroi di Riace fosse dovuta ai Romani, una sola città sarebbe stata capace di fornire loro statuaria del quinto secolo: Siracusa, che rimase indenne fino alla presa di Marcello nel 212 a.C.”. Altro che sconfessare l’ipotesi siracusana. Legga bene l’articolo.

Alle stesse conclusioni peraltro giunse anche un’altra grande archeologa americana, Anne Marguerite McCann, che propose di identificare nei Bronzi i Dinomenidi Gelone e Ierone di Siracusa.

La statua di Gelone nudo.

Non è vero che le fonti non tramandino il ricordo di una statua di Gelone nudo. La verità è che lei, gentile dottore, ha preteso di tradurre il termine “gymnos” (cioè “nudo”) con il significato di “vestito col solo chitone”. Ora, che “nudo” significhi “vestito”, nonostante la mia grande passione per il greco antico e per gli ossimori, come dicono dalle nostre parti, “non si può proprio sentire”! E spiego il perché. Cerchiamo, dunque, di fare chiarezza una volta per tutte.

Il fatto storico da cui trasse origine la statua è legato al momento in cui Gelone, dopo la vittoriosa battaglia di Imera, rimise il mandato e la sua stessa vita al popolo che poi lo acclamò. Su questo episodio abbiamo tre fonti, Diodoro, Polieno ed Eliano, il primo vissuto nel I sec. a.C., gli altri nel II d.C. Chiariamo subito un punto: essendo vissuti da quattro a sei secoli dopo, questi autori dovettero utilizzare fonti precedenti e oggi perdute. Le fonti sono gli storici siracusani Antioco (autore di una “Sikelikà Istoria” in 9 libri che giungeva fino alla pace di Gela, 424 a.C.) e Filisto, (autore di una “Syntaxis tou Sikelikon” in 14 libri che andava dai Sikani fino al 367 a.C.), due autori vissuti tra il V e il IV secolo a.C., e dunque vicinissimi ai fatti. Filisto, peraltro, venne considerato da Cicerone il più attendibile degli storici, al pari di Tucidide, un po’ meno Antioco. E ciò spiega le apparenti contraddizioni nei testi di chi poi li utilizzò entrambi. Ebbene nei loro testi Diodoro e Polieno si limitano a citare l’episodio storico, mentre Eliano aggiunge anche il particolare della statua che fecero a Gelone per ricordare quell’episodio. Tutti e tre, però, riportano per ben sette volte il termine “gymnos” cioè “nudo” (delle quali solo due volte associato a “ton oplon”, cioè “nudo delle armi”) e una sola volta, uno di loro, fa riferimento al presunto chitone. Si tratta del più contraddittorio tra i due passi di Eliano, quando questi prima scrive che Gelone si presentò “en kitonisko gymnos ton oplon”, cioè “nudo delle armi e con kitonisko” (laddove il “kitonisko” non è il kitone, ma una corta camicia che i guerrieri indossavano sotto l’armatura). Poi però si contraddice perché due righe dopo scrive che nella statua che lo ritraeva aveva invece il kitone senza cintura, “en azosto kitoni” (XIII, 37). A fronte di ciò, però, tutte le altre volte in cui gli autori se ne occupano, il kitone e il kitonisko spariscono. Polieno ad esempio descrive l’episodio scrivendo che Gelone si presentò nudo” (“stàs ev meso gymnos”). Ed il fatto che “gymnos” significhi “nudo” e non “vestito” come sostiene lei, lo chiarisce inequivocabilmente lo stesso Polieno, quando il rigo prima scrive exedu ten estheta”, che significa si spogliò delle vesti (I, 27). Altro che chitone! E non contento di ciò, Polieno ribadisce la nudità di Gelone anche una terza volta, quando gli fa dire Outos egò gymnos umin esteka”, cioè “io mi presento a voi nudo! Sostanzialmente simile è la versione di Diodoro Siculo che, oltre a scrivere che Gelone si presentò “ton oplon gymnos”, cioè “nudo delle armi”, chiarisce inequivocabilmente la nudità di Gelone quando subito dopo aggiunge che era akìton en imatio, laddove la alfa di akìton è una alfa privativa, cioè significa senza chitone”! Probabilmente l’unico indumento che si lasciò addosso fu l’imatio, un mantellino sulle spalle che simboleggiava il comando (che non necessariamente doveva essere realizzato in bronzo nella statua) e che comunque lo lasciava lo stesso nudo (XI, 26). Ma chi appare tagliare la testa al toro è lo stesso Eliano che dissolve ogni dubbio riguardo al passo contraddittorio del kitone quando, in un altro passo, questa volta chiarissimo e coerente, scrive prima che Gelone elthòn eis tèn agoràn gymnòs, cioè si recò nudo nell’agorà, e poi aggiunge in maniera inequivocabile che “dià tautà toi kaì en to tes Sikelìas ‘Eras nao èsteken autou eikòn gymnòs deiknusa (VI, 11) e cioè: per questo motivo, quindi, anche la sua statua, presso il santuario di Hera che è in Sicilia, venne raffigurata nuda. E con questo abbiamo proprio tagliato la testa al toro ! Altro che chitone! Peraltro, come giustamente fa notare la McCann, Gelone alla sua morte godette di un culto eroico e venne considerato un nuovo ecista, in quanto rifondatore della città. E dunque la nudità non solo è documentata in modo inequivocabile per ben sette volte nei testi, ma è pure perfettamente coerente col culto eroico di cui godette presso il popolo, che ne venerò la statua nei secoli. Insomma, gentile dottore, il fatto che “gymnos” non significhi “nudo”, ma “vestito” non è un dato oggettivo, ma una sua soggettiva e personalissima opinione, rispettabile, ma pur sempre una opinione. E la ricerca storica e archeologica, come lei m’insegna, è un’altra cosa.

Il passo di Dione Crisostomo, alias Favorino da Arles

Un altro rapido chiarimento meriterebbe la rilettura del passo della 21ma Orazione (“Corintica”) di Favorino da Arles, attribuita in passato a Dione Crisostomo. Si tratta del brano in cui Timoleonte ordinò al popolo di processare tutte le statue dei tiranni per decidere quali destinare alla fusione per ricavarne monete. E i Siracusani le condannarono tutte tranne quella di Gelone, che molto probabilmente doveva essere proprio la statua del V sec. a.C. descritta da Eliano, visto che si trattava di un soggetto che godeva di culto eroico. Il passo è prezioso perché ci rivela la presenza di altre statue attorno a quella di Gelone, che pertanto rappresentava l’elemento centrale di un gruppo scultoreo, come dimostra l’esegesi corretta del brano, la cui illustrazione però è molto complessa e articolata e rischierebbe di appesantire questo intervento. Pertanto ne rinvio l’illustrazione alla prossima pubblicazione e qui mi limito ad anticipare che la chiave del rebus letterario è da ricercare nella vera fonte di Dione/Favorino, ovvero lo storico siracusano Atanis (coevo di Timoleonte), che scriveva nel dorico di Siracusa, caratterizzato da un alfabeto blu con forti contaminazioni dell’alfabeto rosso locrese. La chiave, infatti, sta nella probabile trascrizione errata di “schema” (“immagine”) in luogo dell’originario e raro termine dorico “skeuma” o del più diffuso “schemma” (“opera di”). Ma ne riparleremo dopo la pubblicazione dello studio.

La questione cronologica.

Riguardo poi alla datazione dell’opera (con riferimento al gruppo del re Gelone), lei dice correttamente che la scultura non potè essere successiva all’epoca dei Dinomenidi, ovvero il 465 a.C. Ed è vero. Tuttavia non è vero che tutti gli archeologi datino i Bronzi A e B di Riace al 460 e al 430 a.C. Alcuni studiosi li collocano entrambi tra il 470 e il 460 a.C. (Harrison, Holloway, McCann), altri studiosi li collocano entrambi al 450 a.C. (Dontàs, Moreno), altri riportano il Bronzo A al 470-460 e il B al 430 a.C. (Stucchi, Rolley, Di Vita, Paribeni), e altri ancora persino al 520-500 a.C. (Spatari). E infine lo stesso Corso, studioso tra i più attenti, li colloca entrambi nel periodo del pre-chiasmo policleteo e coevi al Cronide di Capo Artemisio, e dunque tra il 470 e il 460 a.C. Ipotesi che condivido pienamente, visto che i piedi delle due statue di Riace sono entrambi saldamente ancorati al suolo con l’intera pianta e non presentano il piede sinistro in dietro e poggiante con la sola punta come nel Doriforo. Circostanza che li colloca pienamente nel momento precedente alla maturazione del chiasmo policleteo. Insomma, sulla datazione “stilistica” non c’è alcun accordo tra gli studiosi. Fatto che denota come si tratti di opinioni soggettive e non di dati scientifici. L’unico dato archeometrico oggettivo è quello della datazione al radiocarbonio che, per via del cosiddetto Plateau di Halstatt, li colloca nel V sec. a.C. con range che vanno dal 511 al 400 a.C. per il Bronzo A e tra il 512 e il 398 a.C. per il Bronzo B, suggerendo peraltro la contestualità della realizzazione delle due opere (Calcagnile, 2014). Tutto il resto è aria fritta.

Il Santuario di Hera.

Riguardo al Santuario di Hera Sikelias non è necessario pensare fantasiosamente ad un divinità indigena preesistente, basta molto più realisticamente pensare all’antico costume greco di associare ad Hera epìklesis (attributi, per i non addetti ai lavori) legati al luogo. Basti pensare ad Hera Argeia (ad Argo) o a Hera Lacinia (presso il monte Lacinio a Crotone), e così via. Ma l’indizio più interessante ci viene da Ateneo, che la chiama anche con l’epìklesis di Olimpia (“Deipnosophistai”, XI, 462). E ciò per due motivi, non solo perché era la sposa di Zeus Olimpio, ma anche e soprattutto perché il culto di Hera Olimpia venne introdotto in Sicilia, e a Siracusa in particolare, dalla potente famiglia degli Iamìdai di Olimpia. Da Pindaro sappiamo che quando Archia fondò Siracusa i Bakchiàdai di Corinto si fermarono in Ortigia e gli Iamìdai di Olimpia alla Polichne (Olim. VI, 6). Non è un caso che i primi due templi in pietra a Siracusa furono quello di Apollo ad Ortigia (divinità cara ai Bakchiadài di Corinto) e quello di Zeus Olimpio alla Polichne (divinità cara agli Iamìdai di Olimpia). Orbene, è molto noto l’antico costume di associare spesso il culto delle due divinità. Nella stessa Olimpia, ad esempio, il tempio di Hera in origine era intitolato ad entrambe le divinità, almeno fin quando il secolo successivo venne innalzato il limitrofo tempio di Zeus. E molto spesso i santuari antichi erano delle strutture lignee o persino dei semplici altari a cielo aperto delimitati da un temenos (come ad esempio il santuario arcaico di Apollo Temenite). E questo è quello che probabilmente accadde anche per quello di Hera Olimpia a Siracusa, di cui non sono sopravvissute tracce architettoniche di strutture templari. E’ inverosimile pensare che tale santuario non fosse sorto nell’area sacra scelta dagli Iamidài di Olimpia per importarvi il culto delle proprie divinità. Un ultimo indizio ci viene dalla scelta di innalzare il Mausoleo di Gelone e Demarete presso l’Olympeion, come tramanda Diodoro Siculo (XIV, 63). E’ logico, infatti, pensare che la statua di Gelone fosse stata collocata presso il suo Mausoleo, ovvero presso l’area dedicata alle divinità di Olimpia, Zeus ed Hera, appunto. Credo che questi dati storici, letterari, archeologici e logici possano bastare. Ma voglio andare oltre. Sostenere, come lei ha fatto, che i risultati delle analisi geochimiche presso la foce dell’Anapo risultino inficiati dal fatto che il santuario di Hera non si fosse trovato lì vicino, appare poco logico. Sarebbe come dire che i risultati con cui la scientifica ha individuato il DNA dell’assassino sugli abiti della vittima sarebbero inficiati dal fatto che il delitto fu commesso in cucina e non nella stanza da letto come si pensava prima. Ma che importanza ha sapere dove era il tempio di Hera rispetto al fatto che le terre dell’Anapo, alla fine, sono risultate pressocchè identiche a quelle delle saldature dei Bronzi di Riace? Peraltro il sito dell’Heraion è stato l’ultimo degli indizi. Ve ne sono stati altri più importanti nella scelta, come la presenza di alcune caratteristiche geologiche già note e legate all’antica area paleopalustre e la presenza di tracce di un’intensa attività metallurgica che indicherebbe in quell’area un importante sito di antiche fonderie della città. E alla fine, mettiamo pure che nella scelta del sito sia stato determinante il fattore “C”. E allora? Quel che conta è il risultato finale delle analisi geochimiche!

La prassi della saldatura dei Bronzi

Riguardo alla prassi dell’assemblaggio delle statue di grandi dimensioni nei luoghi di esposizione, nonostante l’infelice tentativo di banalizzare la cosa con l’esempio della libreria Ikea (che le perdono comunque), merita rilevare che tale prassi è abbastanza documentata dalla letteratura. Nella prossima pubblicazione riporteremo tanti esempi in tal senso. Le ricordo che in passato persino le chiese venivano preparate a pezzi separati altrove e trasportate per il montaggio nei luoghi di destinazione, come attesta il famoso relitto di Marzamemi con gli elementi architettonici di una chiesa prefabbricata del VI sec. a.C. (G. Kapitan, 1964). Resta il fatto che le terre delle saldature dei Bronzi di Riace, come dimostrato dalla odierna letteratura scientifica, sono completamente differenti da quelle dei nuclei interni delle statue, a riprova del fatto che quelle statue, ammesso che furono fabbricate ad Argo, furono saldate e assemblate altrove. L’ipotesi remota che lo scultore possa aver utilizzato terre speciali per le saldature non trova ad oggi alcun fondamento, né scientifico, né letterario. Le terre non erano rare e preziose come i metalli, che venivano da lontane miniere. Le terre erano un materiale economico che veniva prelevato dalle aree limitrofe alle fonderie, come ben documentato.

Le analisi geochimiche.

Riguardo infine alla sua osservazione secondo cui l’ipotesi di Siracusa debba essere esclusa perché vi possono essere tante altre foci di fiumi in Italia e in Grecia con le stesse caratteristiche dell’Anapo, merita rilevare quanto segue.

L’unico fattore che può accomunare le terre delle foci dei fiumi di varie regioni è la generica presenza di argille. Il problema è che questo elemento, dal punto di vista geochimico, è quanto di più variabile possa esistere al mondo, perché la sua composizione non dipende dal fatto che ci sia un fiume, ma delle caratteristiche geologiche della terra che lo circonda: la presenza di infiniti tipi di nannofossili e, dunque, la natura paleontologica del terreno (paleogenica, miocenica, pleistocenica?), la presenza di rocce totalmente diverse (metamorfiche, intrusive, ofiolitiche, basaltiche, granitoidi?), la presenza di pietra arenaria organogena o meno, di dolomie, di calcareniti, oppure di vulcaniti basiche, e soprattutto le diverse combinazioni delle percentuali degli elementi maggiori (SiO2, P2O5, ecc.) e di quelli minori e delle terre rare ed in particolare di quelli ritenuti immodificabili perché non soggetti a fenomeni di lisciviazione nei secoli (vanadio, zirconio, nichel, cobalto, ecc.). Ebbene, tutto questo mix casuale di elementi e di combinazioni si comporta come una sorta di DNA delle terre che le caratterizza e le distingue l’una dall’altra da luogo a luogo e anche da foce a foce. E’ ovvio che possa esistere nel mondo un altro luogo che abbia le stesse identiche caratteristiche del sito esaminato presso la foce dell’Anapo. In fondo anche ogni essere umano ha sette sosia nel mondo. Ma si tratta di un evento possibile, ma molto raro. Non è irrilevante, infine, sottolineare che, mentre le altre attribuzioni (compresa quella di Argo) sono state proposte sulla base di generiche e datate carte geologiche con approssimazioni del 70%, lo studio di Siracusa è il primo ad essere stato condotto su un campione reale di terra (con un carotaggio di 11 metri condotto su 5 livelli stratigrafici), e dunque dotato di una rilevanza scientifica di gran lunga maggiore.

Pertanto la conclusione del ragionamento non può essere, come sostiene lei, quella di escludere l’ipotesi Siracusa perché ci può essere qualche altro sito al mondo con le stesse caratteristiche, ma, al contrario, quella di poter affermare che adesso, grazie a questo studio, non si può più escludere aprioristicamente Siracusa dalle ipotesi di provenienza dei Bronzi di Riace!

Da leggere

Mostra Tranchino 2014

Gaetano Tranchino ci ha lasciati: un ricordo

Ci ha lasciati il maestro Gaetano Tranchino. Le esequie si terranno il 4 settembre 2026 …

COLLABORA CON NOI

SIRACUSA DIFFERENZIA

IL BAR SOTTO IL MARE

Migranti

homepage

Lavoro

I Diari della Quarantena

La Civetta in gabbia

La parola ai lettori

Articoli recenti

VIDEO

Commenti recenti