La Treccani definisce il termine democrazia come: “la forma di governo che si basa sulla sovranità popolare e garantisce a ogni cittadino la partecipazione in piena uguaglianza all’esercizio del potere pubblico”.
Ma oggi ci stiamo incanalando in un altro percorso, la demokratura: “regime politico improntato alle regole formali della democrazia, ma ispirato nei comportamenti a un autoritarismo sostanziale”.
Questo processo è iniziato trent’anni fa quando il sistema partitico divenuto sempre più verticistico, dirigistico e poco democratico, occupò tutti gli apparati dello Stato fino ai mezzi di telecomunicazione. Poi, volendo raggiungere la governabilità, emise leggi elettorali incostituzionali, ma senza adottare i relativi meccanismi di garanzia per le opposizioni.
Si è giunti così all’ultima legge elettorale (il rosatellum), dichiarato incostituzionale, con un parlamento di nominati che rispondono solo ai propri capi partito; una delle cause della disaffezione crescente degli elettori al momento del voto.
E chi invece va a votare si ritrova davanti a una situazione assurda: votare un candidato, a volte sconosciuto, ma deciso dai vertici del partito e catapultato nel proprio territorio. Oggi, con un milione e 350mila voti alla camera, al senato 100mila in più, l’attuale destra governa anche il potere legislativo dato il continuo ricorso ai decreti legge e i voti di fiducia. Il capo dell’esecutivo, essendo anche capo di partito, può decidere se un suo deputato possa essere rieletto pesantemente incidendo sul principio del ‘senza vincolo di mandato’. A seguire il forte condizionamento sulla composizione della corte costituzionale e al momento dell’elezione del capo dello Stato. Giorgia Meloni che quando era all’opposizione tuonava contro questa incostituzionalità e partitocrazia, oggi prova a rafforzare questo sistema tentando la carta del premierato.
La conseguenza è che lo Stato di diritto continua a scivolare verso la progressiva sottrazione dei diritti fondamentali. È sempre la presidente del consiglio a poter decidere su pensioni, investimenti nel welfare e su faraonici progetti quale il ponte di Messina, opera forse anche tecnicamente irrealizzabile ma sicuramente dispendiosa, certamente utile a pochi grazie al denaro di molti.
E questa scelta nonostante gli enormi problemi della Sicilia: siccità, obsolescenza infrastrutture, mancati investimenti nel sistema scolastico e sanitario, tutti obiettivi che non sono nell’agenda di questo direttorio. L’impoverimento del contesto socioeconomico voluto dall’attuale esecutivo nelle politiche sociali conviene perché, aumentando la povertà e crescendo i disagi del ceto medio, si determina quell’atteggiamento di sfiducia da parte degli elettori che sempre in maggior numero pensano al loro voto come un gesto di assoluto non peso, che non incida per nulla sulla realtà su chi governa la strada oramai libera alla demokratura.
Però un domani potremmo trovare, tramite questa “demokratura”, al posto di Giorgia Meloni un personaggio per nulla democratico. Cosa potrebbe dire e fare questa partitocrazia?
Quale può e deve essere la risposta dei partiti all’opposizione? Abbiamo avuto il grande successo per il referendum della Cgil sulle leggi per il lavoro (raccolte due milioni di firme). Adesso anche quello contro l’autonomia differenziata sta ricevendo tantissime adesioni. Ma se questi risultati dovranno fare i conti con un Parlamento di nominati tutto sarà stato inutile.
Conosciamo l’amara esperienza del referendum sull’acqua pubblica vinto con il 54,8%, ma affossato nelle aule parlamentari.
Eppure davanti a tutto questo (deriva antidemocratica governativa e maggioranza degli italiani che vogliono la partecipazione a grandi cambiamenti) ritroviamo tutte le forze politiche d’opposizione tacere sulla raccolta firme del referendum sulla riforma elettorale.
Nessun capo partito prende decisioni ufficiali, né dà indicazioni, anche se parecchi loro attivisti e dirigenti si muovono per questa raccolta firme.
Nella prima repubblica si chiamavano “partiti dell’arco costituzionale” quelle forze politiche che avevano partecipato alla lotta nazifascista scrivendo la costituzione. Ma oggi possiamo chiamare queste forze compreso l’Anpi (anch’essa tace): “forze dell’arco incostituzionale”.
Poi se pensiamo che anche il M5S nel governo Conte 1 cambiò nel rosatellum solo la diminuzione del numero dei parlamentari non intervenendo sugli aspetti incostituzionali, allora anch’esso può essere unito agli altri.
Afferma Sergio Bagnasco del comitato nazionale referendario: “Sono dichiaratamente tutti complici da Fratoianni alla Meloni”.
Ma anche a livelli politici più bassi c’è antidemocraticità. I siracusani l’hanno vissuta con la legge “salva sindaci”. L’indire nuove elezioni poteva essere evitato. Ma se al suo posto c’era un despota antidemocratico, cosa gli si poteva dire?
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Afferma l’on. Nicola Bono: c’è un’enorme “congiura del silenzio” su questa iniziativa referendaria, mentre dovrebbe essere la madre di tutte le battaglie. Ma viene pesantemente silenziata”.
Prosegue Bagnasco: “Le opposizioni possono riempirsi la bocca di democrazia, libertà, d’essere antifascisti ma questo non cancella la complicità con i partiti che provengono da campi opposti. Possiamo affermare che le opposizioni non costituiscono un’alternativa alla destra, né politicamente né culturalmente, perché non portano avanti un’idea diversa di democrazia e di partecipazione, sono anch’esse sostenitrici di questo sistema oligarchico e partitocratico”.
Noi ci chiediamo: che fine ha fatto il primo articolo della carta costituzionale che recita: “la sovranità appartiene al popolo”?

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