Nicola Bono: la nomina dei parlamentari fa parte di un sistema d’assenza totale di democrazia interna

All’onorevole Nicola Bono, referente per la Sicilia orientale del comitato referendario per la riforma elettorale (per cambiare l’attuale rosatellum) abbiamo rivolto alcune domande relative a questa fase referendaria. L’onorevole ha dietro di sé una lunga esperienza politica: eletto all’Assemblea Regionale Siciliana per la prima volta nel 1986 nella lista del Msi-Dn, fu poi deputato al Parlamento nel 1994. Nel 2001, quando fu riconfermato nella carica, venne chiamato a far parte del Governo con l’incarico di sottosegretario per i Beni e le Attività Culturali ottenendo, fra i suoi risultati, l’iscrizione nella lista del Patrimonio dell’umanità Unesco i siti “Val di Noto” e “Siracusa e la necropoli di Pantalica”. Eletto per la terza volta nel 2006 alla Camera dei deputati rivestì la carica di Capogruppo di An nella VII Commissione (Cultura, Scienza e Istruzione) e di componente della Commissione Antimafia. Infine a giugno del 2008 è stato presidente della Provincia Regionale di Siracusa.

Onorevole Bono com’è cambiato, secondo lei, il panorama politico parlamentare in relazione ai principi democratici?

Dal 21 dicembre 2005, data della sciagurata approvazione del Porcellum, così definito dal suo creatore Calderoli, si è registrata una progressiva potente trasformazione in peggio dei parlamentari, sia sotto il profilo delle competenze, sia sotto il profilo della rappresentatività.

Di colpo i parlamentari nominati dai leader dei partiti hanno perso il ruolo di rappresentanti dei cittadini e dei territori, ed hanno progressivamente abbandonato i rapporti con gli elettori, e gli elettori, che sentivano di non avere più il diritto di scelta, a loro volta hanno rinunciato ad avere rapporti con i parlamentari, e così si è velocemente avviato il processo di abbandono anche del diritto di voto, perché mettere la croce su un simbolo, che determinerà l’elezione di un soggetto del tutto sconosciuto ed assente, è la conferma della fine della Democrazia Rappresentativa e, quindi, della totale inutilità dei cittadini nel ruolo di elettori.

Lei pensa quindi che oggi gli eletti vivano con minore senso di responsabilità il proprio mandato?

Io credo che molti non sappiano ciò che dovrebbero fare, e si limitano a  obbedire ai propri capi partito poiché, venuto meno il rapporto di fiducia con gli elettori e fedeli a leader da cui dipende la propria eventuale riconferma, sanno che potrebbero essere catapultati in collegi sconosciuti, in cui saranno eletti senza che qualcuno li conosca davvero, con i noti casi estremi di non essere presenti nei collegi neanche durante la campagna elettorale: il voto è dato al simbolo, perché si dovrebbero impegnare?

Se a tutto ciò si aggiunge anche che ormai da anni il parlamento non produce leggi di iniziativa parlamentare, ma solo di iniziativa governativa, i parlamentari, la maggioranza penso, sono ormai incapaci di scrivere una proposta di legge, ma anche criticarli sarebbe un’inutile perdita di tempo.

Attualmente e sempre di più non c’è da parte del cittadino, anche nella nostra provincia, la voglia di partecipare al voto. Quale parere personale dà alla luce dell’attuale attività parlamentare e della sua lunga esperienza politica?

È per me evidente la differenza tra le esperienze parlamentari prima della incostituzionale ed inaccettabile confisca dei diritti di scelta dei cittadini dei propri parlamentari e l’attuale situazione. Non c’era, che io ricordi, un solo parlamentare che somigliasse neanche lontanamente al prototipo degli attuali rappresentanti dei leader dei Partiti.

In primo luogo perché gli elettori conoscevano i loro parlamentari, tutti del luogo, e anche perché molti di loro avevano già partecipato e seguito la politica del territorio, e soprattutto perché sicuri che, qualunque cosa potesse accadere, il territorio sarebbe stato protetto, anche a costo di rotture pesanti con il leader. Cosa che personalmente ho avuto modo di verificare. Con i parlamentari eletti prima del Porcellum, ad esempio, mai sarebbe stata approvata l’Autonomia Differenziata.

Le attività dei parlamentari erano continue e costanti, con gli innumerevoli interventi a difesa delle categorie, dei territori, delle richieste in bilancio da destinare alle esigenze dei territori, nonché le centinaia di azioni e interventi in Aula, nelle commissioni e nelle conferenze dei paesi dei rispettivi collegi, nel corso delle quali si relazionavano le iniziative prese e le soluzioni trovate, ovvero la presentazione di proposte di legge, alcune delle quali riuscivamo a fare approvare. Nulla di tutto questo oggi appartiene agli attuali parlamentari, che si sono ridotti a fare i megafoni del governo, mandando ai media e ai social le veline delle azioni del governo, e pensano, o sperano, che cosi i cittadini si ricorderanno di loro. Ma è più che evidente che non sarà così.

È molto più probabile che i cittadini si ricorderanno dei parlamentari che hanno votato l’Autonomia Differenziata spaccando il Paese e cancellando il Sud.

Pensa che i quesiti referendari di cui lei è referente per la Sicilia orientale possano spingere a una nuova voglia di partecipazione, di ritorno al voto?

Intanto questo referendum è un’importantissima svolta nella politica nazionale, per denunciare l’accordo tacito e blindato di tutti i leader dei partiti presenti in Parlamento di volere difendere ad ogni costo questo privilegio incostituzionale, che offende i diritti dei cittadini e danneggia la partecipazione popolare e la democrazia, e dare agli italiani lo strumento fondamentale per ribaltare il sistema. Il vero problema è che nessun dei partiti presenti in Parlamento fa quello che dice la Costituzione, in primo luogo, perché non hanno né idee né proposte e sono ridotti a patetici comitati elettorali unicamente organizzati per prendere più voti possibili.

Ma soprattutto perché non hanno regole democratiche per gestire correttamente, e come impone la Costituzione, le loro attività e i propri iscritti. La nomina dei parlamentari fa parte di questo sistema di assenza totale di democrazia interna, che consente a piccole cerchie di oligarchi di fare quello che vogliono senza dare conto a nessuno. Anche la congiura del silenzio dei media, che hanno dato sfogo a tutti questi quesiti referendari, ignorando del tutto quello che vuole restituire il diritto di scelta dei propri parlamentari agli Italiani, costituisce la prova di come i partiti stiano facendo di tutto per boicottarlo. Ed invece occorre con forza sostenere l’abrogazione parziale del Rosatellum, perché sarebbe il primo passo per tornare alla democrazia anche dentro i partiti e realizzare un vero e proprio ribaltamento del sistema degli oligarchi.

Tutto ciò per tornare alla credibilità della politica e alla partecipazione democratica di milioni di persone che, altrimenti, continueranno a ignorare i partiti, fino a quando il sistema imploderà per la sua inutilità e per l’assenza di futuro, con il potente rischio di vedere trasformare i resti della democrazia italiana in tragica democratura.

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