BAR/ASTRONAVE DEL CASTELLO MANIACE. UNA STORIA SENZA CONFINE

Senza confine! È davvero senza alcun confine all’illogicità e illegittimità la storia del bar/astronave di Castello Maniace.
L’ultimo monstrum giuridico, a leggere i pareri di chi se ne intende, e tra questi senz’altro gli avvocati Salvo Salerno e Corrado Giuliano, è quello che riguarda la concessione rilasciata nel novembre del 2017 dall’Agenzia del Demanio alla società Senza Confine per realizzare, non si sa nel rispetto di quali norme e principi, la contestatissima struttura.
Una concessione ormai decaduta secondo quanto affermato dall’avvocato Salerno già un anno fa, quando il Tribunale di Siracusa, per “irreversibile ed insanabile dissesto”, metteva in liquidazione giudiziale la società. Concessione che in verità già Italia Nostra riteneva dovesse considerarsi decaduta per le gravi violazioni del Codice dei Beni Culturali (i vincoli paesaggistici disattesi) o, ancora, per la violazione delle norma previdenziali a tutela dei lavoratori impiegati nel chiosco (per l’obbligo di regolarità del Durc nel rapporto tra privati e pubbliche amministrazioni); e infine ora decaduta da due anni perché così espressamente previsto all’art. 22 lettera i) nel caso di procedura fallimentare.

Salerno, non da veggente ma da esperto delle ‘cose umane’, dopo avere in puro legalese distinto tra il concetto di decadenza e revoca della concessione ricordando che la prima è ‘atto sanzionatorio’ nei confronti dell’imprenditore e di tutela per l’Ente pubblico – che in un simile caso diviene proprietario del bene immobile realizzato dal privato su terreno demaniale -, precisava, “anche a beneficio del curatore fallimentare”, che neanche l’eventuale “marchingegno” di avvalersi della scissione e cessione di azienda avrebbe potuto trasferire la proprietà del chiosco né il manufatto avrebbe potuto essere utilizzato come cespite attivo a compensazione dei debiti del fallito. “Gli unici beni che, ai sensi dell’art. 21 dell’Atto, l’Agenzia del Demanio è tenuto a riconsegnare all’ex concessionario sono quelli mobili (macchine, arredi, stoviglie…), non il chiosco divenuto immobile, ancorato com’è al suolo”.

Esattamente quello che sembra si voglia fare ora. Oggi, giorno dell’asta, non si sa cosa sarà messo in vendita per 247.246 euro dal momento che il valore stimato dei beni mobili è di soli 38.577 euro. Una concessione scaduta? Solo mobili e suppellettili? Un’azienda che non può essere oggetto di cessione? Verranno, ancora una volta, stravolte norme e procedure pur di far cassa e cercare di recuperare almeno una parte dei debiti del fallito – “Solo di contributi e tasse, debiti ovviamente privilegiati, andrebbero pagati 300 mila euro” scrive su La Sicilia Toi Bianca – ?

Ma senza confine appare anche l’ambiguità del Tribunale Amministrativo di Catania. A gennaio 2020, solo per citare qualche episodio, i giudici di Catania, dopo l’ordinanza di ripristino dello stato dei luoghi firmata dall’allora Soprintendente Calogero Rizzuto nell’agosto 2018, sentenziavano l’eliminazione della struttura sancendone l’inagibilità nel respingere il ricorso presentato dalla società, ma poi non hanno accolto il ricorso, il secondo, presentato nel 2021 da Italia Nostra contro la sanatoria avallata da Soprintendenza, Comune e Demanio, tutti concordi nel considerare superabile la dichiarazione di “insanabilità” della struttura da parte del Tar solo facendone abbassare l’altezza di 24 cm (!). Per non parlare di come i giudici, sempre trattando del bar/astronave, abbiano di fatto con i loro pronunciamenti negato loro stessi la validità dei vincoli di quel piano paesaggistico in altre cause difesa e riaffermata, come sottolineato sempre dall’avvocato Salerno.

E ancor più senza confine il nostro stupore nel leggere la sentenza dell’11 aprile 2022 (la n.1027) con cui la terza sezione del Tar Catania, oltre a rigettare entrambi i ricorsi presentati da Italia Nostra nazionale (riunendo al secondo il primo già presentato nel 2019) contro gli atti amministrativi di Agenzia del Demanio, Comune e Soprintendenza, ha duramente stigmatizzato l’azione dei legali dell’Associazione per aver “platealmente violato il dovere di chiarezza e di sinteticità, sia in occasione della formulazione dei ricorsi, sia nella redazione delle proprie memorie, redigendo atti obiettivamente sovradimensionati, ripetitivi e, in particolar modo, non lineari sotto il profilo espositivo”, in questo modo costringendo gli avvocati delle controparti a lavorare di più (esattamente come lamentato dal legale della Senza Confine), condannando Italia Nostra a circa ventimila euro di spese processuali.

Ma sull’altro opposto, antitetico versante, senza confine la perseveranza, costanza, gratuità dell’impegno nella difesa e tutela dei beni di tutti i cittadini proprio di Italia Nostra che nonostante tutto – “Nel giudizio amministrativo il Presidente relatore vorrebbe toglierci anche l’abilitazione all’esercizio professionale” segnala l’avv. Giuliano – è tornata ieri sulla linea del Piave per chiedere di conoscere ed avere urgente accesso agli atti adottati dalla Curatela come dal Giudice Delegato alla liquidazione e di “partecipare alle operazioni di vendita all’incanto asincrono, anche tenuto conto delle rilevate criticità provocate all’immagine ed al contesto del Monumento Castel Maniace dalla permanenza del manufatto destinato a bar – causa di deturpazione del monumento svevo – del quale si è chiesta la rimozione essendo decaduta la concessione demaniale”. Obiettivo finale: “la reductio in pristino stato della Piazza d’Armi del Castello Maniace”.

 

E senza confine anche la ‘discrezionalità’ di tutti gli organismi chiamati in causa in questa vicenda incredibile – Soprintendenza, Demanio, Comune – nel (non) tener conto di vincoli e norme: atti, passaggi, procedure su cui la disamina in particolare di Salerno e Giuliano è stata sempre puntuale e spietata, senza ripensamenti o incertezze come abbiamo invece visto avvenire nelle altre sedi.

Ma c’è un ultimo senza confine: quello relativo alla ‘leggerezza’, al mancato know how della gestione imprenditoriale della concessionaria con i suoi buchi di bilancio: 150mila euro di debito nei confronti dell’Inps, altri 150mila euro nei confronti dell’Agenzia delle Entrate, debiti verso lavoratori e fornitori. Una situazione finanziaria definita dai giudici “strutturalmente compromessa, come si evince dal fatto che ha avuto, a partire dal 2019, risultati negativi e presenta un patrimonio netto negativo di oltre 199.000 euro, mai ripianato”. Per il Tribunale di Siracusa: “una situazione di irreversibile e insanabile dissesto”.

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