UN MESE CON FRANCO NEL CUORE

A un mese da quando gli occhi di Franco si sono chiusi per sempre lo vogliamo ricordare pubblicando un testo scritto da lui stesso nel 2018, in occasione della 48a edizione del “Premio Internazionale Sicilia-Il Paladino”. Il 6 ottobre di quell’anno infatti, presso il salone del Jolly Hotel di Siracusa, il nostro direttore riceveva il premio Paladino dal fondatore e direttore di questa manifestazione Aldo Formosa, “un indubbio riconoscimento per l’impegno e la serietà” con cui Franco ha condotto le battaglie della Civetta di Minerva, giornale di cui andava fiero. Noi, che con lui abbiamo lavorato, non finiremo mai di ringraziarlo per essere stato per noi esempio ineguagliabile di grande umanità e professionalità, e lo teniamo stretto nel nostro cuore.

Le mie prime esperienze giornalistiche risalgono al 1970. Frequentavo l’ateneo di Urbino, una delle città più antifasciste d’Italia, dove – insieme a un manipolo di colleghi provenienti da ogni parte d’Italia – fondai il gruppo universitario del Movimento Sociale Italiano. Erano anni in cui, per circolare nelle sue stradine, conveniva non essere da solo: quando partecipavo alle assemblee studentesche, appena presa la parola, la maggioranza degli astanti batteva i piedi sull’impiantito di legno vociando all’unisono: “Fuori il fascista”, “fuori il fascista”. Un giorno occupammo la facoltà di giurisprudenza e, diffusasi la notizia, arrivarono gruppi di ex partigiani da ogni paesino delle Marche per “cacciarci a pedate”. E quando fummo costretti a sgombrare, le pedate arrivarono davvero.

Per radicare la presenza del gruppo, realizzai un giornale politico che usciva a cadenza quindicinale, trattando non solo argomenti di politica universitaria ma anche problemi locali. Non dico che fu un successo ma ci andammo vicini.

Mentre facevo finta di studiare, decisi di inviare articoli di letteratura, storia, pedagogia al Secolo d’Italia, che alcune edicole urbinati rifiutavano di accogliere. Ne era direttore Cesco Giulio Baghino, il quale – con mia grande sorpresa – non solo li pubblicò ma mi inviò anche una lettera di apprezzamento con allegato un assegno, la prima volta, di ventimila lire. Debbo ancora averne la foto nel coacervo di documenti affastellati uno sull’altro nella mia biblioteca.

Iniziò così la mia collaborazione al Secolo, che durò fino al 1974, anno in cui abbandonai il partito nei cui valori non mi riconoscevo più. Tornato a Siracusa, senza laurea, nel 1975 bussai alla porta di Pino Filippelli, direttore de “La Domenica”, che allora abitava in viale Tunisi. Gli dissi: “Mi piacerebbe scrivere nel suo giornale”. Fu cordialissimo e mi mise alla prova. Il primo articolo fu un’inchiesta su come vivevano i calciatori del Siracusa al di fuori della palazzina dello stadio. Raccolsi così tanto materiale, interviste foto e confidenze che, battendo velocemente sulla mia dattilo, accumulai sette pagine. Sapevo che erano troppe ma confidavo nella sforbiciata del direttore. E invece no. Pino lo lesse d’un fiato, mi strinse la mano e lo pubblicò per intero nel paginone centrale.

Rimasi a La Domenica fino al 1976. Filippelli non era soltanto il direttore del suo giornale ma anche il capo della redazione siracusana de La Sicilia e corrispondente dell’Ansa. Un giorno mi disse: “Vuoi scrivere nel quotidiano?”. Fu un’emozione quando entrai per la prima volta nei locali della redazione, nel lungomare alle spalle di via Arsenale, dove veniva anche stampata – con la tecnica a piombo – La Domenica per i tipi di Flaccavento. Furono tutti cordialissimi. Ma il più cordiale fu il prof. Lino Romano che fino a quel momento si era occupato della cronaca dell’amministrazione comunale, oltre che dei suoi “Chiaroscuri in tinta azzurra”. Mi disse chiaro e tondo che la cronaca politica gli era venuta a noia e che l’avrebbe volentieri affidata a me.

Accettai con gioia e mi misi al lavoro. Se fino a quel momento la Sicilia aveva pubblicato le notizie amministrative più importanti, io ampliai il raggio della mia informazione estendendola anche ai partiti politici e alle altre istituzioni maggiori. In pochi mesi la politica siracusana divenne il settore centrale della cronaca. Merita di essere raccontato un episodio. La DC governava al Comune con l’appoggio esterno del PCI. Un bel giorno il capogruppo comunista dichiarò ufficialmente la crisi. Io mi mossi subito telefonando a destra e a manca, parlando con l’uno e con l’altro, e l’indomani titolai: “Un bluff la crisi dichiarata dal PCI”. Né il Diario, né gli altri quotidiani locali avevano intuito nulla. Avevo rischiato ma ebbi ragione.

A proposito del quotidiano di Parretti, c’è però da dire che a Siracusa ne era cronista politico il palermitano Nino Sunseri, che sarebbe poi diventato capo servizio delle pagine di Economia di Repubblica e successivamente editorialista del Giornale di Sicilia, un giornalista bravissimo che però non conosceva l’ambiente politico siracusano e faticava a intuire ciò che bolliva in pentola. Quando eravamo al Comune, perciò, Nino mi seguiva passo passo. Io, allorché subodoravo che c’era un certo fermento, mi avviavo verso l’uscita con lui al seguito, prendevo la macchina, in quel tempo posteggiata a piazza Duomo, e facevo finta di andarmene a casa. Dopo aver fatto il giro di Ortigia, ritornavo al Comune e restavo solo ad apprendere le notizie. L’indomani “sparavo” sulla cronaca di Siracusa la clamorosa informazione che nessun altro aveva.

Sulle colonne de La Sicilia scrissi tre inchieste importanti. La prima riguardava i sindacalisti del Comune, che avevano spesso scatti di livello non corrispondenti al titolo di studio con il quale erano stati assunti. Facendo ricerche, scoprii il trucchetto dello svolgimento di mansioni superiori. Il sindacalista dipendente, a causa di carenze di organico, veniva assegnato a compiti superiori che successivamente gli venivano riconosciuti per accedere al corrispettivo livello. Pubblicai l’inchiesta e, il giorno stesso dell’uscita, per entrare al Comune dovetti passare per una selva di cartelli in cui venivo descritto come il servo dei padroni, nemico della classe operaia.

Un’altra inchiesta riguardò la Camera di Commercio. Molti ricordano ancora il grande silos bianco nei pressi della Dogana, che in origine fungeva da cassaforte per l’immagazzinamento delle merci giunte al porto. Era il capannone San Giorgio, di fatto non più utilizzato a causa della riduzione progressiva di mercantili nel Porto Grande. Ebbene, un bel giorno la Camera di Commercio decise di acquisire il capannone con i sette dipendenti, assunti a chiamata diretta quattro mesi prima, i quali quindi transitarono nell’ente camerale senza concorso. Scoprii chi erano questi dipendenti: una segretaria dattilografa della DC, la nuora del segretario generale di un sindacato, due parenti di deputati, un personaggio della sinistra… e pubblicai tutto, arricchendolo di nuovi particolari per una settimana. Mario Ciancio mi disse che, già dal secondo giorno, nel suo ufficio c’era un viavai di politici siracusani che chiedevano la mia testa. Ma nessuno mi denunciò.

L’ultima inchiesta la scrissi sui videopoker che stavano invadendo ogni esercizio commerciale della città. Al secondo articolo, uscendo di casa trovai le quattro ruote della mia auto tagliate.

Nel 1978, Giancarlo Parretti, editore dei Diari (Siracusa, Ragusa, Catania, Palermo, Napoli, Venezia), stanco delle continue bucature che rimediava nel suo giornale, mi contattò offrendomi la responsabilità del Diario di Ragusa e il contratto nazionale di lavoro. Era evidente che voleva acquisirmi per rimuovermi dal quotidiano catanese. Per me che alla Sicilia, nonostante la valanga di articoli, raggranellavo non più di 300 mila lire al mese, da cui dovevo togliere le spese, era un’offerta allettante. E l’accettai. Non sapevo allora che il Diario nella città di Ragusa vendeva in media 22 copie al giorno. A fronte del quotidiano La Sicilia, che era un colosso, dovevo studiare una strategia. Trascorsi la prima settimana cercando di capire se i consiglieri democristiani che formavano la maggioranza del sindaco Di Natale, pupillo dell’on. Giummarra, parlamentare europeo, erano coesi o se fra di loro c’erano distinguo, o velate opposizioni. Riuscii a individuarne sei che avrebbero volentieri scalzato il sindaco. Cercai di avvicinarmi alle loro posizioni, ottenendo in cambio documenti scottanti che andavo pubblicando. Agli inizi, mi dicevano gli edicolanti, chi comprava il giornale lo metteva sotto l’ascella nascondendolo. Ma col passare del tempo i lettori diventavano sempre di più fino a quando vedevo gli acquirenti squadernare il giornale en plein air. Il clou si ebbe quando, nel giorno di un consiglio comunale, La Sicilia titolava, in apertura della cronaca di Ragusa, “Polemiche superate, il sindaco si rafforza”, io titolai: “Stasera in Consiglio il sindaco sarà sfiduciato”. Ciò che accadde.

Forse fu per il continuo aumento di vendite (proporzionalmente al bacino demografico, il Diario di Ragusa vendeva ormai più di quello di Palermo) che Parretti mi volle al Diario di Catania.

Per impormi come capo della redazione etnea – nella quale c’erano giornalisti bravissimi: Guglielmo Troina e Nino Amante, poi passati a Rai Sicilia, Sebastiano Messina, successivamente assunto a Repubblica, Piero e Gianni Dupplicato, Ornella Di Blasi, successivamente redattrice di Amica, Salvo Fleres, poi eletto deputato regionale nel PRI e dopo qualche anno senatore e garante dei diritti dei detenuti) – Parretti mi condusse con sé nella sede di corso Italia, spalancandola con un calcio e intimando a tutti i redattori di riunirsi subito nella sala delle assemblee . Poiché la notizia aveva preceduto l’arrivo dell’editore, sapeva che c’erano mugugni a che un siracusano dirigesse la redazione di Catania. Giunti i colleghi, disse seccamente: “Da oggi Franco Oddo è capo della struttura” e se ne andò. Stettero tutti in silenzio.

Per evitare futuri boicottaggi allentai la tensione criticando le maniere dell’editore, assicurando che dovunque avessi lavorato c’era stato un clima di collaborazione reciproca finalizzata al perseguimento di obiettivi, che insomma a me non importava nulla di essere “il capo”. Assunsi, tuttavia, il ruolo di giornalista politico e instaurai per la prima volta un tavolo di programmazione in cui ogni mattina potessimo discutere il lavoro della giornata. E iniziò quella mia esperienza, che però finì presto a causa delle difficoltà finanziarie dell’editore. Il 27 marzo 1980 il “Diario” fallì e ci trovammo tutti disoccupati.

Fortuna volle che il “Giornale del Sud” diretto da Pippo Fava avesse bisogno di coprire la sede di Siracusa e così Pippo, che avevo conosciuto a Catania, mi chiese se fossi interessato. Risposi di sì e già il primo aprile del 1980 fui assunto nella redazione della mia città. Eravamo in due, uno per la politica e l’altro (il fratello di Cesare Politi) per la nera. Avevamo in tutto tre pagine formato Repubblica di cronaca locale e facevamo i salti mortali per riempirle. Nel maggio dell’82 anche questo giornale fallì.

Poiché nel frattempo mi ero sposato, decisi di cercarmi un lavoro più stabile e fui assunto, come esperto di bisogni formativi e analisi di sistemi, in un ente di formazione professionale. A Teleuno Tris mi ritagliai uno spazio di approfondimento politico con una trasmissione tipo Di Martedì di Floris e continuai a fare giornalismo. Poi, dal 2000 al 2002 ne divenni direttore. Memorabile in quegli anni l’inchiesta sui prestiti usurai della mafia catanese ad armatori siracusani, che erano poi costretti a cedere parte del pescato ai rivenditori etnei a prezzi stracciati.

Terminato anche questo impegno, mi ridussi nel mio privato. Scribacchiavo qua e là. Nel 2009, però, io e altri amici con cui per tre anni ho scritto in un giornale locale, “Il Ponte”, abbiamo deciso di riunirci in associazione e fondare un giornale tutto nostro. Abbiamo messo sul tavolo i possibili nomi della testata: L’inchiesta, La piazza, Il timone, Azimut, Agorà eccetera. E alla fine abbiamo optato per “La Civetta di Minerva”. Molti nostri lettori si sono chiesti perché quel nome. La civetta, si sa, nella mitologia, era l’animale sacro alla dea Minerva, che si appollaiava sulla sua spalla fino all’imbrunire dopo di che spiccava il volo sulle case degli uomini. Essendo nittalopa, più c’era buio più la civetta affinava la vista. Dopo aver volato e ascoltato, riferiva alla dea ciò che aveva visto e sentito. Era, secondo noi, un nome efficace per un giornale che voleva svolgere inchieste: il nostro compito era portare alla luce ciò che veniva nascosto e riferire poi alla pubblica opinione.

Dal 2009 ad oggi abbiamo scritto tantissime inchieste, grazie anche alla professionalità della vice direttrice del giornale, la prof.ssa Marina De Michele, insegnante di lettere al liceo scientifico Corbino, il cui primo articolo – anni prima – mi fece esclamare: “Dov’è stata finora questa giornalista?”. Non si contano le inchieste di Marina in vari settori della vita cittadina, con prevalenza per i problemi ambientali. Sta di fatto che Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera l’ha citata più volte con lusinghieri apprezzamenti. Sarebbe stato giusto assegnare anche a lei “Il Paladino”, come fece l’Ordine Regionale dei Giornalisti di Sicilia quando, nel 2012, ci conferì il Premio Mario Francese in un teatro di Palermo. Ma debbo dire grazie anche al coraggio, alla competenza, ai valori di tutti gli altri collaboratori del giornale: dal dott. Pino Bruno, che svolse inchieste godibilissime sulla gestione della sanità siracusana, all’ex sindacalista Salvatore Perna, che si occupò di alcune importanti problematiche della zona industriale, a Carlo Gradenigo, che affrontò con noi l’inchiesta sulla Pillirina, al dott. Salvatore Gentile che indagò sul fotovoltaico a Lentini scoprendo che la maggior parte dei campi erano in mano a una sola persona, funzionario comunale (in seguito a questa inchiesta da un personaggio della mala locale mi venne trasmesso un messaggio “affettuoso”), all’ex dirigente scolastico Concetto Rossitto, che s’intestò la battaglia sulla SAI 8, che dovette essere particolarmente efficace se la società acquistò mezza pagina della Sicilia per attaccare la Civetta, vedendosi poi ribadire dal nostro giornale tutto ciò che avevamo scritto (e, a proposito di Rossitto, va ricordato che il prefetto Buceti, commissario dell’ATO idrico che caducò il contratto con SAI 8, lodò ufficialmente il ruolo del nostro giornale nel portare alla luce alcune vicende), alla prof.ssa Concetta La Leggia, anch’essa docente del Corbino, che scrisse l’inchiesta sul fotovoltaico ad Avola, al medico legale Eugenio Bonomo i cui articoli contribuirono a indurre la Ionio Gas ad abbandonare il progetto del rigassificatore che si voleva allocare in pieno petrolchimico, a Ciccio Magnano che condusse inchieste sferzanti su problemi di mala amministrazione nei comuni di Priolo e Melilli e a tanti altri per i quali dovrei riempire pagine.

La madre di tutte le inchieste della Civetta fu – com’è noto – quella da me scritta il 2 dicembre 2011: “Le relazioni pericolose della Procura di Siracusa”, nella quale pubblicai, con i nomi e cognomi dei soci, la galassia di srl amministrate da praticanti dei tre studi legali dell’avvocato augustano Piero Amara, in qualche caso anche dalle loro mogli, o dagli stessi familiari dell’avvocato. Attraverso le visure camerali, ricostruii un quadro inquietante. Accanto a dirigenti di partecipate, imprenditori, funzionari di istituzioni, avvocati, ne erano soci in una il figlio del procuratore capo Ugo Rossi e del procuratore aggiunto di Catania Toscano, nella Panama srl il magistrato Maurizio Musco e la sorella Pasqua, in un’altra il figlio dell’ex comandante della Guardia di Finanza di Siracusa eccetera. Scoppiò il finimondo. Furono presentate interrogazioni parlamentari (una di esse venne firmata dall’intero gruppo radicale), gli avvocati decisero di affiggere un manifesto nelle stanze del tribunale, subito tolto d’imperio, l’Anm di Catania diffuse un documento in cui si diceva: “Se le notizie pubblicate sono vere, a Siracusa è stata offuscata l’immagine della giustizia”. Arrivarono a Siracusa e Catania ispettori ministeriali, insomma tutto il resto (il trasferimento dei magistrati, i pronunciamenti del CSM, i processi) è ormai di dominio pubblico.

Subito dopo la pubblicazione dell’inchiesta accaddero tre cose: il settimanale “Il Diario”, diretto da Pino Guastella, titolò a sei colonne di apertura: “Oddo e De Michele accusati di estorsione da quattro imprenditori siracusani”. Pochissimi avevano contezza che Il Diario (come si seppe poi nei particolari) era finanziato dallo stesso Amara e quindi la notizia fu presa per buona. Più in là si apprese che non quattro imprenditori ci avevano denunciato ma uno solo, con nome e cognome altamente sospetto, ossia Alessandro Ferraro, detto Sandro Napoli, sodale di Piero Amara insieme al quale è stato arrestato a seguito delle indagini delle Procure di Roma e di Messina sul Sistema Siracusa. Tuttavia il fascicolo fu aperto lo stesso, ci furono le indagini e solo l’anno scorso è stato chiuso con l’archiviazione per “infondatezza di reato”. La seconda cosa fu che la grande stampa locale si schierò, sarebbe meglio dire si schiacciò, sulla tesi difensiva dei due magistrati con continue interviste a Rossi e Musco nelle quali a quest’ultimo si rivolgevano domande, tipo: “Ma lei è misericordioso?”. La terza che, subito dopo la pubblicazione dell’inchiesta, 18 persone tutte insieme denunciarono me e Marina per diffamazione continuata e aggravata, chiedendo risarcimenti milionari. Ma il gip di Messina, dott.ssa Daniela Urbani, sentenziò che non c’era stata diffamazione e che i giornalisti avevano operato nell’ambito del diritto di critica.

Un dossier di intercettazioni, in cui non ce n’è nemmeno una in cui io parlo con chicchessia, venne utilizzato per imbastire, su di me e due politici siracusani (Gino Foti e Aldo Salvo), l’accusa di complotto finalizzato a delegittimare la Procura della Repubblica di Siracusa. Un dossier che è girato per tante Procure e che è poi tornato a Messina, dove il magistrato assegnatario ha chiesto ulteriori sei mesi di indagini per controllare i miei conti bancari. Facciano pure, affermo senza tema di smentite che né Foti né Salvo hanno mai versato a me o al giornale nemmeno un euro.

E qui voglio aprire una parentesi. La domanda ricorrente è: chi finanzia questo giornale, giunto ormai a quasi dieci anni di vita? Ci si creda o no, per finanziarlo ho venduto, nell’autunno 2011, a mio fratello l’unica eredità paterna, un terreno di sette ettari in tenere di Noto, con annessa casa rurale, e quando questi soldi sono finiti i giornalisti hanno deciso di contribuire alle spese con una parte dei loro stipendi o delle loro pensioni. Lo fanno ancora e ciò mi rende orgoglioso. Per questo sono convinto che taglieremo il traguardo dei dieci anni. Augurandomi che cardiopatia, diabete, prostata, il viziaccio del fumo e qualche altra patologia non ci si mettano di mezzo.

Franco Oddo

https://www.lacivettapress.it/2018/11/02/al-direttore-de-la-civetta-il-48-premio-sicilia-il-paladino/

(giunta in redazione)

A TE FRANCO
(in memoria di FRANCO ODDO)

La notizia
È arrivata
Come un lampo.

Noi giornalisti
Siamo rimasti
Basiti
Perché Franco
È stato
Per noi
Un maestro
Di giornalismo.

Il suo territorio
Era la Pronvia
Di Siracusa
Con tutti
I suoi problemi.

Franco
Li affrontava
Con forza
E in virtù
Di una onestà
Intellettuale
Senza pari.

Il suo giornale,
la Civetta di Minerva,
era un faro
di autentica
informazione
per il nostro comprensorio.

Le sue inchieste,
i suoi articoli
hanno disegnato
lo stato
dell’arte
di Syracusae
e dintorni
con sagacia
e competenza.

Ed ora noi gionalisti
Siamo
Qui a corte
A piangerlo.

Hai raggiunto
I tuoi colleghi
E vedrai da lassù
La tua
Amata Provincia.

Il tuo esempio
Sarà seguito.

(Emanuele Gentile)

 

 

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