Referendum sulla legge elettorale, una svolta epocale per L’Italia

Contro l’attuale legge elettorale, il rosatellum approvato nel 2017, sono stati tanti i tentativi di ottenere un giudizio d’incostituzionalità, ma si è ancora in attesa di una decisione e dal canto suo il parlamento finora è rimasto immobile. Ora siamo di fronte a una nuova situazione. È quella della costituzione di un comitato nazionale che sta organizzando la raccolta firme per procedere a un referendum abrogativo della legge. Ne parliamo con Sergio Bagnasco che fa parte di questo comitato nazionale e che ha anche scritto libri su ciò come: “Misfatti elettorali. Da Acerbo a Rosato, viaggio tra i sistemi elettorali”, “Il taglio dei parlamentari: riforma o deforma?”.

A che punto è l’iniziativa?

Ci stiamo organizzando per definire tecnicamente la struttura referendaria partendo dall’approvazione del comitato nazionale come soggetto giuridico. Adesso è la volta della nascita dei comitati locali a cui chiunque può partecipare indicando i dati personali e anche l’eventuale associazione/partito/sindacato di appartenenza. L’importante è mettere in moto tutta la macchina organizzativa per la raccolta firme che sarà sia digitale che cartacea.

Ma in questo momento vi sono altre proposte referendarie. La Cgil ne sta preparando tre: sugli appalti, sul precariato e sui licenziamenti individuali, cioè il Jobs Act.

Ma noi evidenziamo l’importanza di questo referendum rispetto ad altri, perché la riforma della legge elettorale è prioritaria a fronte dei propositi governativi. Vincendo il referendum non avremmo più un parlamento formato da persone scelte dai capi partiti, ma dal popolo. Oggi possiamo definire i parlamentari collaboratori del capo partito che li ha scelti e messi in lista.

Se poi il capo partito è anche presidente del consiglio il controllo del capo diventa totale. Qualora passasse il premierato, con il rosatellum avremmo una riforma costituzionale inaccettabile. Per questo chiediamo alla Cgil d’appoggiare questo referendum. Ma c’è anche un altro motivo. È stato dimostrato nei passati referendum che essi funzionano se trovano una sponda parlamentare.

Se il popolo modifica una legge, ma poi in parlamento non c’è nessuno che si faccia carico della volontà popolare, si rischia di vanificare tutto. È successo col referendum sull’acqua pubblica. Avevamo stravinto, ma mancando la sponda parlamentare non sono state attuate le norme previste da quel referendum.

Allora una battaglia madre?

Sì. Con l’eventuale attuazione dell’autonomia differenziata e del premierato accadrebbe che solo governatori delle regioni (capi eletti direttamente e inamovibili per cinque anni) potrebbero contrattare col governo centrale, con un parlamento in gran parte svuotato del suo potere. Esisterà un legame fortissimo fra loro. Già questa relazione c’è tra governatore e un altro capo inamovibile, eletto per cinque anni dai cittadini: il sindaco. Tutto il potere verrebbe racchiuso in poche mani. Ai cittadini rimarrà solo la scelta di un capo ogni cinque anni.

La conclusione? La coalizione o partito che vince gioca il suo tempo, l’altra squadra sta in panchina. Questa maniera di fare politica non è più democrazia, è dittatura di una maggioranza relativa anche minoritaria per questa legge elettorale, dove attualmente solo il 50% degli italiani va a votare.

È un attacco generalizzato alla democrazia

Certamente, le opposizioni a qualunque livello oggi non contano. Ecco perché le tre questioni (premierato, autonomia differenziata, legge elettorale) vanno viste insieme. E la legge elettorale è il perno più importante. Smantellarla significa iniziare a sgretolare l’attuale sistema.

Esiste già il testo della proposta referendaria?

In queste settimane si avrà l’ultimo incontro con i costituzionalisti. La questione è estremamente delicata dato che la legge elettorale è rimasta la stessa del 1948, ma decine di volte modificata, per cui basta che spunti una virgola per sbagliare nei quesiti referendari. Così sono stati eseguiti due passaggi, adesso abbiamo affidato il tutto a un terzo gruppo di costituzionalisti che non sa nulla del lavoro dei primi. Infine si interverrà sull’ultima lettura, per assicurarci che non ci sia sfuggito nulla.

Per divulgare l’iniziativa come pensate di muovervi?

Nei prossimi giorni avremo un incontro importante con un’agenzia di comunicazione che preparerà una campagna di comunicazione mirata. Il comitato promotore organizzerà a Roma delle conferenze stampa in cui saranno presentati i quesiti prima di avviare la raccolta firme: comunicazione e sensibilizzazione sono fattori importantissimi. Vincere questo referendum significherà cominciare a restituire ai cittadini la loro dignità, perché non è accettabile votare un partito e ritrovarsi il voto trasferito a un altro. Abbiamo visto episodi vergognosi di candidati eletti in territori senza essersi mai presentati, il capo decideva.

Interverrete anche localmente?

Sì, certo. Serviranno iniziative locali di sensibilizzazione utilizzando tutti gli strumenti come i social per diffondere la notizia. Inoltre c’è da raccogliere anche denaro, per cui partiremo con un autofinanziamento. Le spese saranno tantissime.

Quali sono i tempi?

La raccolta delle firme per richiedere il referendum deve concludersi entro l’estate 2024 perché venga svolto nella primavera 2025, secondo le tempistiche stabilite dalla legge n. 352/1970. I tempi tecnici ci sono. Quest’operazione mettendo al centro il parlamento diventa il vero contrasto alla riforma costituzionale che vuole affermare la logica del capo rispetto a quella dell’assemblea parlamentare.

Oggi, i parlamentari della maggioranza vengono inibiti all’atto di presentare progetti di legge non facenti parte del programma di governo. È un meccanismo contorto senza l’autonomia dei parlamentari. Non esiste in nessuna nazione occidentale. Il presidente del consiglio deve essere la persona capace di mediare, trarre delle conclusioni, non perché fa il capo decide su tutti. Quella è una forma di dittatura della minoranza. In tasca nessuno ha la verità, ma è attraverso il concorso di tutte le componenti che si può trovare la soluzione migliore.

C’è già qualcosa che si muove?

Nelle province dove siamo presenti stiamo cominciando a fare il censimento delle forze e sappiamo che alcune grandi organizzazioni tra cui la Cgil ne stanno discutendo. Sappiamo che passata questa primavera perderemo il treno nella raccolta firme e avremmo fallito. Si voterebbe nel 2026 e potrebbe essere troppo tardi per una riforma costituzionale già passata. Ecco perché bisogna agire subito e vedo che le forze stanno crescendo anche a livello delle grandi organizzazioni nazionali, come singoli gruppi e associazioni locali. Sono convinto che nella diffusione il consenso aumenterà. È difficile avviarsi, ma una volta partiti ognuno dovrà decidere da che parte sta. Intanto incominciamo a costituire i gruppi locali, ad avere dei referenti provinciali. Non nascondo che la partecipazione della Cgil è vitale per le capacità che ha sul territorio. Infatti, stiamo aspettando notizie dalla segreteria nazionale, ma già alcune Cgil provinciali hanno firmato l’appello.

Perché si è giunti a questa legge maggioritaria anticostituzionale?

Quando si è deciso per il maggioritario nessuno si è preoccupato di capire che la legge elettorale nella Costituzione era stata concepita in termini proporzionali. Per cui si dovevano creare una serie di contrappesi di cui la Costituzione non è fornita. Tutto il potere politico in Italia proviene dal parlamento. Esso controlla il Presidente della Repubblica e attraverso lui la corte costituzionale. Invece sono caduti tutti i livelli di garanzia esistenti. Attualmente questa maggioranza, in realtà una minoranza nel Paese, può esprimere il presidente della repubblica. Un semplice esempio: Mattarella ha un malore, verrebbe sostituito dal suo vice: Ignazio La Russa. Cosa avverrebbe con La Russa presidente e la destra al governo? Questa destra avrebbe la totale autonomia nel nominare il prossimo presidente della repubblica, nel frattempo in questi anni scadono quattro giudici della Corte Costituzionale, due sono di nomina presidenziale. La destra avrebbe il controllo totale anche della Corte Costituzionale. Ci ostiniamo a parlare di democrazia rappresentativa, ma in realtà è morta da trent’anni, dal 1993, perché il presupposto per una democrazia rappresentativa è l’esistenza di cittadini chiamati a rappresentare qualcun altro. Ma noi li scegliamo? Non è pensabile che una persona sia parlamentare, capo di un partito e presidente del consiglio, è un perenne conflitto di interesse.

Esempi simili a quello italiano vi sono?

No. In Francia un parlamentare non può avere incarichi neanche di sottosegretario c’è una netta separazione. Accumulare il potere legislativo e il potere esecutivo crea una commistione pericolosissima. Non esiste nessun paese liberale al mondo dove chi è eletto direttamente ha garantita la maggioranza assoluta del parlamento. Oggi all’elezione diretta del sindaco e del presidente di regione vengono garantite la maggioranza assoluta. Anche qui quale dialettica democratica può esserci se la persona al vertice è inamovibile. Per questo va scardinata la legge elettorale, poi tutto il resto viene di conseguenza. Inoltre, la nostra Costituzione non prevede l’opposizione politica, nel senso che non ne parla. L’opposizione politica ha dei poteri grazie ai regolamenti parlamentari. Ma chi li decide? È la maggioranza voluta dal maggioritario. Se un domani questa li volesse cambiare, metterebbe le opposizioni a tacere nel rispetto formale della Costituzione.

In che modo?

È semplice. Oggi i calendari parlamentari vengono stabiliti dalla conferenza dei capigruppo dove tutti i capigruppo sono presenti con pari dignità; domani si istituisce la commissione parlamentare per il calendario dei lavori parlamentari e la costituzione dice che la commissione deve rispecchiare i rapporti proporzionali tra le forze parlamentari. Per cui la maggioranza nella commissione parlamentare sarebbe la maggioranza di governo e potrebbe decidere su tutte le sue proposte con le opposizioni che non avrebbero le proprie calendarizzate. Qual è la differenza rispetto alla legge del 1925 voluta da Mussolini che istituì la figura del capo del governo? Prevedeva che nessuno potesse presentare una proposta di legge senza il preventivo assenso del capo del Governo. Allora noi diciamo: se siamo in un sistema costituzionale pensato in termini proporzionali non si può cambiare la legge elettorale senza cambiare tutto il resto, si crea un enorme pasticcio. Nel regno unito alle opposizioni viene dato un certo numero di giornate in cui sono loro a decidere il calendario dei lavori. Da noi non c’è alcuna tutela costituzionale per le opposizioni. Attualmente il parlamento non è più centrale, l’85% del suo tempo è occupato dalla discussione di provvedimenti governativi, quindi è gestito dal governo.

Come partiti politici sappiamo che i 5stelle si sono focalizzati solo sull’autonomia differenziata.

Ma so anche che vi sono i gruppi 5Stelle di Varese, Trieste, dell’Aquila, che hanno aderito alla nostra iniziativa e anche Trenta, ex ministro della difesa del primo governo Conte, lo è. Ciascuno deve decidere di partecipare al di là dello schieramento del suo partito, associazione o sindacato. Si deve recuperare la propria autonomia di pensiero. Dobbiamo agire sulle singole persone, riuscire a far sì che si liberino da quella camicia di forza che è diventata l’appartenenza. In quest’azione possiamo restituire alla politica le energie che servono per rigenerarsi.

(in allegato: “perché oggi un referendum sulla legge elettorale”)

https://coordinamentoperlarappresentanza.blogspot.com/

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