I figli dei chiodi: intervista ad Alessandro Morbidelli

I figli dei chiodi - Alessandro Morbidelli - copertina

 

Chiodi.

Strumenti per costruire, strumenti per ferire.

Ferro e sangue, ruggine e sudore.

Il romanzo di Alessandro Morbidelli, “I figli dei chiodi”, edito da Vallecchi, prestigiosa e storica casa fiorentina, ne fa mezzo di affiliazione, simbolo di legame a un destino come a una tavola di tortura.

Potranno i personaggi crocifissi da odi atavici e spietata modernità affrancarsi dai legami di sangue – in tutti i sensi – ? come si potranno sbullettare le vite inchiavardate a un destino apparentemente ineluttabile in cui si “nasce merda e si muore merda”? fuga e vendetta sono la soluzione per sfuggire al dolore?

Mina e Cosimo, le cui vicende alternano 1989 e 2018, sono bambini che la sorte martella insieme a Rosa e Vito, in una Puglia ferina e in una Milano claustrofobica di alberghi e locali sordidi, tra moquette e privè, odore di stantio e carne. Carne in vendita, carne invecchiata e pronta a marcire, carne bruciata.

Destini ferrigni, che sanno di ruggine e ferite.

Mancano l’aria e l’acqua, in questo universo terragno, apparentemente irredimibile.

La musica – oltre ai rumori, ai suoni di questo romanzo “sensoriale”, che ci dona notazioni tattili, olfattive, materiche –  contrappunta la narrazione fin dall’esergo: la citazione di un brano dei Death, “Symbolic”, rivela quella che forse è la chiave di volta del romanzo, il grimaldello che aprirà i cuori fissati con la sparachiodi al male, alla cattiveria, al sangue: “innocence”.

L’innocenza, sì. Quella perduta da Cosimo e Mina, da Sergio, Carlino e da Rosa, Lisa Stansfield bellissima e sventurata, punita per la sua purezza violata che si è ribellata ai draghi sputafuoco, alle belve spietate.

Michael Andrews, Raf, Vasco Rossi, Giovanardi e i La Crus e altri musicisti e compositori, le sigle dei cartoni animati e dei programmi musicali degli anni Ottanta contrappuntano le pagine di Morbidelli. Il brano “My Body is a Cage” di Peter Gabriel, ad esempio, contiene interessanti spunti per comprendere meglio la danza paranoica – reale e allucinata – di Sandra, ballerina quarantenne frustrata, nevrotica mamma di Giacomo: e davvero tutti i personaggi del romanzo vivono una gabbia di paure, condizionamenti, riflessi istintivi, oppressione, insignificanza.

Potremmo quindi seguire i riferimenti musicali del testo come una vera e propria playlist che accompagni e segua la lettura del libro.

I continui rimpalli tra presente e passato riportano a galla quella che è (stata) la nostra storia recente, le ferite di un Sud dimenticato, le storture di un Nord spaesante.

Le voci dei protagonisti si alternano – Mina, Cosimo, Sandra, ognuno dei quali parla in prima persona, quasi a far penetrare come un chiodo il proprio punto di vista.

Lo stile è asciutto, senza concessioni al sentimentalismo, spesso brachilogico. Frasi brevi, spezzate, dialoghi serrati, che però si distendono in certe descrizioni di paesaggi naturali e dell’anima o nelle rivelazioni delle verità della trama.

Il romanzo è anche una sorta di risarcimento letterario, di omaggio in forma di storia a Palmina Martinelli, arsa viva a soli quattordici anni per essersi ribellata a chi voleva farla prostituire.

Palmina attende ancora giustizia, dopo anni di depistaggi.

La scrittura è forse l’unico chiodo sul muro, lo stilo sulla cera, il bastoncino sulla sabbia che può provare a riempire di parole e verità il silenzio.

“La Civetta di Minerva” ha intervistato Alessandro Morbidelli per voi.

Parafrasando una delle epigrafi in esergo al romanzo, com’è nata questa storia così ferina e “ferrosa”?

“I figli dei chiodi” è il romanzo che volevo scrivere e che avevo bisogno di scrivere. Nasce dal desiderio di raccontare l’infanzia tradita dagli adulti, come anche l’amore verso i più piccoli possa essere pericoloso, come arrivi sempre, per chiunque, la possibilità di imboccare una via laterale e diventare qualcosa di terribile, perché a volte è davvero facile lasciarsi andare. E poi volevo in qualche modo tenere viva la memoria di una bambina alla quale questo romanzo è dedicato, vittima del malaffare pugliese dei primi anni ’80: Palmina Martinelli. Il romanzo non racconta la sua storia, ma quella di cinque ragazzini, legati da una fortissima amicizia: due, fratello e sorella, sono figli di un capocosca, gli altri tre sono figli di quelle famiglie che sono a servizio della mafia perché sono sottomesse.

Spiegaci l’ambientazione, che contrasterebbe con le terre in cui vivi.

Sono convinto che raccontare una terra significhi in qualche modo riuscire a entrare in contatto con il genius loci che la vive e caratterizza. La cosa più semplice sarebbe attingere a ciò che si conosce, agli ambienti dove si è cresciuti. Tuttavia credo che un vero narratore debba essere in grado di effettuare un’operazione mimetica, di adattamento, in un contesto che non gli appartiene ma che, magari, lo affascina e lo convince che sia l’unico luogo possibile per la sua storia. Così è stato per me, scegliere una certa parte di Puglia, dove la mafia non è strutturata ma il malaffare era in mano a famiglie che si contendevano il territorio in faide epocali. In comune con la mia terra c’è lo sbocco sull’Adriatico, e il vento che racconta le storie.

L’idea di chiodo lascia spazio e speranza in una resurrezione o è una crocifissione definitiva?

Non esiste una cesura netta tra la parola “crocifissione” e “resurrezione”. Sono simbolicamente legate, in un gioco di significati che va oltre l’interpretazione episodica. Tra la prima e la seconda, però, c’è il dolore, la sconfitta, e solo alla fine la possibilità che si biforca: o tornare alla vita o scomparire. E non è detto che le due cose non possano coincidere.

Nel romanzo è presente una profonda riflessione sulla questione della violenza di genere, per cui sei stato anche invitato a iniziative a riguardo. C’è una soluzione, secondo te?

La riflessione sulla violenza prevaricatrice dell’uomo sulla donna credo sia da tenere sempre viva a prescindere dalle risonanze culturali, penso al film di Cortellesi, e di cronaca recenti, che magari potrebbero far pensare che il discorso riguardi un trend attuale ma momentaneo. La violenza di genere ha e ha sempre avuto molte forme. Da quella più evidente, fisica, chiara negli attentati all’incolumità della persona, a quelle più subdole: morale, con la svalutazione e il maltrattamento verbale; economica, con il controllo delle finanze e la non accettazione di un portafoglio indipendente; simbolica, con il semplice sfregio verso un oggetto che si ha a cuore, e questo è un atteggiamento molto più violento di quanto si possa pensare, e mi vengono in mente certi ometti che dopo la fine di una relazione, quando la controparte femminile se ne va di casa, fanno passare anni prima di restituire effetti personali, anche di prima necessità, tipo abiti o coperte. È un discorso molto complesso, ma se di soluzione dobbiamo parlare, credo si debba prestare la massima attenzione all’educazione dei ragazzi e al tempo stesso bisogna agire con forza contro chi questa educazione non l’ha avuta ed è prevaricatore.

Da anni ormai scrivi, sei curatore di volumi… come giudichi il tuo percorso? Cosa intravedi nel tuo futuro prossimo a proposito della scrittura?

Scrivo perché sento una grande necessità di trasformare le idee e le emozioni in storie. Quando leggo mi lascio trasportare dalle parole e vorrei che accadesse la stessa cosa a chi mi legge. Non amo la produzione forzata, per questo può passare parecchio tempo tra una mia pubblicazione e un’altra. Per me pubblicare con un editore storico e importante come Vallecchi è un punto di arrivo, una situazione che spero possa protrarsi nel tempo. Ho sempre scritto quello che volevo scrivere e con il piacere di farlo, credo sia una grandissima fortuna.

Gli autori a cui ti ispiri? C’è anche molta musica in questo libro: quale spazio occupa nella tua vita e ispirazione?

Leggo tantissimo. Ogni romanzo che finisco, perché ce ne sono tanti di cui mi bastano poche righe, mi lascia qualcosa. Non riesco a ispirarmi in maniera consapevole a qualcuno. C’è ammirazione, questo non lo nego, e di sicuro c’è anche una voce letteraria che si costruisce nel tempo, assimilando suoni ascoltati altrove. Non voglio sembrare nessun altro se non me stesso. Per quanto riguarda la musica, non credo di poter vivere senza: adoro certe atmosfere minimaliste d’atmosfera, mi piace lasciare l’orecchio teso verso il nord (ho adorato l’ultimo album degli islandesi Sigur Rós) e verso il caos, ritmato da sfuriate metal ed elettroniche. Ogni nota mi aiuta a pensare a una scena. Ogni scena può diventare un pezzo di storia. Ogni storia va raccontata.

 

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