Marcello Barison è un giovane filosofo – è nato nel 1984 –, Dottore di ricerca in filosofia teoretica, ha studiato filosofia a Padova, Berlino, Napoli e Friburgo e all’Istituto Italiano di Scienze Umane di Napoli, per approdare alla Columbia University di New York e in seguito, quale suo primo ‘lavoro’ per qualche anno, alla University of Chicago, «con lunga coda prepandemica a Shanghai e Buenos Aires» – come ha scritto lui stesso. Poi ricercatore di Estetica presso la Facoltà di Architettura dell’Università di Ferrara, per approdare, in ultimo, alla Libera Università di Bolzano dove attualmente insegna Estetica. Ha all’attivo alcuni saggi che spaziano tra la filosofia tedesca del Novecento, il pensiero francese post-strutturalista e l’estetica in generale. Nei suoi lavori, editi sia in Italia che all’estero, prova a far convergere prassi filosofica, arte e letteratura contemporanee.
Tra i suoi volumi: La Costituzione metafisica del Mondo (2009), Sulla soglia del nulla. Mark Rothko: l’immagine oltre lo spazio (2011) e i saggi Eterotopie. Gropius, Heidegger, Scharoun (2010) e Seynsgeschichte und Erdgeschichte. Zwischen Heidegger und Jünger (2010). Ha tradotto e curato nel 2013, per Bompiani, il corposo volume Ernst Jünger di Martin Heidegger, e per finire, il suo più recente saggio ha per titolo, Sul Concomitante. Metafisica e tecnica della violenza, edito da Meltemi nel 2023. Converseremo su questo saggio di Marcello Barison, giovedì 29 febbraio, alle ore 18,00, alla Libreria NeaPolis di Siracusa – introdotti da un intervento di presentazione di Stefano Piazzese, dottorando in Scienze umanistiche all’Univ. di Messina – insieme a Elio Cappuccio, il sottoscritto e la prof. Isabella Bazzano, docente di Storia e filosofia al Liceo Einaudi di Siracusa.
Quest’ultimo lavoro di Barison è, a nostro modesto avviso, un saggio filosofico davvero suggestivo, intenso ed intrigante, ed è una ricerca dedicata interamente ad Heidegger, al suo pensiero, alla relazione tra Heidegger e i Greci, tra i Greci e noi e al pieno e incontrovertibile riverbero che le riflessioni heideggeriane sulla “Tecnica” esercitano e significano nei nostri giorni sia sull’attuale approdo dirompente e inarrestabile della “Scienza-Tecnica”, sia sul senso “filosofico” per noi tutti, che la sfida epocale con l’inaudito dell’Intelligenza Artificiale ci pone di fronte, oggi. Sulla tecnica, citiamo alcune opere di Heidegger: le Conferenze di Brema e Friburgo o Introduzione alla Metafisica; La questione della Tecnica o l’intervista del 1966, Ormai solo un dio ci può salvare, del 1966, così come, ragionando a tutto campo sulla Gesamtausgabe (“Edizione completa”), possiamo dire senza alcun dubbio che la centralità della Tecnica attraversa snodi di pensiero decisivi in gran parte della speculazione del grande filosofo. Sì che lo stesso Barison prova a delineare, nella parte finale del suo saggio, come proprio la Tecnica-Scienza, giunta nel punto massimo di intensificazione nel nostro tempo, costituisca il “luogo terminale” in cui la relazione tra l’Essere e l’ente, l’Essere e il Dasein si avvitino e si intreccino nel loro punto critico di massima intensificazione: sino ad affermare – e proviamo ad “azzardare” i due termini – che Essere e Tecnica si mostrino nella piena coincidenza e disvelatezza. Ma su tali snodi significativi del saggio di Barison preferiamo rinviare al suo lavoro.
Singolare che in un saggio corposo interamente dedicato ad Heidegger e agli snodi decisivi del suo pensiero, il suo autore non faccia alcun riferimento, già nel titolo, al controverso Mago di Messkirch – che rimane, senza ombra di dubbio, “senza se e senza ma”, uno dei più importanti filosofi del ‘900. Ma è lo stesso Barison a motivare la sua intenzione. E lo citiamo volutamente: «si comincia con uno smarcamento: facendo dire a Heidegger che non si tratterà dell’ennesimo libro “su” Heidegger. Il depistaggio prosegue ponendo la più elementare delle domande: che cosa significa parlare di qualcosa che è stato? Molto semplicemente che noi agiamo sul passato ed esso agisce su di noi». E, inevitabilmente, Barison fa i conti con quel pensiero greco delle origini, da cui tutto ha avuto inizio, in cui la filosofia nasce, a partire dal ripensamento o dall’attenta rilettura e reinterpretazione di quei riferimenti, accenni, e potenti allusioni che le straordinarie figure di Eschilo e Sofocle hanno lasciato a noi con le loro tragedie: il Prometeo incatenato e l’Antigone.
Due passaggi sono decisivi: il primo, nel Prometeo (ed è Prometeo a parlare): «la tecnica è di gran lunga più debole della necessità». Sulla scia di Tonelli, Barison sostituisce la parola “tecnica” con “sapere” – e rinviamo al libro perché se ne colgano tutte le implicazioni filosofiche e ermeneutiche. Mentre, in merito all’Antigone, è allo stasimo del primo coro della tragedia di Sofocle che è appuntata l’attenzione: «Di molte specie è l’inquietante, nulla tuttavia di più inquietante dell’uomo s’aderge» – nella traduzione dello stesso Heidegger nel suo, L’introduzione alla metafisica. Il corpo a corpo con le due sentenze dei tragici impegna Barison lungo tutto il saggio. Quel deinon/deinotaton che traduce quell’inquietante (perturbante, tremendo, ecc.) che è, sì, l’uomo stesso a cui è assegnato in dote quella prassi o quel fare violento che irrompe, lacera, scopre e violenta la natura, le cose, ma simul fonda anche case, poleis, città e Stati e forma comunità, come anche ogni forma di artificialità necessaria alla sua convivenza. È chiaro qui che a questa “violenza”, proprio nel suo carattere metafisico, che connota il Deinotaton dell’essere umano – del Dasein, diremo con Heidegger –, non si tratta di assegnargli i tratti bruti di una ferinità animalesca, né il mero volto brutale di orde primitive, bensì la natura di quel “fare umano” e tutte le sue “forme-del-fare” – linguaggio, compreso – e “tecniche” che lo separano da tutti gli altri viventi non umani.
Da qui parte, infatti, uno scavo speculativo che mentre avvita “in circolo” Heidegger e i Greci, Heidegger e noi e Noi ai Greci, lascia scorrere nell’argomentazione dell’autore la messa a fuoco della relazione originaria ed ontologica che intreccia natura/artificialità; physis/techne; sapere/necessità; violenza/fare umano; Essere e Dasein, Essere ed ente, conducendoci dritti al Moderno e quella Scienza-Tecnica contemporanea cui sopra abbiamo fatto cenno. Esplicitando il significato dell’espressione che motiva il sottotitolo del suo saggio – “la metafisica della violenza” –, Barison conduce il lettore nel cuore delle finalità della sua ricerca filosofica: nell’affermazione piena del dominio della Tecnica, ed è qui che l’Essere svela la sua essenza. Proviamo a riguardare ciò che scrive Heidegger, nel testo della Conferenza di Brema, dal titolo L’impianto – parola che si traduce col termine Ge-Stell, e che in un continuo riverbero di significati coincide con Tecnica –: qui la frase di Heidegger: «Sennonché, l’essenza stessa della tecnica non è niente di tecnico». Ma, al tempo stesso, è lo stesso Heidegger a scrivere in un altro passo che: «L’essenza della tecnica è chiamata con lo strano nome di Ge-Stell proprio perché tale essenza non è niente di meno che l’essere stesso».
Davvero, l’Essere è così il Ge-Stell? Ripetiamo la domanda, di nuovo: l’Essere e la tecnica – l’Impianto, il Ge-Stell – sono davvero lo stesso? Davvero il Ge-Stell, la sua essenza – oggi interamente disvelata, ancor più nel dominio inquietante (Unheimliche, per dirla con Freud), espresso dall’IA, “è” L’Essere? Qui fermiamo le nostre domande!

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