Leonardo Sciascia negli occhi delle donne – Tessere di un mosaico al femminile

Il 7 settembre scorso, presso la Fondazione Leonardo Sciascia di Racalmuto, è stato presentato il volume di Rossana Cavaliere “Leonardo Sciascia negli occhi delle donne”, per i curatissimi tipi della casa editrice Vallecchi di Firenze.
Dopo i saluti del sindaco di Racalmuto Vincenzo Maniglia e dell’assessora Ivana Mantione, è iniziata la conversazione con l’autrice, relatori Antonio Di Grado direttore scientifico della fondazione, Silvana La Spina, scrittrice, Antonella Nonino della famiglia Nonino di Percoto, grande amica dello scrittore, e Anna Maria Sciascia, figlia di Leonardo. Moderatore Vito Catalano, scrittore, docente nonché nipote di Sciascia, curatore della rassegna letteraria in cui è stata inserita la presentazione.
Di Grado, prima di commentare il “retablo di penne e voci” che è il libro della Cavaliere, ha letto le bellissime parole ancora inedite di Anna Maria Ortese su Sciascia, che sottolineava non gli aspetti letterari del racalmutese ma l’esercizio di fraternità da parte dello scrittore, il suo non morire ma semplicemente tramontare in attesa di una nuova aurora.

L’intento della Cavaliere non è stato affatto agiografico, ma quello di evitare lo slancio aprioristico come pure di confutare le accuse di misoginia rivolte all’autore, in uno sforzo di oggettività pienamente raggiunto da questo lavoro polifonico e denso di interesse.
In un’intervista del1974 ad opera di Franca Leosini, il problema del matriarcato siciliano suscitò un vespaio di polemiche: le posizioni “antifemministe” di Sciascia vengono poi ribadite e argomentate con esempi concreti; la Cavaliere ha poi intervistato a sua volta la Leosini – la cui ammirazione e gratitudine nei confronti di Sciascia è immutata – in merito.
Tralascio le infinite polemiche sul celeberrimo articolo sui “professionisti dell’antimafia”, che a distanza di tempo ha rivelato la meschinità dei detrattori e la quasi profetica capacità di Sciascia di anticipare gli eventi. Lo rievoca Nino Catalano, genero dello scrittore al termine della serata di presentazione.
Marcelle Padovani, forse l’unica nota stridente del volume, che con sicumera transalpina riduce Sciascia alla dimensione esclusivamente letteraria, ne ventila l’ambiguità politica, ne critica l’impegno – contraddizione assoluta: una giornalista francese, sulla scorta degli idéologues, avrebbe dovuto apprezzare lo Sciascia intellettuale, giornalista, saggista.
Anna Maria Sciascia con semplicità e sguardo luminoso – i ricordi del padre, “uomo speciale”, le illuminano il viso – rievoca la vita familiare dello scrittore, cresciuto da donne e circondato da donne, le tre zie, la moglie e le due figlie, ne rammenta l’ironia divertita, si commuove citando Garcia Lorca.
Silvana La Spina, donna e penna di temperamento vulcanico, forse l’unica autrice che facesse parte del parterre sciasciano, riconsidera lo scrittore e anche l’uomo, seducente, silenzioso, siciliano come Verga, ospita grandioso, amico di tutti, generoso, amato invidiato e conteso.
Sciascia, “mistico laico”, “intransigente”, non ha niente a che vedere con l’editoria edulcorata di oggi, per il suo essere stato e ancora essere coscienza della nazione e soprattutto della Sicilia – terra internazionale, pirandelliana, in lotta con la ragione – con la sua scrittura precisa, sociale, settecentesca, lieve e coraggiosa, con le sue storie colme di divertissement.
Dovuto e grato il ricordo di Maria Andronico, moglie discretissima e straordinaria di Sciascia, prima lettrice e giudice del marito, non ombra ma compagna di viaggio di un grande della letteratura.
Antonella Nonino, anche in rappresentanza di Giannola, Betty e Cristina, rievoca l’omonimo premio – che ha anticipato anche dei premi Nobel – e i ricordi di Sciascia e Collura, l’incanto della conoscenza del grande scrittore e l’amicizia tra le famiglie, fra scrittura e unto di ricette, fra riservatezza e giovialità, nel rispetto dell’oralità, unica “scienza certa” per Sciascia, e nel nome dell’amore “verso la sua terra, le sue tradizioni, le persone, cose e parole che avevano popolato la sua infanzia e adolescenza”.
Dodici donne + 3 sono quindi venute intorno al core di Sciascia per narrarlo attraverso uno sguardo femminile, forse più acuto o attento a particolari che altri lascerebbero inosservati: “tessere di un mosaico al femminile” recita infatti il sottotitolo del libro, a evidenziare come la narrazione sciasciana sia stata soprattutto maschile (come “maschile” Silvana La Spina giudica la scrittura di Sciascia) e a colmare quindi un vuoto, a donare una prospettiva diversa agli studi sul grande racalmutese.
Ecco allora il brio di Barbara Alberti, che regala acutezze come quella sul femminicidio, “nuovo minotauro”, “una sorta di tributo” fatto pagare alle donne per la loro emancipazione, peraltro auspicata da Sciascia, tutt’altro che misogino, sulla speculazione edilizia che insidiava la grecità del paesaggio siciliano, su Sciascia cercatore di verità. “Perché tutte le cose sono semplici”, come troviamo nel “Candido”.
Poi i ricordi di Rita Cirio, donna di/ per il teatro, che rievoca l’attività di recensore teatrale di Sciascia, frequentazioni e retroscena – è il caso di dirlo – editoriali, concludendo con una nota elegiaca sui coniugi Sciascia-Andronico padrino e madrina del figlio Ottavio, portato via nel 2020 da una malattia crudele: “c’è il rimpianto che da grande Ottavio, che aveva letto e studiato tutti i libri di Leonardo, non abbia potuto conoscerlo meglio per constatare quello che aveva intuito: quella sua sobria, rara e armonica corrispondenza tra tensione morale della pagina scritta e autenticità della persona”.
Il garbo di Bianca Cordaro, che intervistò Sciascia e lo ebbe perfino come testimone di nozze, non le fa dimenticare le polemiche sollevate contro lo scrittore, cui rimprovera di aver sbagliato qualche bersaglio.
Le riflessioni di Dacia Maraini, che ricostruisce il milieu culturale di quegli anni e ci dona la propria visione della Storia, parallela a quella di Sciascia: “Io, come lui, considero la storia un processo di consapevolezza, una fonte di esperienza cognitiva. Inseguire la storia, per lui e per me, è un modo di sprofondare nelle forze arcane del tempo, ma anche l’unico modo per mettere un poco di ordine nel caos dell’universo”.
Domenica–Mimì Perrona e i suoi ricordi che si intrecciano a quelli del compagno di vita Natale Tedesco (che i siracusani ricorderanno come presidente del Premio Vittorini), tra lavori editoriali – tra l’altro anche nel nome di Brancati –, riflessioni sul ruolo dell’intellettuale, amicizia e premi letterari, grazie a un conoscere, bellissima espressione, che è stato un riconoscere.
Francesca Scopelliti, protagonista del “pasticciaccio brutto” dell’affaire Tortora, rievoca il legame tra il compagno celeberrimo presentatore e Leonardo Sciascia in nome della giustizia: una testimonianza asciutta eppure accorata. Particolarmente significativo questo passaggio sul valore degli scritti di Sciascia per un uomo perbene accusato ingiustamente e trattato in maniera infame: “ero felice che potessero superare le sbarre del carcere e far sentire Enzo meno solo”. Letteratura e vita si intrecciano, Manzoni e Sciascia s’incontrano nella “colonna infame” milanese che confluisce in quella del monumento funebre a Tortora. Ma ci sono anche aneddoti “gustosi” come quello sulla caponata…
Ultima ma non ultima Elisabetta Sgarbi, tra ricordi e avventure editoriali, con l’amore per i libri e il libro su tutto.
Rossana Cavaliere riafferma la presenza intera di Sciascia nel libro, che può servire a farlo meglio conoscere e apprezzare.
E ci piace concludere questo nostro excursus tra il 6 gennaio, anniversario della morte di Maria Andronico, e l’8, anniversario della nascita dello scrittore. Dormono accanto nel cimitero di Racalmuto.
Ce ne ricorderemo.

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