Comunità terapeutiche assistite. Chiesto un incontro in Prefettura. “Occorre intervenire subito”

Enzo Tomasello, come referente degli operatori delle CTA, e il dottor Gaetano (Tati) Sgarlata, nella qualità di presidente dell’Associazione “Si può fare per il lavoro di Comunità”, hanno chiesto al Prefetto la costituzione di un tavolo di lavoro per affrontare, insieme a tutti gli enti coinvolti, le non poche criticità che riguardano le Comunità Terapeutiche Assistite di cui abbiamo parlato nell’articolo del 19 dicembre

https://www.lacivettapress.it/2023/12/19/detenuti-con-disturbi-mentali-accertati-nelle-cta-cosi-diventano-gironi-infernali-e-la-denuncia-del-personale/

Una situazione su cui intervenire per tempo, quale azione di prevenzione, dal momento che già si sono verificati episodi di diversa gravità: dalla distruzione di suppellettili e vetri e il furto di soldi e sigarette, ai casi di estorsione, di consumo e spaccio di droga, fino alle violenze nei confronti dei pazienti e del personale e a forme di sequestro.

“Occorre cercare di rimettere ordine, non c’è dubbio – commenta il dottor Gaetano Sgarlata -. È un dato di fatto che alcuni autori di reati ricevano una perizia psichiatrica di semi infermità che appare perlomeno dubbia dato che questi soggetti si dimostrano poi dentro le CTA, comunità terapeutiche assistite, più delinquenti che pazienti psichiatrici. Non sta certo a noi verificare la validità di certe perizie, ma il problema è gravissimo perché questi soggetti hanno comportamenti che destabilizzano la funzionalità di tali comunità. Con un paziente affetto da patologia psichiatrica gli operatori delle CTA sanno lavorare benissimo, ma con pazienti autori di reato che sono soprattutto delinquenti non ce la possono fare proprio. Le CTA tra l’altro dovrebbero essere strutture aperte, da cui il paziente psichiatrico deve poter uscire, dove fare attività interne come esterne, mentre, al contrario, diventano sempre più posti chiusi. La presenza a volte del 30-40-60 per cento di pazienti autori di reato non premette la riabilitazione dei pazienti psichiatrici veri e propri e ovviamente sottrae posti ad altri che ne avrebbero diritto.

C’è poi un altro aspetto di cui tenere conto. Con la chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari tutti gli autori di reato dovrebbero essere presi in carico dal Centro di Salute Mentale e da qui smistati con progetti personalizzati, eventualmente restando nelle proprie abitazioni, o nelle Rems, residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza, o nei reparti psichiatrici delle carceri. Diverse quindi le opzioni previste dalla norma se non solo si fossero aperte tutte le Rems programmate, non soltanto l’80% ma soprattutto se i centri di salute mentale non avessero visto negli anni il continuo decremento degli operatori, in particolare, psichiatri, in una logica del ‘risparmio’, inaccettabile, da parte delle Aziende Sanitarie. Specie in Sicilia, e a Siracusa, la carenza dell’assistenza psichiatrica è gravissima; certo imputabile è anche la scelta, a livello nazionale, dai governi di destra come di sinistra, del numero chiuso nella facoltà di medicina che ha determinato un numero insufficiente di medici soprattutto per le branche meno appetibili, e tra queste i medici di famiglia e di psichiatria.

Ci sono oggi psichiatri che si mettono in pensione e poi, per guadagnare migliaia di euro, vanno a fare 3 – 4 notti al mese, a gettone, in ospedali del nord.  Qui da noi abbiamo Direttori Generali che, sempre per risparmiare, sebbene ce ne sia ampia disponibilità, non intendono avvalersi neanche di altre figure professionali già in pianta organica: psicologi, assistenti sociali, terapisti della riabilitazione. Come Associazione abbiamo anche noi chiesto di coprire i posti vuoti attraverso un concorso per queste figure professionali e poi, nella successiva pianta organica, di incrementare il numero appunto di psicologi, assistenti sociali e terapisti della riabilitazione, professionalità che invece sono molto presenti nel territorio. Stiamo lavorando anche a livello regionale perché questo avvenga, ma ci danno poco ascolto.

Una risposta immediata alle criticità in cui versano ormai tutte le cta del territorio sarebbe quella di ragionare sulla gravità dei disturbi e far girare mano mano i malati, per esempio mandando nelle cta solo quelli che già hanno fatto positivamente un percorso terapeutico e lasciando nelle Rems i più gravi. Ma per fare questo il punto di partenza sarebbe non far finta di non vedere un problema che sicuramente è ben presente ai vertici aziendali”.

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