Il ponte fra ominicchi e quaquaraquà

Una marea umana si è radunata il 2 dicembre in un grande corteo a Messina al grido: “No al ponte”. Siciliani e calabresi, insieme a tanti altri italiani accorsi per l’occasione, mostrano piena consapevolezza dell’inutilità dell’opera, dello sperpero di denaro pubblico mentre le due regioni diventano sempre più povere in strade, ferrovie, ospedali, scuole inagibili, mancanza di posti di lavoro dignitosi e con un ambiente deturpato. Dice Tonino Cafeo, giornalista messinese: “Siamo giunti alla terza manifestazione del 2023 a Messina e ho visto sempre più cittadini aderirvi. Perfino quella decisa ad agosto è stata partecipata. C’è chi scende in piazza con noi, ma anche chi non lo fa, oramai maggioranza della città, è con noi. Sono cambiati i discorsi, le idee che tanti avevano. Prima molti messinesi credevano al ponte come promotore di progresso, una ventata di ricchezza. Adesso c’è una città stanca con uno scettiscismo di fondo che pensa al danno del ponte e sente questa decisione come imposta dall’alto. Vedono le promesse dei politici diventate false e ora come credere al ponte?”

Intanto migliaia di manifestanti sfilano insieme ai tanti politici locali e nazionali venuti a portare adesione perché la lotta contro il ponte significa anche la battaglia contro l’altra grande ‘idea’ della lega: l’autonomia differenziata. Una sciagura che si abbatterebbe non solo sul sud Italia, ma su tutta la nazione e ciò preoccupa l’Unione europea. Non è un caso che Conte abbia avuto più aiuti economici dall’unione europea. Il ragionamento dei vertici europei era sintetizzato in: “C’è il mezzogiorno che versa in situazioni pietose e che non può più essere dimenticato perché porterebbe al crollo dell’Italia causando gravi problemi d’instabilità in Europa”. Però oggi, una buona parte di quel denaro destinato a progetti per il sud va in direzione centronord e l’Unione varie volte ha ammonito il governo. Eppure circa 30 anni fa, quando i Salvini e i Meloni erano appena nati, l’Italia viveva altri tempi, quelli del modello Iri. L’istituito fondato nel 1933 nel dopoguerra allargò progressivamente i suoi settori di intervento e divenne il fulcro dell’intervento pubblico nell’economia italiana. l’Iri (Istituto di Ricostruzione Industriale) arrivò ad essere un gruppo di circa 1.000 società con oltre 500.000 dipendenti. Era il settimo conglomerato al mondo per dimensioni, con un fatturato di circa 67 miliardi di dollari. L’Iri rimase il modello di riferimento d’intervento statalista italiano nel mondo, il principale braccio operativo del sistema di economia mista che guidò la rinascita del Paese con il miracolo economico. Stava nei principali gangli strategici del Paese: ramo bancario (azionista in Banco di Roma, Credito Italiano poi Unicredit, Banca Commerciale Italiana), siderurgia (Finsider, l’antenata dell’Ilva), telecomunicazioni (Stet poi Telecom), cantieristica e difesa (Fincantieri e Finmeccanica) trasporti (controllando Alitalia e Autostrade); era presente anche nel ramo alimentare (Sme). Attraverso l’Iri le imprese erano utilizzabili per finalità sociali e lo Stato doveva farsi carico dei costi e delle diseconomie generati dagli investimenti; significava che l’Iri non doveva necessariamente seguire criteri imprenditoriali nella sua attività, ma investire secondo quelli che erano gli interessi della collettività anche quando ciò avesse generato “oneri impropri”, cioè anche investimenti antieconomici, ma per il sociale, investimenti che portavano i profitti ottenuti al welfare. L’obiettivo dello Stato era di sviluppare l’economia del Mezzogiorno e mantenere la piena occupazione, l’Iri doveva concentrare i propri investimenti al Sud e incrementare l’occupazione nelle proprie aziende, ma non per fare opere faraoniche e poco economiche. Difatti, in quel pieno boom non si parlò mai del ponte. L’Iri era la “terza via” tra il liberismo ed il comunismo. Vennero economisti cinesi a studiare il modello per trarne conclusioni che noi avremmo visto decenni dopo e gli altri stati europei guardavano fra stupore e invidia questa creatività tutta italiana.

Difatti, l’Iri investì nella costruzione dell’Italsider di Taranto, dell’AlfaSud di Pomigliano d’Arco e di Pratola Serra. Poi per evitare gravi crisi occupazionali l’Iri veniva chiamato in soccorso di aziende private in difficoltà come fu per la Motta, i Cantieri Navali Rinaldo, la Piaggio, acquisendo le aziende alimentari dalla Montedison. Ma l’Italia – baluardo della Nato di fronte alla Cortina di Ferro – rappresentava un’incognita geostrategica, vista la contiguità del Pci rispetto all’Urss quell’economia mista, pubblico-privata, che aveva lanciato il “miracolo italiano”, proiettando il Belpaese tra le prime potenze industriali del pianeta era intollerabile specialmente in un momento storico di nascita dell’iperliberismo privatizzatore: bisognava sabotare il Made in Italy, occorreva demolire l’Iri e svendere l’ingombrante industria pubblica. Ma c’era un ostacolo insormontabile: Aldo Moro. La sua uccisione fu dovuta anche a questo. Poi i Draghi & Prodi lavorarono alla svendita. Oggi, può tornare l’Italia ad avere una politica industriale degna di questo nome? Sappiamo che l’economia di un Paese è figlia della sua classe dirigente, oltre agli equilibri produttivi e finanziari del contesto internazionale. Quindi il solo parlare e decidere su investimenti, non monumentale, per moderni e creativi progetti richiede personaggi politici che dovrebbero svolgere sia una promozione per una scuola di manager industriali, sia l’investimento in ricerca e trasferimento tecnologico. Nessuno di questi capitoli di spesa è dentro la finanziaria del governo Meloni. In Sicilia, a Siracusa c’era bisogno di infrastrutture. Ma esiste un vuoto politico regionale e nazionale. Abbiamo ciò che Sciascia classificava come ominicchi (bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi) e quaquaraquà (quelli che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, perché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre). Invece, c’è l’allarme dello Svimez. Dichiara Rosaria Amato: “al sud si va in recessione, mezzo milione in più a rischio povertà. E il Pnrr non basta. Gli investimenti del ministero delle imprese e del Made in Italy e di quello del Turismo non stanno rispettando la quota obbligatoria del 40 per cento per le Regioni meridionali: non raggiungono neanche il 30 per cento. E per i fondi spesi al 31 dicembre, ha annunciato il ministro Fitto, ci sarà un’ulteriore rimodulazione rispetto ai 42 iniziali: saranno anche meno dei 21 dell’ultima revisione”.

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