Due dee si guardano prima da lontano; poi stipulano un patto e danno forma a una civiltà: sono madre e figlia. La figura dell’una sfuma e si ricompone in quella dell’altra, in diverse fasi. Insieme fondano un’alleanza perfetta … esisteva un dialogo continuo tra il mondo di sopra e quello di sotto, tra umano e divino, tra femminile e maschile. Forse è esistito un tempo di equilibrio e di pace, un tempo contraddistinto dall’armonia circolare e dal dialogo fecondo tra gli esseri del creato …
Solo a chi è nutrito dalle suggestioni arcaiche dell’Omphalos della Sicilia è possibile creare una storia come questa, che racconta di una coppia di liceali, Jacopo e Lila, esplorare, conoscersi e crescere in un felice incastro ambientale cui danno vita vari personaggi, tutti positivi sebbene alcuni fatti di quotidiana carne e ossa ed altri di materia misteriosa.
Ecco “La ragazza dell’altopiano”, romanzo per i tipi di Euno Edizioni/Sikè, della brillante Elisa Di Dio, docente, attrice, autrice teatrale e autrice, in questo caso, di un’opera morale che, prendendo avvio dalle sicure aule di un liceo di Henna, ci conduce fino alle alture storiche di Cozzo Matrice, ai bordi dell’antro selvaggio che vi troneggia, a rievocare la consumazione del ratto di una fanciulla divina, Kore, strappata da Ade spietato alla madre Demetra e trascinata a far da regina nel regno delle ombre senza occhi.
Il romanzo, in ogni sua parte, è scandito, a guisa di esergo che anticipa il tema, dalle fasi lunari, associate alle specifiche divinità di pertinenza e ai connessi riti della terra (ex florilegio: Luna crescente … Labbra femminee sorridono alle stelle. La linfa risale in superficie e tutto ciò che è ricco di semi, se gettato nella terra, si riproduce e fiorisce … Artemide è la dea della luna crescente: è cacciatrice, signora dei boschi, idolo dal corpo fiorente di seni …).
La trama è apparentemente semplice. Nel liceo cittadino, all’apertura del nuovo anno scolastico, si decide di proporre ai ragazzi un’escursione didattica sul Lago di Pergusa e sul vicino altopiano di Cozzo Matrice, sede di antichissimi insediamenti di popolazioni preelleniche. Nella circostanza alcuni studenti potranno collaborare con una troupe televisiva impegnata negli stessi luoghi e giorni, per la realizzazione di un film-documentario sul Mito del territorio. L’idea è del preside Teodoro Siciliano, grande figura di intellettuale così presente nella scuola, quanto schivo nella via privata, tanto schivo che così ce lo restituisce anche l’Autrice, scrivendone molto poco, ma quanto basta. Il tutto avviene, dall’inizio alla fine della storia, sotto lo sguardo attento e affettuoso della professoressa Marinella Culmia, che ha un debole per quei due, Jacopo e Lila, e li segue con particolare trasporto, ormai totalmente dedicata ai giovani e alla sua missione di educatrice, dopo aver abbandonato il progetto di trovarsi un marito, per le motivazioni che pure ci confida e che rispettiamo.
Si, qualsiasi cosa succeda, loro stanno nella purezza. Che me la immagino come una città la Purezza, con la P maiuscola, enorme e luminosa … Dove ogni cosa è protetta dalla luce … Per questo, nonostante tutto, mi piace insegnare e stare con i ragazzi: in loro c’è ancora questo slancio, il desiderio di andare al fondo delle ragioni e delle cose fino a farsi male. Gioie mie … A Lila, Jacopo non potrà che far bene. Lui, così socievole, allegrone, smusserà la sua rigidità, abbatterà le sue resistenze. La farà sorridere. Le donerà la giusta leggerezza. Spero sia così. Che lei non si tagli più. Viva l’amore … Accussì.
I veri protagonisti, appunto, sono i due ragazzi e allora ne accenniamo il minimo necessario per non svelare tutta la trama. Possiamo dire che quanto Jacopo è estroverso, aperto, dialogante, disponibile in mille iniziative, impegnato in buone cause civili, così Lila è una ragazza che può apparire introversa, ombrosa, difficile, diffidente, rassegnata (“Lila ama la compagnia degli alberi … e non le luci annoiate del centro … spesso dice a se stessa che se non fosse nata, sua madre e suo padre sarebbero rimasti insieme… Io, quando gli altri si fermano, comincio a correre per saltare l’ostacolo, soprattutto se so che oltre potrebbe non esserci niente.”). Lila ha inflitto al suo corpo molte ferite da autolesionismo, per segnare e condividere il dolore di sua madre marmorizzata dopo l’abbandono di suo padre, quando lei era ancora di poche settimane. Ma ultimamente, grazie all’energia e all’entusiasmo di Jacopo, la ragazza sta cominciando faticosamente a uscire dal suo mondo chiuso e dai suoi tagli autoinferti. Marinella benedicente.
Il giorno prima dell’escursione scolastica, i due giovani si recano a fare un giro in moto sui luoghi interessati, cioè il Lago di Pergusa e Cozzo Matrice – qui l’Autrice non rinuncia a descrivere con forza una parentesi ecologista che denuncia l’abbandono dei rifiuti nella Riserva Naturale – ed incontrano la regista del documentario in preparazione, cioè Gaia, allieva del grande Werner Herzog, citazione non casuale, e il suo strano operatore Aidan. Gaia e i ragazzi si intendono subito e si accordano per l’indomani, rendendosi disponibili a partecipare alla drammatizzazione con due attrici professioniste che impersoneranno Demetra e Kore.
Puntualmente, il giorno dopo, la comitiva studentesca parte sul bus organizzato dalla scuola, in compagnia di Marilisa, la simpatica archeologa blogger che farà da guida sulle alture e sul Lago (“L’archeologa sorride ai due innamorati. Quel luogo ha qualcosa che segna le vite, ne è convinta … Qualche anno addietro, lei, giovane studiosa al primo scavo, aveva avuto l’impressione di vedere, su quelle alture, liquide ombre addensarsi fra le rocce, baluginii di sguardi affioranti dal vuoto delle tombe, aveva avvertito ripetuti mormorii umani nel silenzio agreste. Non aveva mai detto niente a nessuno per timore di essere presa per visionaria. Anche adesso Marilisa preferisce il silenzio.“). Giunti a destinazione, col consenso della prof. Marinella, Jacopo e Lila si dirigono verso i luoghi dove si trova la troupe di Gaia, dandosi appuntamento con la comitiva al termine del girato.
I ragazzi non incontrano subito Gaia, ma due donne che dialogano dolorosamente tra loro.
Sono una madre … Ho visto nascere, crescere e morire molte lune da questa altura, insieme a Kore. Noi davamo il ritmo alla vita degli uomini… Io benedicevo le campagne. I contadini seminavano, raccoglievano, conservavano il grano nei magazzini. Mi invocavano e io camminavo fra i campi, celebrata dalle preghiere di uomini, greggi, armenti e acque. Ero una dea allegra; amavo la musica, i balli sull’aia sotto le stelle, dopo la mietitura, gli stornelli d’amore dei lavoratori, i dolci di mosto, miele e sesamo modellati dalle donne seguendo la forma dei miei seni rotondi. Condividevo l’abbondanza delle offerte con mia figlia. Poi tutto è diventato buio.
Da questo momento in poi il mito e l’incanto ha il sopravvento sulla narrazione e cosa potremmo dire oltre se non che Elisa Di Dio ha magistralmente creato quell’effetto magico di straniamento ed incantesimo (“Lila, le mani appoggiate al suolo, è parte della scena, protagonista del rito, ad un passo dalla dea. Dopo l’iniziale silenzio, comincia a cantare anche lei … Tutto si unisce e si confonde …”) che è tipico del cinema e del teatro.
Si tratta di un addio tra una madre e sua figlia. Al dolore insanabile di Demetra, che si batte il petto, fa da contraltare la posa serena di Kore, il cui profilo non è più quello dell’ignara fanciulla brutalmente strappata alla terra e alla luce. Ora è una regina, una dea potente come la madre, Persefone, la signora delle Ombre, sposa convinta di Ade. Il corto circuito dei due diversi sentimenti e l’equilibrio spezzato nel rapporto madre-figlia, con la fine delle stagioni e del raccolto, sarebbe devastante per loro e per il mondo degli uomini, se non fosse per il compromesso imposto da Zeus, che ripartisce tra madre e sposo la presenza di Kore/Persefone: Tornerai. Questo pensiero mi salva.
I due ragazzi sono travolti e coinvolti. Particolarmente Lila si sta liberando, una presa di coscienza commossa e tumultuosa, la prende, è come una farfalla che esce dalla crisalide.
Ragazza, non sei capitata per caso qui. Attenderemo insieme, pregheremo, invocherai con me le forze che tengono il mondo. Tu sei lei per il mio cuore deserto. Rimani. … Io abito ancora qui. Cercatemi. In ogni segno, in ogni luogo destinato alle preghiere di uomini e donne. Cercatemi sempre nel volto di altre madri. Mi troverete … Avrò nomi e altari, dea della metamorfosi e dello sguardo. … Sarò voce, sarò luce di luna che imbianca i viottoli campestri, sarò il verde dei prati, sarò preghiera e braccia. Ve lo prometto, ma voi promettete di parlare di me e di lei.
Al di là del ritorno delle stagioni, il risultato più evidente del nuovo assetto, ciò che l’Autrice ci vuole manifestare, con grazia e profondità, è l’evoluzione dei protagonisti, dopo sanato un enorme trauma come questo. La madre accetta che la figlia non è più una fanciulla. Lo sposo accetta che la sposa non è nel suo dominio assoluto.
Pensa a quell’adolescente divisa tra madre e compagno, fra due stagioni e due mondi. Kore corre e le sue fughe provocano desiderio e tempesta. Kore danza e intreccia corone di fiori sull’orlo dell’abisso, prima che la notte la divori. Estrema Kore, come lei … Kore ti insegue Lila, Kore vuole essere te e tu di Kore sei specchio ed Eco. E poi c’è il dio dell’oscurità, predatore e predato, che si è scoperto un cuore innamorato, allagato dal desiderio. Ade spia, Ade desidera ciascuno di noi. È l’assente e il tremore. Come suo padre, abitatore del buio della sua infanzia e della memoria offesa della madre.
Così Lila finalmente comprende che è venuto il momento per lei di uscire definitivamente dal guscio dell’autoisolamento, e allo stesso modo, a distanza, sua madre, lacerandosi nella sua riflessione autocritica, deciderà di rinunciare alla “prigionia del controllo”, perché “È tempo di amarci alla giusta distanza, ritrovando le parole perdute”. Neppure Jacopo può sottrarsi a questa autocoscienza individuale e collettiva. Rimasto apparentemente escluso dal dialogo tra Lila e Demetra, in realtà Jacopo assiste alla metamorfosi, o meglio, alla guarigione della sua Lila e maturando anche lui, capirà che la sua esuberanza non sarebbe mai bastata a quello scopo, se Lila non avesse preso autonomamente coscienza di sé.
Facci caso, Jacopo. Cosa conosci di lui? Niente. Nessuno sa niente di lui. È senza legami, senza un parente. Senza amici. Lui è solo le storie che racconta. Come se venisse da un mondo diverso dal nostro, il mondo delle sue storie. Chi è Teodoro Siciliano? … Appare, ma non va né viene da niente…
Solo una storia di donne, questo romanzo? In apparenza sì. Del resto, il Mito racconta del dramma di due donne, legato di un’era matriarcale come dovette essere quella pre-olimpica. Comunque, nel romanzo, a parte Jacopo, che è un protagonista assoluto, si evidenziano personaggi maschili, magari con poche scene a disposizione – uso questo termine apposta, come spiegherò alla fine – ma dai tratti molto marcati e intensi.
Altri personaggi maschili misteriosi che dicono e fanno più di quello che mostrano, sono Aidan l’operatore e, inaspettatamente, il conducente del pullman della scuola, cui Elisa Di Dio dedica un fermo immagine quasi da brivido.
Chissà chi sono questi uomini misteriosi. Certamente il preside Siciliano, già nel mondo del reale, fa un gran lavoro educativo che basta e avanza – ce ne fossero, di mille presidi Siciliano…! – se poi volessimo pure guardarlo nella controluce del mistero, ci sarebbe uno sconfinato spazio per un secondo romanzo a seguire questo che commentiamo.
Spezzare il ritmo delle stagioni significa chiamare la morte, con diluvi, frane, onde colossali e mortifere, fiamme che arrivano al cielo, fame e sete di bestie e uomini. Se voi umani capiste cosa significa tutto questo, cambiereste. Ma voi non capite. Non comprendete che siamo dentro al tutto …
Un altro piano dell’opera è quello ecologista. Nel dialogo tra Lila con le due Dee il tema, già presente nelle riflessioni di Marinella, Jacopo e Gaia, ritorna prepotente e potente, come tema filosofico e politico. Diventa insomma l’attualizzazione del Mito, la sola lettura oggi plausibile di un racconto che si perde nella notte dei tempi, eppure così perfettamente corrente. Elisa Di Dio non lo perde mai di vista e se ne sente tutta la sua tensione.
– … Lei, signora, è una madre piena di coraggio. Rappresenta il potere che dobbiamo riprenderci per sconfiggere le storture di un mondo pensato dagli uomini, per gli uomini. Glielo dica lei, signora. Glielo dica che noi donne subiamo sempre lo stesso destino: veniamo schiacciate, annientate, avvilite, ridotte al silenzio. Mi fa rabbia questa storia: sempre uguale, ieri e ora.
– Ragazza, ma di che potere parli? … È l’amore quello che manca. La compassione. Tutti gli esseri dovrebbero vivere d’amore. Nel comprendersi e nel non ferirsi si diventa pari. Nel rispetto si diventa pari. … Ero distrutta all’idea che mia figlia fosse nelle mani del dio … Anche io in questa vicenda dovevo trovare la strada per amare in maniera diversa. Avete mai visto un dio trasformarsi? Eccomi, sono qui, sono io.
Nel rispetto si diventa pari. Demetra corregge Lila e la instrada verso la più autentica delle emancipazioni. Un altro netto registro di questo romanzo è la questione della libertà della donna e, implicitamente, il nodo cruciale della violenza di genere. Lungi da me aprire una speculazione in questa sede, ma, tralasciate le fumose (e anche un po’ troppo comode) teorie sulle colpe del patriarcato, qui convince molto di più la soluzione sobria e solare che offre l’Autrice. Anzi, direi che questo romanzo, per l’empatia, la delicatezza, l’energia buona che suscita, insieme ad altri dello stesso genere, dovrebbe formare oggetto di lettura nelle scuole, sarebbe molto più efficace dell’ora di educazione sentimentale che, di questi tempi, è di moda proporre, ma che non si sa cosa sia, a cosa serva e chi dovrebbe insegnarla.
A Jacopo e Lila adesso sembra che sull’altura sia visibile un bagliore intermittente. Con i sensi acuiti dall’incontro di quella giornata, riescono a vedere la dea che vaga per il sentiero, si ferma in prossimità dell’antro, gira in cerchio per tre volte intorno alla fossa scavata con le sue mani, si raggomitola, e mentre con le mani si colpisce tra costole e cuore, urla il nome della figlia e la voce rimbomba nei cunicoli, riempie di respiri e singhiozzi lo spazio fino a turbare il sonno inquieto delle Ombre. La luce muore a occidente. La creatura si copre il viso con un lembo del mantello e compie la sua metamorfosi. Roccia di lacrime e sospiri, veglierà per i mesi più freddi sull’altopiano. Anche lei, cosa di terra e d’ombra, resterà immobile fino al sole nuovo della primavera.
Ma il registro più suggestivo dell’opera, almeno per il sottoscritto, sta nella relazione tra noi contemporanei, uomini, donne, giovani, docenti, professionisti, utenti e il Bene Culturale.
Nel romanzo i luoghi ennesi del Mito non sono descritti ed atteggiati secondo la consueta e rituale fattispecie del Monumento-Documento, cioè un Bene, un’Entità alta, superiore e sovrastante da osservare, studiare, ammirare, tutelare (per alcuni) oppure da sfruttare economicamente (per troppi).
Invece, ne La ragazza dell’altopiano, il Mito e il suo Luogo, come sarebbe giusto che fosse sempre, acquistano lo status di creature viventi che interagiscono con chi li rispetta. Sono stato peraltro contento di trovare questa impostazione nel romanzo della Di Dio, anche perché affine alla chiave del mio “bord de l’eau” nel quale il Bene Culturale ci parla attraverso un’Entità sovrannaturale. Dunque il rapporto tra uomini e Bene diventa scambievole, catartico, terapeutico, pedagogico. Nel caso della narrazione di Demetra e Kore del XXI secolo, gli uomini riscoprono il prodigio della terra che dà i suoi frutti, ma con la consapevolezza che il rinnovarsi del prodigio dipende da un nuovo compromesso, cui i contemporanei sono chiamati, senza appello. Infatti il Bene Culturale ci parla e ci avverte: Non c’è più tempo; le parole della Madre ritornano alla loro mente in maniera continua, ossessiva.
Respira a fondo, lasciandosi inebriare dal sentore della terra bagnata: è il misterioso petricore, il profumo della malinconia che nasce dall’incontro della prima pioggia di autunno con la terra riarsa dell’estate.
Da brava attrice e drammaturga, la Di Dio compone, nella prima parte del romanzo, singole scene profilatrici non solo per ogni protagonista, ma anche per gli altri attori dell’azione. Come dei quadri descrittivi di ogni singolo personaggio, che parla di sé o dell’altro/a. L’effetto è molto agile e consente al lettore di farsi subito un’idea chiara dei tipi umani che lo condurranno all’appuntamento col Mito.
Lo stile di Elisa Di Dio scorre confortevole, aggraziato, materno, carezzevole. Esaustivo, corretto e rassicurante. Sentiamo nelle parole l’odore dei prati e dei fiori, il profumo della vegetazione rupestre, sentiamo perfino il magico petricore, che tanto adoriamo, quando ci capita. Percepiamo chiaramente l’affetto della docente Marinella, i palpiti della madre di Lila, l’esuberanza sana di Jacopo e il tormento di Lila. Il romanzo, autobiografico o meno che sia, è comunque empatico, positivo, aiuta tutti noi a osservare ed affrontare la vita con giusto approccio attivo, propositivo, sorridente.
Niente di ciò che ho sofferto è inutile. Adesso so cosa sono il dolore e la nostalgia degli uomini.
Qui il dolore viene scritto e descritto non in chiave fatalistica e irrimediabile, come piace crogiolarsi a molti scrittori del dolore, bensì come una naturale condizione dell’uomo, esattamente come nel rapporto tra Demetra e Kore, nella sana alternanza delle stagioni. Questo romanzo sorride, costruisce e fa bene all’anima.

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