“Parole e gesti per un buon uso del mondo” Salvatore Natoli a Siracusa il 18 novembre

Non s’è ancora spenta l’eco della brillante conferenza (e dell’ampio interesse che la stessa ha riscosso tra il numeroso pubblico) che il filosofo Salvatore Natoli, professore Emerito dell’Università di Milano, ha svolto lo scorso 2 giugno, nell’aula Magna del Liceo Corbino di Siracusa, sul tema “Da Prometeo all’Antropocene” – titolo scelto in coincidenza con la trascorsa stagione dell’Inda, finalizzato ad attualizzare l’eterna, ed inevitabile, relazione tra la natura e la tecnica, l’uomo e l’artificio, in consonanza con l’ultimo importante saggio del filosofo, “Il posto dell’uomo nel mondo: ordine naturale e disordine umano” (Feltrinelli) – che l’Associazione Nuova Acropoli ed il Collegio siciliano di filosofia, nell’ambito della “Giornata mondiale della Filosofia”, hanno pensato di invitare nuovamente Salvatore Natoli a tenere una Conferenza sul tema “Parole e gesti per un buon uso del mondo”. L’iniziativa si terrà sabato 18 novembre, alle ore 18,00, nel salone dell’Urban Center di Siracusa. L’incontro sarà moderato da Lucia Sinnona, e Salvatore Natoli terrà la sua Lectio subito dopo i brevi interventi di Elga Daniele (Nuova Acropoli), Elio Cappuccio e il sottoscritto.

Per il tema scelto, l’invito a Natoli è apparso il più appropriato, se solo pensiamo al “taglio” etico-filosofico della vastissima e straordinaria produzione speculativa che ha connotato la ricerca del filosofo siciliano lungo questi decenni. Selezioniamo solo quei saggi che ben si inscrivono dentro questo vettore che – da Aristotele all’etica degli antichi, da Spinoza a Giacomo Leopardi, dal Manzoni a Michel Foucault, dalle tematiche religiose ai rapporti tra politica, virtù e “forme della soggettività” – giungono proprio al suo ultimo saggio citato in esordio, che si configura come una “lezione” etico-politica per il mondo attuale. Qui, solo alcuni dei saggi di Natoli che si inscrivono in questa cornice: Vita buona vita felice. Scritti di etica e politica (1990); La felicità. Saggio di teoria degli affetti (1994); Dizionario dei vizi e delle virtù (1996); Delle cose ultime e penultime. Un dialogo (1997); Progresso e catastrofe: dinamiche della modernità (1999); La felicità di questa vita. Esperienza del mondo e stagioni dell’esistenza (2000); Stare al mondo. Escursioni nel tempo presente (2002); Guida alla formazione del carattere (2006); L’edificazione di sé. Istruzioni sulla vita interiore (2010); Le parole ultime. Dialogo sui problemi del «fine vita» (2011). Questioni che legano il processo di formazione delle soggettività nel contesto degli assetti socio-politici, mantenendo peraltro un confronto serrato con quella dimensione etico-religiosa che ha connotato ab initio la dimensione dell’Occidente – non a caso è stato costante il dialogo di Natoli con prestigiose personalità del mondo cattolico, da Pietro Coda all’arcivescovo Bruno Forte, teologo tra i più prestigiosi.

Il tema scelto da Nuova Acropoli (associazione presente in diverse realtà del mondo) per la “Giornata mondiale della filosofia/2023” presenta poi assonanze e similitudini (certamente casuali, né volute né ricercate) con il titolo di una delle più importanti ricerche di carattere antropologico del secolo scorso, vale a dire, il lavoro fondamentale di uno dei più grandi specialisti della disciplina: André Leroi-Gourhan, etnologo e antropologo francese che ci ha lasciato un monumentale scavo considerato un classico dell’antropologia: “Il gesto e la parola. Tecnica e linguaggio”. E se è vero che la ricerca di quest’ultimo affonda lo sguardo sul fondamento di quei processi di ominizzazione e dei legami tra linguaggio e tecnica che inevitabilmente segnano la lunghissima vicenda dell’homo sapiens, è immaginabile che la Lectio di Natoli sarà tesa a cogliere la dimensione etico-filosofica e politico-sociale di fronte alla quale siamo posti oggi tutti noi – la nostra specie, come i governi mondiali e le grandi Istituzioni della contemporaneità. Svolgere un corpo a corpo – legando sia il “linguaggio” che la “tecnica” (cioè, la parola e i gesti: cioè le nostre azioni) – con quell’inizio aurorale che ha visto la “cultura occidentale”, protagonista decisiva di un lungo cammino storico-politico, avendo  impresso agli ultimi due millenni della storia del mondo una tale accelerazione di sviluppo e sofisticato progresso, sino a rendere la “specie umana” – giunta al vertice della sua estrema potenza – così gravida e carica di una altissima responsabilità. Ripensare, pertanto, ai due vettori – il linguaggio e i gesti (le “forme del fare”) – che stagliano la specie umana come l’unica al di sopra di tutte le altre “specie naturali”, per provare a ridefinire e ritessere – con le parole di Natoli – “un buon uso del mondo”.

D’altra parte se osserviamo oggi, in questi ultimi 3 anni, lo stato del mondo, a partire da  quelle figure del “perturbante” con cui ancora facciamo i conti – il Covid e i suoi effetti, e i due preoccupanti e tragici conflitti di carattere “globale”: l’invasione russa in Ucraina e la guerra tra Israele e Hamas, nell’irrisolta “questione palestinese” –, ci accorgiamo che il compito che abbiamo di fronte è davvero arduo, sino al rischio dell’ineffettualità. E tuttavia non possiamo non continuare a porre, col pensiero, la “domanda fondamentale” del nostro tempo, proprio quella che connota ab initio la nostra specie, e cioè il linguaggio, le parole e le forme della comunicazione umana, stretti nel paradosso di toccare, da una parte, il vertice della loro potenza – che cos’è infatti “l’Intelligenza artificiale” se non il punto più alto e sofisticato in cui il “linguaggio” si innerva e si irradia in dispositivi tecnico-scientifici che espandono e magari tentano di superare la capacità del cervello umano? –, mentre dall’altro, questo stesso “linguaggio umano” vive spezzato, fratto e interrotto, dal momento che – per evocare Marx –, più che “le armi della critica”, nel mondo è in piena agitazione violenta la “critica delle armi”

Ed infine – per toccare la questione dei “Gesti” –, il nostro pensiero trova una significativa analogia che ci rimanda al controverso Martin Heidegger. Quest’ultimo, in un suo riferimento del saggio L’origine dell’opera d’arte, così si esprimeva: «una maniera essenziale nella quale la verità stabilisce se stessa nell’ente che essa stessa ha aperto, è il porsi in opera della verità. Un altro modo in cui la verità viene alla presenza, è il gesto che fonda uno stato politico». Cioè, il poter dar vita ad uno “Stato politico” (oggi potemmo dire una “comunità umana”) si mostra come il frutto di un grande gesto ‘politico’ inaugurale. La politica si mostra sempre come una “capacità istituente”: questa è la lezione “politica” che, forse, è possibile cogliere nelle pieghe del pensiero di Heidegger! Ecco allora la domanda dell’oggi: la possibilità di un “nuovo inizio” (la ‘ripetizione’ di quel gesto) è forse irreversibilmente consumata, conclusa, impedita, dal momento che la prassi, l’“agire politico”, l’occasione inaugurale di un “gesto istituente” mostrano il volto della loro ineffabile insignificanza? Non siamo alla ricerca – o nell’attesa – di qualche Dasein, nel senso di un qualche “soggetto collettivo” che sappia stare all’altezza di questa sfida epocale?

Paradossale, pertanto, l’origine della nostra filosofia, ma paradossale anche l’esistenza e la libertà degli umani, consegnata anch’essa a quel diaporein, a quell’incessante “aprir varchi”, che fa parte della natura dell’uomo, e che non può che manifestarsi sia attraverso il logos, sia attraverso la techne, e con la práxis, dentro cui è implicato inevitabilmente quel deinon (quell’inquietante, quel perturbante) che “violenta”, irrompe e lacera la natura, le cose, ma simul fonda anche poleis, città e Stati. Ed infatti la libertà del Dasein (dell’esserci umano) non sta tutta dentro l’agón inquieto di questo “incessante movimento”? Non era proprio questa l’intenzione di Heidegger mentre svolgeva la sua densa e celeberrima interpretazione del 5° stasimo dell’Antigone di Sofocle?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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