Calvino linguista: la conferenza di Massimo Arcangeli per gli amici della Dante nel centenario della nascita dello scrittore

Il 15 ottobre 1923, esattamente cento anni fa, a Santiago de Las Vegas de La Habana nasceva Italo Calvino, uno dei più grandi scrittori del nostro Novecento e non solo.

Per omaggiarlo, nell’occasione dell’apertura dell’anno sociale, per gli Amici della Dante Alighieri il professor Massimo Arcangeli, docente di linguistica, ex preside di facoltà a Cagliari, divulgatore e apprezzato organizzatore culturale, ha tenuto una conferenza presso Villa Politi il 28 settembre scorso proprio su Calvino linguista.

Lo studioso – introdotto dalla professoressa Gioia Pace e coadiuvato nelle letture degli estratti proposti da Agata Politi – è partito dal confronto Calvino/ Gadda, i cui “nipotini” operano (o imperversano?) nelle patrie lettere.

Viviamo in un periodo di totale sovvertimento dei valori, siano essi estetici, morali, politici… a questo ribaltamento senza precedenti delle gerarchie di senso e competenza non si sottrae il canone occidentale (la citazione è d’obbligo, come naturalmente il riferimento ad Harold Bloom): la cancel culture, la cultura woke con i suoi sensibili, troppo sensibili e insonni più che svegli lettori, l’assurdo assunto dell’uno che “vale uno” – fragolina89 dibatte con un Premio Nobel proprio sul suo campo di studi e ritiene di poterlo impunemente criticare, “dissare” e magari tacciare di insipienza – hanno fatto sì che un docente possa dover pensare due volte se proporre o meno agli studenti l’Ovidio delle Metamorfosi così pieno di stupri o il Dante che pone Maometto all’Inferno; il politicamente corretto, francamente giunto a un ridicolo insopportabile, rischia di oscurare i grandi nomi dell’antichità – bianchi maschi eterosessuali sostenitori del patriarcato colonialisti razzisti e via cancellando.

Non è a rischio solo la memoria storica – rimuovere e cancellare generano nevrosi nell’individuo ma anche nelle società, prive di riferimenti e radici – ma anche un capisaldo come l’antifascismo, visto addirittura come un disvalore in nome di un revisionismo senza freni.

Gli interventi sulle opere letterarie – pensiamo a Roald Dahl, ad Agatha Christie… – pervertono lo studio contestualizzato dei testi in nome di uno schiacciamento prospettico sul presente.

Pasolini, sulla rivista “Rinascita” – ah il ruolo mediatore e orientatore della stampa! – nel 1964 avviò un dibattito sulla lingua: nella sua visione, l’italiano unitario era divenuto l’italiano aziendale, industriale, asettico e astratto del Nord, esattamente dell’asse Milano-Torino, che aveva soppiantato i dialetti distruggendoli come le lucciole. L’intellettuale di Casarsa riteneva il dialetto e i dialetti dei serbatoi culturali inestimabili, assediati dalla lingua della radio e della TV, comunicativa ma certo non altrettanto espressiva, mentre Italo Calvino riteneva i dialetti tronfi e bolsi, non funzionali alla modernità: alla questione della lingua come dibattito tra scrittori si sovrappone così una questione sociale e politica ben più ampia che non quella sull’italiano come lingua strumentale moderna.

Ricordiamo il celebre intervento di Calvino su lingua e antilingua; le quattro righe della dichiarazione di avvenuto furto a un brigadiere vengono “tradotte” in ben undici di circonvoluzioni in quel burocratese lontano dalla realtà che la fagocita in astrusi giri di parole – pensiamo alla neolingua di George Orwell.

Un altro centenario da celebrare sarebbe quello della nascita di don Lorenzo Milani (1923-1967), convinto della necessità da parte dei suoi ragazzi di Barbiana di utilizzare la lingua come mezzo di promozione sociale: il padrone conosce più parole del lavoratore, ecco perché il padrone è lui.

Dal canto suo, anche Antonio Gramsci interviene sulla questione della lingua e sulla letteratura popolare: ritiene i dialetti retrivi, mentre l’italiano unitario (il cui modello è il fiorentino colto di Manzoni, su cui pure si potrebbe discutere) sarebbe il frutto di una cultura condivisa.

Che questo dibattito non sia ozioso o datato ma urgente e anzi attualissimo, prova ne è il tentativo di snellire l’italiano della pubblica amministrazione – tentativo portato avanti da ben tre ministri – oltre a tutta la problematica relativa all’inclusione e all’identità di genere.

Arcangeli porta degli esempi raccolti in tutta Italia, dall’attività “murina” paventata a Bologna ai “controlli tecnici sulla linea” di Trenitalia – da interpretarsi rispettivamente come “presenza di topi” e “riparazione guasti”: che l’antilingua nasconda le paure dei parlanti e veli anziché comunicare?

E poi: l’Italiano sta morendo?

Per quanto riguarda il dibattito contemporaneo, siamo nell’epoca dei diritti individuali: ognuno di noi vuole una lingua funzionale, ricca di registri e varietà, viva – e l’Italiano certamente lo è – e soprattutto propria, dato che la lingua oggi viene vista come espressione del sé – uno strumento identitario quindi più che comunicativo. Ad ognuno il suo pronome, la sua desinenza, la sua espressione linguistica.

L’inglese avanza, anche se almeno per il cinquanta per cento delle sue parole è neolatino, come anche il politichese il giuridichese e aggiungerei pure lo scuolese – curvatura, flipped classroom, didattica orientativa, frame, coaching tutoring, competenze socioemotive, peer to peer, in un delirio-macedonia di ingliano e pedagogia à la page.

L’antidoto a tutto questo, alla polarizzazione degli opposti, agli estremismi comunicativi, può essere solo e soltanto la cultura intesa come partecipazione, responsabilità, senso civico, condivisione e rispetto da opporre all’hate speech come pure alle follie di una non lingua che violenta la tradizione e le regole linguistiche.

Uscire da se stessi e negoziare, ecco le possibili soluzioni: invece che introdurre la famigerata schwa o gli asterischi (“cittadinǝ” o “cittadin*”, l’uso di parole epicene come “cittadinanza” potrebbe essere un compromesso accettabile.

Partecipata e apprezzata la conferenza, che ha visto anche la presenza di docenti e alunni del Liceo “O.M. Corbino” di Siracusa, in particolare della classe V B.

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