Le baby gang sono davvero un fenomeno criminale organizzato? Non saprei ma visti i fatti recenti sono un’emergenza nazionale. Spaccio e uso di droghe, episodi di bullismo e di vandalismo che hanno per protagonisti minorenni non riguardano solo Siracusa, ma non è consolante sapere che in altre città il fenomeno registra numeri da capogiro. Lascio ad altri la discussione sulle misure restrittive, sul disagio giovanile, il rimpallo delle responsabilità tra scuola, famiglia e scelte politiche. Mi chiedo se si conosce veramente il problema: già contare quanti sono i minorenni realmente a disagio è difficile, avvicinarli per capire le motivazioni dei comportamenti è un’impresa ancora più difficile; per un adulto “meme vecchio” è quasi impossibile entrare in relazione con loro. I gruppi di minorenni adottano linguaggi particolari, tendono a chiudersi verso gli adulti di riferimento come se fossero due mondi separati. In realtà non lo sono perché minorenni, genitori, insegnanti, responsabili di oratori, di società sportive e degli spazi pubblici, tutti vivono nella società moderna.
Tablet e telefonini diffusi anche tra i bambini incentivano la comunicazione di massa ma minorenni ed adulti non si relazionano come persone reali. Se due innamorati invece di guardarsi (è il minimo) compulsano i tasti, se a tavola si mangia e si smanetta sul telefonino, se si ritiene lesivo dei diritti vietarlo mentre l’insegnante spiega, è impossibile imparare a comunicare perché ognuno è altrove; chi chiama e chi risponde sono chiusi in una situazione virtuale, come i pesci rossi nella boccia di vetro che non è il loro elemento naturale.
Se le baby gang fossero la risposta confusa al desiderio di stare insieme trovando spazi alternativi, fuori dalla boccia di vetro? Scontano gli anni delle chiusure e della DAD quando l’istruzione minima è stata “virtuale” e la formazione del pensiero inesistente perché è mancato il confronto, spesso polemico ma vivo, tra persone. Il problema riguarda giovani e meno giovani. Tutti paghiamo un prezzo alto all’uso smodato delle tecnologie; sono necessarie ma incrementano e la mercificazione e la chiusura nell’individualismo per cui non sappiamo comunicare, confondiamo la comunicazione con il chiacchiericcio e la ripetizione di slogan. Non siamo quindi in grado di intercettare i bisogni degli adolescenti che magari presi singolarmente sono bravi ragazzi, riuniti in gruppo seguono e copiano un leader riconosciuto. Queste dinamiche di gruppo riguardano tutte le aggregazioni sociali ed influenzano scelte e comportamenti dei singoli; le scelte possono nascere da opinioni anche sbagliate ma poi diffuse dai mass media sono condivise come dimostra la storia contemporanea.
Non mi meraviglio delle baby gang ma non si può parlare di misure repressive o di responsabilità mescolando educazione, formazione ed istruzione senza sapere cosa siano nelle situazioni concrete. In alternativa alle misure repressive, necessarie per casi isolati, si invocano più scuole, più palestre, più di tutto, il che forse non è in cima ai desideri dei ragazzi. Dubito che vogliano trascorrere anche i pomeriggi in classi sovraffollate e fuori norma, data l’emergenza economica non tutti possono pagarsi allenamenti e palestre costose. Sulla questione educativa poi si gioca a scarica barile: insegnanti e genitori sono i primi ad essere chiamati in causa ma non hanno supporti adeguati.
Tutti non ci rendiamo conto che bambini e ragazzi ci guardano, osservano attentamente ciò che diciamo e ciò che è sottinteso, gli sguardi e i gesti che accompagnano le parole che usiamo e ne rivelano il senso. Sono fragili ma sanno rilevare le nostre contraddizioni, parliamo di socializzazione ma trascuriamo le dinamiche relative, esaltiamo i diritti e dimentichiamo i doveri, la libertà che proponiamo non si accompagna con la responsabilità verso se stessi e gli altri, non sappiamo dire di no quando è necessario, evitiamo di affrontare questioni spinose aumentando la paghetta e mi fermo qui. Mi ha colpito un episodio accaduto durante una prova Invalsi. Si richiedeva ai bambini di abbinare disegni e parole; di fronte all’immagine di una stella una bimba è scoppiata in pianto perché non sapendo cos’era non poteva scegliere la parola corrispondente; nessuno le aveva detto di guardare il cielo la sera e l’aveva accompagnata ad osservare la realtà intorno a sé. Ho capito che ai ragazzi mancano le parole vere e il confronto necessario se si vuole il bene di tutti. Il resto viene dopo.

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