La crisi della politica e il ballottaggio

In un mio libricino da poco uscito (“La vita e le forme”, Apalòs, edizioni), ho volutamente posto per sottotitolo l’espressione “Sulla crisi della potenza istituente”, e ciò che nomino “potenza istituente” è proprio quella “sfera politica” che dannatamente vive da tempo e sempre più progressivamente, una crisi corrosiva, la cui ammissione – diffusa a piene mani – è attestata dalla bassissima partecipazione al voto ed anche dalla radicale crisi dei partiti, dei gruppi dirigenti e delle figure che abitano la sfera decisiva di ogni Istituzione. Nella sua ammissione, il sottotitolo, «crisi della potenza istituente» (la politica), mette a nudo il fatto che la questione della “decisione” che, ontologicamente – cioè, nel suo stesso “essere” –, afferisce e dà senso all’agire politico, alla sfera politica, sembra essere smarrito nei meandri, negli imbuti senza uscita, nei vicoli ciechi dentro cui stagnano le ambiguità, le incertezze, l’oscillazione o, per dirla tutta, le “indecisioni” che sono la “morte”, il “cupio dissolvi” di ogni agire politico: e ciò spiega il distacco dalla politica di una parte ampia di cittadini. “Politica e decisione” sono un sinolo, vale a dire un plesso congiunto che o cammina insieme, altrimenti ne consegue l’irrilevanza di entrambi.

«La politica È decisione»! Detta in soldoni. Decisione di una “parte politica” su un  “oggetto determinato”. Non “decisionismo”, che è la torsione presuntuosa, a volte arrogante in cui la politica stessa precipita o deflagra – e il ruolo di Matteo Renzi, con la sua fine ingloriosa in questo decennio ne è l’emblema più corrosivo: una figura di grande energia politica, che, per tracotanza, si è imbucato in un 2-3% di “rappresentanza” da cui non potrà venir fuori, in una sorta di “eterogenesi dei fini”, mitigata da qualche viaggio e lauti compensi tra gli Emiri. Al contrario, la politica come “decisione opportuna” di un corpo sociale è ciò che conta, vale a dire, un pensiero e una prassi politica che sappiano misurarsi con un problema, un tema, una questione di interesse sociale, ecc., sapendo dire un chiaro SI o NO su una questione – dal governo del territorio, alla scelta adeguata e tempestiva di una candidatura a Sindaco/a –, decidendo nel tempo opportuno, cogliendo quel kairos (“tempo debito”), il solo che è in grado di segnare un “nuovo inizio”, aprire una svolta, convincere un’opinione pubblica ampia su “quella” decisione convincente. Detto ciò, qualcuno potrebbe segnalare la distanza eccessiva che separa il titolo che ho voluto dare a questo articolo (“La crisi della politica e il ballottaggio”), in cui accosto una riflessione di carattere generale (diciamo, “metapolitica”) ad un tema (il ballottaggio) che è una “decisione” immediata, di queste ore, segnata da confusione. Al contrario, solo a partire dalla premessa del nostro titolo, siamo in grado di cogliere ambiguità e contraddizioni: di più, “l’aporia” (la strada sbarrata) che affiora dall’opacità dei giorni che ci separano dal ballottaggio, e che segna la “indecisione” di movimenti e partiti nazionali – eccezion fatta per i candidati sconfitti di movimenti locali, oggi alla ricerca di una via di “salvezza personale”.

Se il candidato Messina sembra avvertire la vittoria più vicina (visto l’esito del primo turno), ampie e ciniche sono le movenze di Italia, che s’è mosso nel suo tratto ambivalente, espressione di una spregiudicatezza che lo colloca e gli assegna il ruolo di “Giano bifronte” di corto respiro politico, populista “impolitico”, cresciuto nel vuoto dei disastri della sinistra nel suo complesso. Ed è proprio il successo “personale” di Renata Giunta – di diversi punti sopra i voti delle liste a sostegno, a conferma dell’inadeguatezza della coalizione e del respiro “personale” della candidata –, a riportarmi al punto segnalato nella prima parte di questa riflessione. Nelle difficoltà del PD di questi giorni, pesa come un macigno la responsabilità dell’intero gruppo dirigente del partito di Siracusa in questi 3-4 anni, stretto nella sua “indecisione”, non essendo stato all’altezza di cogliere il “tempo opportuno” (sottraggo il sen. Antonio Nicita da questa responsabilità, nominato dal PD nazionale/regionale “garante” del PD locale in questi ultimi mesi) per una “decisione” chiara e netta di una candidatura a Sindaca/o che doveva essere presa almeno un anno fa (metà 2022), così come ho iniziato a segnalare più volte nella Direzione cittadina del PD, già a metà 2022. Una “decisione” che se presa a tempo opportuno (almeno 10 mesi prima del voto) avrebbe stagliato il/la candidata come la prima ed unica nell’agone politico, costruendo un rapporto diretto (politico, sociale e mediatico) con un’opinione pubblica più libera e meno condizionata, costruendo un’alternativa di governo.

Come non ricordare che già 2013, la scesa in campo di Garozzo a candidato sindaco del PD era avvenuta un anno prima, consentendogli di essere eletto? Oggi, nonostante il buon esito della Giunta, un mese e mezzo non è bastato a catalizzare e aprire relazioni e visibilità più ampie tra la candidata e la città, per ampliarne i consensi. Se Renata Giunta fosse stata messa a “tempo debito” in sicurezza e attrazione, vi sarebbe stato il tempo di sgombrare le ambiguità dentro settori del PD, comporre meglio le liste a sostegno (alcune incomplete), portandola di sicuro al ballottaggio! Oggi, un paradosso inestricabile, che pesa come un macigno, staglia gli umori del corpo sociale del PD in un’aporia, in una strettoia, dai tratti “impolitici”. Se è pur errato equiparare Italia a Messina (quest’ultimo espressione di un opaco centrodestra che ha nella Meloni il marchio di un uso spregiudicato del potere), è tuttavia indubbio il cinismo solitario e divisivo di Italia, emblema di una politica come bricolage, teso a giocare il ruolo di un Machiavelli, appreso sul “Bignamino”.

Se tratti di surreale trasformismo (nel suo rapporto incancrenito con Italia) provengono da Garozzo (ex sindaco del PD) che offre l’appoggio a Messina – nel cui schieramento sono incubati i veleni di quel “Sistema Siracusa”, contro cui lo stesso Garozzo seppe esprimere la sua netta azione di resistenza –, Italia si è mostrato pronto ad accogliere politicamente Edy Bandiera, appena uscito da FI, con un ruolo di assessore, mostrando indifferenza se non disprezzo verso il PD, anche sull’idea dell’apparentamento tecnico. Nello scontro tra il peggiore ceto politico di questo decennio in città e dentro questi giochi velenosi giunge il ballottaggio, ed è la prima volta che il PD è tallonato dal dover rispondere alla domanda per eccellenza della politica – appunto: la “decisione” –, vale a dire, “che fare?” Da qui, non si esce! Se gli atti, orientamenti e azioni del gruppo dirigente del PD in questi 3-4 anni hanno perso l’appuntamento con il kairos (il “tempo debito”) delle decisioni fondamentali, beh, allora, il partito è chiamato alla responsabilità del momento: sempre contro il centrodestra, stare all’opposizione in Consiglio comunale, aprire una seria svolta di profondo rinnovamento – di idee e proposte, non solo di età! – e un rapporto forte ed esteso con i cittadini e la società. Il PD è posto davanti ad un bivio: o riesce ad aprire una stagione inedita e liberatoria, inaugurando al più presto un “nuovo inizio” che sia in grado di dar vita ad un ampio rinnovamento e voglia e sappia rilanciare quella «capacità istituente di una forte e innovativa azione politica» con un nuovo gruppo dirigente, oppure è destinato a subire il vento inesorabile dell’irrilevanza.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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