Venerdì 2 giugno, alle 17,30, nel giardino del “Caffè Neapolis”, all’interno del Parco archeologico di Siracusa, Salvatore Natoli, filosofo emerito dell’Università di Milano – e cittadino onorario di Siracusa – terrà una Lectio sul tema: Da Prometeo all’Antropocene. Il titolo unisce così l’origine (mitica) e il luogo d’approdo dell’homo sapiens, in consonanza con la tragedia di Eschilo, rappresentata nel 58° ciclo di spettacoli dell’Inda e il bel saggio di Natoli, “Il posto dell’uomo nel mondo: ordine naturale e disordine umano” (Feltrinelli), che indaga il plesso natura-artificialità tecnica. Da Prometeo – lungo il tragitto che giunge sino all’umanità dell’oggi, esposta drammaticamente sulla soglia del non ritorno – all’Antropocene, che (così Natoli) «è un transito a suo modo unico e [che] soprattutto ci riguarda perché attiene al destino della nostra specie sulla terra». Un saggio davvero importante, chiaro e profondo, lucido e intenso, come da sempre Natoli sa regalare, profondendo nei suoi testi quella radicalità di pensiero necessaria per dipanare argomenti – temi, dilemmi, questioni ed autori – che affondano in quello spazio aurorale della filosofia greca, radice ‘classica’ del pensiero dell’Occidente, i cui riverberi giungono sino alla nostra contemporaneità.
Si comprende come l’esordio e il legame analogico – allegorico e simbolico – tra l’origine mitica dell’humanitas del mondo e la soglia-rischio della sua stessa esistenza non poteva che essere rappresentata dal mito del Titano Prometeo (“colui che riflette prima”, o il “preveggente”: da cui, “l’astuto”), il quale sfida lo stesso Zeus rubandogli il fuoco (e le tecniche) per farne dono agli umani, pagando così il fio di una condanna estrema cui lo condanna il Dio: quella di essere appeso in giù, con un’aquila che gli roderà il fegato in eterno (un mito che col suo ampio corredo di allegorie, significati e trasvalutazioni, dai greci giungerà sino a Kafka, in un suo potente apologo). Natura-tecnica; physis-artificialità umana, o “ordine naturale e disordine umano” – col sottotitolo del saggio di Natoli –, una relazione che ha toccato oggi l’acme della sua estrema e inarrestabile potenza espressa dal dominio tecnologico-scientifico: tra straordinarie possibilità conoscitive e applicative (“progresso”), come anche di vistose alterazione di un “ordine naturale” che in questi ultimi decenni mostra aspetti evidenti di controfinalità, se pensiamo al punto di non ritorno che gli sconvolgimenti climatici, l’aumento della temperatura e l’alterazione dell’ecosfera ci annunciano da anni. Senza escludere quel Covid 19, la cui perturbante apparizione è legata all’eccessiva promiscuità tra animali/uomo/natura, causa di quello spillover (“salto di specie”) in grado di dar vita a virus ancora più pericolosi e letali.
“Antropocene” – termine che lega le parole greche antropos e kainos (uomo e recente) – è un concetto che si deve al biologo naturalista Eugene Stoermer e al Premio Nobel per la chimica Paul Crutzen, i quali, agli inizi del nuovo secolo, hanno così indicato quella particolare specie di “Homo sapiens” che, a partire dagli ultimi 10 mila (12 mila?) anni, lungo tappe di progressiva trasformazione – insediamenti umani stabili, attività agricole, domesticazione, ecc. – ha, pur lentamente, iniziato a trasformare il proprio rapporto con la natura, sino a quella svolta di progressiva alterazione che si può far risalire alla rivoluzione industriale di metà ‘700 e, in ultimo, lungo un’intensa progressione, alla “grande accelerazione” dell’industrializzazione globale del ‘900.
È con la Modernità che ha preso corpo un’idea di natura, radicalmente opposta a quella ‘classica’, greca. È tra Rinascimento e ’600 che viene, infatti, affermandosi l’idea della natura come un oggetto che sta di fronte a noi, un Gegenstand, pura fatticità, che in quanto tale può essere trattata come prodotto, analizzata, e infine utilizzata dall’osservatore – dal soggetto: altra categoria moderna! – che occupa il punto centrale e dominante di questo universo. È il punto di vista di quest’osservatore a regolare e governare l’universo degli oggetti che gli si presentano innanzi come fatticità, res extensa: appunto, l’idea cartesiana della natura! Mai avrebbe potuto un “greco” pensare/tradurre l’idea di natura, di phisis, in res extensa, in natura naturata, perché, per lui, la natura era già da sempre ‘salva’, eterno germogliare: physis sovrana e, pertanto, imprevedibile. Infinita produttività, permanente emersione (fisis, come nella radice indoeuropea fio, traduce, infatti, emergere) di carattere divino.
Certamente, già nel cristianesimo vi sono i prodromi che hanno determinato un’ulteriore, radicale differenza rispetto alla concezione ‘classica’ della natura, anticipando così quello sguardo prospettico dell’osservatore ‘moderno’ che saprà inquadrare e dominare la natura, inscrivendo il nostro rapporto con la natura nei termini e nella dimensione dell’uti e non del frui: dell’utilizzare e non del fruire. Solo con Dio possiamo stare nella relazione di beatitudine disinteressata; alla natura e al suo incessante divenire e oltrepassare possiamo invece accostarci nei termini dell’uti: in ciò aprendo la strada a quel tipicamente moderno “impiego” della natura da parte della ‘tecnica’ – natura come fondo manipolabile e calcolabile, a nostra disposizione.
È attraverso questi canoni e vettori che la “moderna scienza” della natura – quella scientiam facere dal carattere produttivo-operativo – trova il proprio fondamento nell’esercizio e affermazione di sperimentazione sulle cose: segno materiale inevitabile che offrirà a Nietzsche la percezione di quella metafisica volontà di potenza, espressa nella sua Genealogia della morale, offrendo l’immagine di un’incessante vocazione del nostro stesso agire – “umano, troppo umano” –, tracotante nei confronti della natura: «Hybris – scrive Nietzsche – è oggi tutta la nostra posizione nei confronti della natura, la nostra violenza sulla natura per mezzo delle macchine e della inventività così incapace di pensiero di tecnici e ingegneri; hybris è la nostra posizione nei confronti di Dio….; hybris è la nostra posizione nei confronti di noi stessi, poiché compiamo esperimenti su di noi, che non ci saremmo mai permessi con alcun animale…. Noi oggi facciamo violenza su noi stessi, non c’è dubbio, noi schiaccianoci dell’anima».
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Ed è un cambio dell’immagine del mondo e del “uso” che, nei primi decenni del Novecento, Oswald Spengler esprimerà con straordinaria lucidità nell’inedita stimmung per cui «non possiamo guardare una cascata senza trasformarla mentalmente in energia elettrica»: quasi a sancire come alla percezione estetica – gratuita, priva di scopi – della natura (espressione di pura bellezza), si sia aggiunto il sopravanzante occhio che sa meditare sull’impiego tecnico, calcolante, della phisis, della natura stessa. D’altra parte, lo stesso Heidegger, nella sua riflessione sul tema dell’abbandono (Gelassenheit), proverà a condensare la cifra del nuovo secolo nel progressivo percorso di dominio tecnico-scientifico: «Ora il mondo appare come un oggetto, nei cui confronti il pensiero calcolante mette in opera i propri assalti. La natura diventa un unico gigantesco serbatoio, la fonte di energia per la tecnica moderna e per l’industria. Questa relazione fondamentalmente tecnica dell’uomo nei confronti del mondo intero sorse dapprima nel secolo XVII, in Europa e soltanto in Europa».
Così Heidegger, nel suo corpo a corpo con la tecnica, nella ricerca di quello sfondo “non tecnico” che la costituisce – dal momento che essa, radicalmente si installerà come Gestell (‘impianto’): la sfera egemonica – il “campo di neutralizzazione”, per dirla con Schmitt – di ogni agire umano, la sfera dominante di ogni manifestazione sociale: «Tutto funziona. Questo è appunto l’inquietante, che funziona e che il funzionare spinge sempre oltre verso un ulteriore funzionare e che la tecnica strappa e sradica l’uomo sempre più dalla terra». Qui, Heidegger nella famosa intervista del 1976, pubblicata postuma, e non a caso intitolata “Ormai solo un Dio ci può salvare”, rispondendo al suo intervistatore. Per Heidegger, la tecnica compie il destino nichilistico della metafisica proprio attraverso la rimozione della finitezza: l’uomo tecnologico vive così “sicuro di sé”, nel senza fondo dell’oblio della propria finitezza.
Certamente, pur dentro questo sintetico quadro speculativo – potremmo dire: di riflessione “metafisica” sulla tecnica –, in questione non è il non riconoscere il carattere di “progresso” che le scienze moderne hanno determinato nel corso di questi ultimi due secoli: dalla biologia alla medicina, al genoma umano, dal ruolo delle “macchine” alla robotica e all’Intelligenza artificiale, dalle neuroscienze al Big Bang, e così via. Bensì il fatto che, nel nostro tempo, con una impressionante accelerazione a partire dalla seconda metà del ‘900, l’espansione senza limiti delle attività industriali dell’uomo e il sistema produttivo in tutto il mondo, tesi allo sfruttamento intensivo della natura, hanno posto in essere uno squilibrio radicale nel rapporto tra economia/produzione e ambiente naturale, determinando un mix di questioni – l’esponenziale crescita demografica, l’aumento enorme dell’utilizzo dei combustibili fossili, l’alterazione di parti crescenti degli ambienti naturali – che hanno condotto a un aumento della temperatura, con rischi gravi per l’esistenza della vita umana nel pianeta. Il tema del “limite” torna così decisivo, nel momento in cui – per dirla con le parole di Natoli – la relazione tra “ordine naturale e disordine umano”, che è stata ed è una costante lungo la vita della nostra specie sul pianeta, mostra oggi il rischio di un punto di non ritorno, di un pencolare sull’abisso che vale non solo per la “qualità” della vita umana, bensì per la stessa possibilità di vita in alcune aree e Continenti (si pensi all’Africa) – temperature insopportabili, desertificazioni, innalzamento dei mari, scioglimento dei ghiacciai, ecc.
In quella che, a primo acchito, potrebbe sembrare una sfida tra “chi è più forte” – tra natura e uomo –, davvero qui vale la pena di chiudere con un riferimento ad una profetica riflessione di quel grande pensatore – sociologo e filosofo, vissuto a cavallo tra ‘800 e Novecento –, Georg Simmel, che nella sua monumentale opera più nota (Filosofia del denaro, del 1900) poneva in questi termini la questione: «Pretendere di vincere e dominare la natura è un’idea del tutto infantile, che presuppone una resistenza, un momento teleologico della natura stessa, un’ostilità della natura verso di noi, laddove essa non è che indifferente, e tutta la sua docilità ai nostri scopi non cancella e non intacca la sua legalità autonoma». È chiaro? La natura non sta affatto pensando a noi! La natura ha, di più, funziona con “le sue proprie leggi”!
Potrà sembrare perturbante, ed anche tremendo, ma o l’umanità – Stati, Imperi, Multinazionali, sistema industriale globale, ecc. – sarà in grado (e disposta a) di inaugurare una radicale inversione di tendenza, una profonda discontinuità, altrimenti attorno al 2050 assisteremo a fenomeni di stravolgimenti ambientali estremi in diverse aree e Continenti con ricadute su tutto il globo – in termini di fenomeni immigratori, sconvolgimenti climatici, abbandoni di villaggi e città, alterazioni delle forme di vita. «L’uomo – così Salvatore Natoli – non ha mai posto freno al suo folle volo perché – a bilancio – nella storia ogni suo oltrepassamento ha segnato una conquista, ma il disastro ambientale in cui oggi ci veniamo a trovare ha cambiato le cose di segno: la natura ha per la prima volta imposto all’uomo – ente di natura – il suo alt!». De nobis fabula narratur!

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