SIRACUSA TRA FARFALLE E CANZONI

Negli ultimi due anni si sono attivati molti interventi di restyling urbano che hanno in parte ridefinito i caratteri e le fruizione di alcuni luoghi pubblici con la sistemazione di piazze e strade di ogni genere. Alcune di queste sono dettate da esigenze di risanamento e adeguamento come fornire di marciapiede molte vie del quartiere Acradina che ne erano sprovviste allo scopo di fornire il minimo essenziale di sicurezza. Altri spazi pubblici dell’isola di Ortigia, piazze, strade e marciapiedi, sono state invase dal caos di tavolini e sedie di ogni genere che hanno invaso indistintamente pressoché l’isola trasformandola in una grande friggitoria a cielo aperto. Un “tavolinificio” ad appannaggio privato.

Per non parlare dell’invasione di solarium in luoghi del cuore e identità universale, come nella prossimità della Fonte Aretusa, accade d’estate qualcosa di sconcertante, altro che luogo di bellezza e sospensioni di paesaggio e dell’immaginario che ha nutrito viaggiatori, gentiluomini dell’7-800. Da qualche anno è possibile “godere” di un solarium con tetto, sdraio e corpi al sole in bella vista.

Come se non bastasse arrivano notizie di stampa di una nuova gestione fallimentare dello spazio pubblico: l’area antistante l’ingresso al Castello Maniace, un altro luogo del cuore. Non voglio farne una questione di linguaggio, essendo un architetto progettista fautore del contemporaneo nell’antico  e quindi potrei cadere in contraddizione ma mi chiedo: perchè un’esibizione così plateale e muscolare in un luogo così simbolico e delicato?

Nel frattempo molti beni monumentali sono chiusi o sottoutilizzati. Nel giardino di Artemide, luogo eletto, del FAI Siracusa, che con cura ha scelto delle specie vegetali, memoria di epigrafi greche, si installa la “Casa delle farfalle”, come direbbe Totò “Che ci azzecca”?

Come ha recentemente scritto Carmine Corso nelle Civetta di Minerva: “Però il giardino sì, passerella di eventi, con allo sfondo beni «fantasma». È come usare i giardini di Versailles o quelli della Reggia Caserta per manifestazioni pirotecniche, tenendo chiusi i monumenti. Se io fossi Artemide, altro che farfalle colorate, le cavallette manderei, o una pioggia di rospi nel giardino a me dedicato. Tanto, sempre animali sono e lei, da dea fondatrice, la Potnia figlia di Latona e di Zeus, ha tutto il diritto di pretendere rispetto in suo onore”.

Teatro Greco

Per non parlare del Teatro Greco, un delicato e fragile gioiello del quale siamo temporanei custodi e non “padroni”. Gli edifici del cuore e dell’immaginario hanno una vocazione, fanno parte del fragile patrimonio culturale e non meritano un forsennato sfruttamento commerciale. I monumenti antichi, allo stesso modo dell’archeologia, hanno un’Aura, alcuni sono più delicati di altri, sono simili a dei cari nonni, hanno bisogno di comprensione, aiuto e supporto continuo.

Portereste ad un concerto di Heavy Metal, oppure ad un Rave Party i vostri nonni senza aver chiesto loro come stanno, se hanno piacere, e il medico cosa consiglia loro? Vengono disattesi persino luminari mondiali della petrografia, il professore Lorenzo Lazzarini, dello IUAV di Venezia, manco fosse il parere di una massaia.  Ma nulla può, il teatro è trattato alla stregua delle mucche da latte, da mungere in una stalla di allevamento intensivo. In tanti senza conoscere hanno fatto paragoni con l’Arena di Verona, asserendo che ha una rassegna musicale fitta e di prim’ordine, perché non a Siracusa? Perché gli anelli dei gradoni dell’Arena sono di Marmo Rosso di Verona, sono blocchi “recenti” fatti collocare nel XVIII secolo da Scipione Maffei che ne ricostruì buona parte, commettendo diversi errori di interpretazione. Impossibile paragonare i resistenti e grandi blocchi di Marmo di Rosso di Verona della fine del ‘700 con il fragile calcare di 3000 anni che costituisce e avvolge interamente il teatro. Ma di ciò non se ne fa colpa a nessuno. Bisognerebbe soltanto dar retta agli scienziati, al Professore Lazzarini. Ma la politica, a volte per convenienza, è sorda alla scienza e alla conoscenza.

Il Teatro Greco di Siracusa ha la sua vocazione originaria per le rappresentazioni classiche e per il godimento visivo, la musica Pop e leggera che vadano nei campi sportivi, nelle piazze.  Per fortuna si è levata la voce di personalità nazionali e locali contro l’eccessivo sfruttamento commerciale del fragile patrimonio culturale.

• L’enfatizzazione dello spazio pubblico

Un plauso alle intenzioni, dotare le scuole pubbliche di ambiti antistanti, di spazi per la sosta e il deflusso in sicurezza in caso di necessità è cosa saggia, giusta e necessaria. Le scuole sono istituzioni importanti. Molti presupposti legittimi e necessari sono stati intaccati inesorabilmente da una parvenza che rasenta un’infinita campagna mediatica-elettorale. Un fragile paravento è l’esito immediato, e l’illusione di efficienza e del risultato. Sarebbero bastate delle belle e “semplici” piazze, lo stacco dal piano stradale così da dotare tali spazi con un minimo di arredo e verde.

Nella moltitudine degli interventi, (pochi pregevoli a dire il vero), si annoverano tanti altri di mero restyling ridondanti, ammiccanti, accomunati dall’invasione urbana di spazi pubblici, dalle piazze ai marciapiedi, con suppellettili e opere derivati in una sorta di supermarket urbano-digitale delle immagini e degli oggetti che tutto uniforma, annullando le peculiarità di alcuni contesti urbani.

Siracusa sta scimmiottando alcune grandi città, le quali da qualche anno, sono pervase dal sensazionalismo dell’”urbanistica tattica”, la quale, pur nelle plausibili premesse, si poneva di recuperare aree periferiche abbandonate di alcune metropoli Sudamericane, così da connotare spazi residuali e trasformarli in luoghi d’incontro. In Europa in special modo, e pure a Siracusa di recente sono state eseguite sperimentazioni all’interno dei tessuti compatti e tale pratica si è rapidamente trasformata in una specie di calamità urbana.

Piazza della Repubblica, davanti l’Istituto comprensivo Paolo Orsi da un anno e mezzo circa è diventata area pedonale. Vivaddio, ci vorrebbero anche altri spazi pedonali. Dopo il clamore mediatico popolare, dell’arcobaleno, invito i lettori a visitare tali luoghi, le vernici abrase, hanno perso parte della gamma tonale, la viabilità che è un’impresa. Si ha la sensazione di vivere in uno spazio alieno, e come si dice a Napoli vagamente “sgarrupato”. Un po’ come accade con alcune specie “aliene” vegetali o animali che stravolgono delicati habitat naturali. L’atto di spargere “secchiate” di vernice a “gogò” è in apparenza un’operazione effimera foriera di allegria, ma, nei fatti, alcuni materiali e vernici non sono facilmente degradabili.

Il rilevato stradale è complanare alla strada e per marcare, in sicurezza l’area carrabile da quella pedonale, sono stati fissati una teoria di paletti dissuasori, la maggior parte ammaccati e vetusti, con esili catenelle che dovrebbero proteggere dal pericolo incombente della complanarità del traffico veicolare.

È un intervento che al di là dell’immagine di “Disneyland urbano” è povero di strategie, quando piove le auto e i bambini e genitori si trovano sullo stesso piano stradale a volte allagato, senza un minimo di piazza o di marciapiede staccato dalla sede carrabile. Sono interventi di facile esecuzione, è economico stendere “lenzuolate” urbane di tinture colorate, raccoglie il facile ed immediato consenso del cittadino medio e della stampa dedicata. Sono interventi facilmente eseguibili e allo stesso tempo deteriorabili, le vernici colorate, la patina in pochi mesi vengono irrimediabilmente aggrediti dalle piogge acide, dal sole che ne modifica drasticamente la gamma tonale e fino all’abrasione dovuta all’usura. Il gusto comune ormai anestetizzato da immagini sempre più accattivanti e spettacolari richiede esercizi ancora più attraenti, un po’ come certi volatiti che per attirare le femmine si tingono di colori particolarmente intensi.

Per non parlare della povertà dell’intervento di un ingresso dell’Istituto comprensivo Lombardo Radice di via Francesco Mauceri, con panchette di cemento poste sulla strada, accanto agli adiacenti parcheggi, quanta tristezza. Molti diranno, “ma almeno è qualcosa”, rispondo sempre che le scuole meritano di più, richiedono spazi meno labili.

E poi, la trionfale piazza Euripide vede un’accumulazione senza precedenti di oggetti di ogni genere, (ma tutto ciò meriterebbe una riflessione a parte). Siracusa, come altre città sembra che abbia smarrito il senso della bellezza della prosa, come se si fosse persa l’attitudine di gestire la grammatica urbana.

• Sintassi e grammatica urbana

In un recente articolo per InarchPiemonte, dove ho un blog nel quale registro alcune impressioni e propongo delle riflessioni, recentemente ho scritto: “Le pause, la punteggiatura sono casuali e ingombranti, specialmente tra gli internauti, tra i blogger, tra chi frequentemente utilizza i social. Allo stesso modo in architettura, nella città, nei brani della struttura della città, regolata da alcuni importanti principi che ne determinano la forma, tra compattezza e rarefazione.

La piazza è uno dei principali strumenti che regola la scansione delle dinamiche della città, è il luogo del racconto urbano, un teatro nel quale la comunità agisce e si rappresenta, dove sono avvenuti e avvengono accadimenti violenti, feste, fiere, mercati, eventi di popolo e di potere di ogni genere. La piazza è rarefazione, una pausa, un momento in cui la continuità della struttura urbana decanta, un “vuoto” carico di presenze di ogni genere. Un intervallo necessario che consente di apprezzare e riconoscere le gerarchie urbane.

La gestione delle pause in architettura è sempre stata una peculiarità, cosa rara, oggi ancor di più.

Propongo, quindi, una mia riflessione scritta per la postfazione di un volume di progetti di un collega, professore universitario e valente architetto progettista: “Una virgola fuori posto può modificare una narrazione, una pausa anche breve può far assumere ad un testo significati molto diversi. Nel film La Stranezza, una delle scene più esilaranti vede Pirandello divertito che, nascosto in un loggione, assiste alle prove della commedia di due improvvisati registi-attori, La trincea del rimorso, ovvero Cicciareddu e Pietruzzu. Un goffo recitante dal palco mal dispone la pausa cambiando così il senso del copione: invece di ripetere «non ho nessuno scopo e sono felice», ripetutamente recita «non ho nessuno, scopo, e sono felice»Nonostante i registi richiamino più volte l’attore a non fare pause, non c’è nulla da fare, basta una pausa e … scatta il sorriso di Pirandello, degli attori teatrali e del pubblico che guarda il film nella platea cinematografica”.

Le pause, le punteggiature sono molto importanti, la risposta della Sibilla al soldato che consultava l’Oracolo per l’esito di una missione, di una guerra, si poteva interpretare agli opposti attraverso una pausa ed era qualcosa di vitale: Ibis, redibis non, morieris in bello (andrai, non ritornerai, in guerra morirai) Ibis, redibis, non morieris in bello (andrai, ritornerai, in guerra non morirai)”.

Speriamo che la città riesca a cogliere nuovamente senza eccessiva enfasi e consumo commerciale il suo enorme potenziale urbano e culturale.

Ne ha proprio bisogno.

 

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