PRONTO PER NIENTE, SOCCORSO PER NESSUNO – Esperienza triste e tragica al Pronto Soccorso (l’ennesima).

Premesso che non condivido il giornalismo che diventa becero sensazionalismo, vedesi il match Finlandia-Italia, è innegabile che di servizi essenziali efficienti questa nostra terra è carente, per non dire priva. Il problema non è mai soltanto la singola scuola o il singolo docente, il funzionario X o il medico Y, il personale mancante o il funzionario incapace: anche, per carità, perché sono le persone che fanno le cose. Il problema è quasi sempre il sistema integrato di servizi inefficace ed inefficiente, quando addirittura mancante.

È un fatto, inutile negarlo: trasporti pubblici inadeguati, verde assente, piano regolatore non pervenuto, parchi giochi ridotti a discariche di cemento, strade dissestate, teatri e musei chiusi, sporcizia diffusa, uffici vetusti e inefficaci nelle strutture e nella gestione organizzativa, finanziamenti restituiti al mittente da parte di Enti e Assessorati, ospedali allo stremo, mentre tutto questo costringe pochi ‘volontari’ ad operare nell’emergenza continua, che diventa quotidianità, a scuola come negli ospedali, negli uffici come nei trasporti. E potrei continuare, un lungo elenco di inefficienza e inefficacia, a livello sistemico, che si intreccia spesso con una carenza sostanziale di competenze e professionalità, soprattutto nel settore pubblico, la cui responsabilità è riconducibile a decenni di cattiva gestione politica della cosa pubblica.

E, dulcis in fundo, il dissesto degli ospedali, dove nel dramma della necessità si spegne la risata sarcastica, consapevoli di essere finiti dentro contesti alienati che Kafka ci fa un baffo. Qualche notte fa mi ritrovo costretta a scappare all’Ospedale ‘Umberto I° di Siracusa, causa problemi causati dal Covid 19: mi ritrovo al Pronto Soccorso Covid, su un letto la cui spalliera è occupata da un indumento intimo usato, in compagnia di un giovane infermiere ineducato e infastidito dalla mia presenza e dalla richiesta di un bagno da usare, richiesta a cui non risponde, e di un altro, altrettanto giovane ma certamente più educato, che prova ad effettuare per tre volte un prelievo, corredato da altrettanti tentativi di dissanguamento della sottoscritta, prima di riuscire a prelevare il sangue da una vena martoriata. A seguire, tampone rapido: pare negativo, dicono, ma facciamo il molecolare. In attesa, che si fa? Mandiamola al Pronto Soccorso generale, of course. Ore e ore in una stanza colma di persone sofferenti, molti anziani: protetta solo da una mascherina chirurgica (le altre erano finite: nota bene, in ospedale), seduta su una poltrona per ore, seppure in preda a febbre e malesseri vari, tra prelievi, radiografie ed ecografie (e una conclamata bronchite acuta). Infine, le dimissioni e finalmente la cura da fare a casa. Stremata, chiedo notizie in merito al mio tampone molecolare, senza ricevere risposta, se non il giorno dopo, tramite un’email dal Ministero della Salute, che prolunga il mio isolamento, causa positività. Lascio a voi le riflessioni su quest’esperienza, a me non resta che pensare seriamente di trascorrere la terza età altrove: di certo le disfunzioni ci sono ovunque, ma credo che ci sia un limite, che qui è stato ampiamente superato. Non c’è altro, temo, da aggiungere, se non sconforto, impotenza e tristezza. E desiderio di fuga.

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