Il libro “Il Direttore”, storia di un servitore dello Stato

Vale la pena leggere il libro, Il DIRETTORE,  scritto da Luigi Pagano, direttore  del carcere  per eccellenza, un uomo mite che ha segnato in positivo la storia delle carceri italiane. Una lettura che giova all’ottimismo della volontà e che dimostra che – uso le parole di Pagano riferite ad un  compagno di viaggio “….non c’è nulla da fare: è l’uomo, la sua volontà di leggere con sensibilità e coraggio le norme esistenti, che fa la differenza…. E fino a che esistono persone capaci di pensare in questi termini, c’è speranza che il carcere non finisca per vincere sempre”.

Ma andiamo per ordine, le pagine del racconto di tutta una vita professionale sono precedute da una bella prefazione di Alfonso Sabella ex P . M . della Procura distrettuale antimafia di Palermo che riconosce a Pagano il merito di avergli fatto un po’ cambiare idea e riconosce che fatti salvi i casi, comunque una minoranza, relativi a soggetto  appartenenti alla criminalità organizzata, il carcere deve dare opportunità risocializzanti e che in sostanza la gestione penitenziaria non può essere schiacciata su una logica meramente securitaria, secondo la quale “ è sempre meglio non rischiare”.

Il viaggio professionale del ” Direttore ” inizia da Pianosa , l’isola del diavolo, chiusa gradualmente negli anni 80  e riaperta solo per un breve periodo  dopo le stragi di mafia (nella narrazione del Fatto Quotidiano la chiusura definitiva del penitenziario fu una concessione alla trattativa, ma le “isole carcere” fanno parte di uno scenario ottocentesco e confliggono con tutti i principi, di derivazione costituzionale, dell’ordinamento penitenziario; ed in più tagliano fuori dalla vita sociale anche il personale ).

Si prosegue poi con l’esperienza di Brescia e la puntata del Maurizio Costanzo Show, nel teatro del carcere, nel dicembre 1985, esperimento unico per una grande trasmissione a respiro nazionale. L’iniziativa fu appoggiata e sostenuta dal ministro pro tempore Mino Martinazzoli che vi partecipò. Il ricordo di un galantuomo come Martinazzoli, mi fa pensare a quanto ci sbagliavamo dicendo “ non vogliamo morire democristiani….” generalizzando un giudizio sia pure  in parte esatto.

Poi dopo una breve permanenza al sud, il cammino di Pagano prosegue con  quella di 14 anni a San Vittore, a partire dagli anni di tangentopoli nel periodo, forse unico, in cui oltre alla “normale” popolazione carceraria i corridoi e la rotonda del vecchio carcere erano popolati da colletti bianchi. Fra questi Sergio Cusani personaggio peculiare nient’affatto incline al vittimismo che, con piglio manageriale, dopo pochi giorni di permanenza si fece ricevere dal direttore e diede, secondo il  racconto di Pagano non solo il riepilogo delle cose che non funzionavano, ma anche l’indicazione sulle soluzioni. “Quelli che mi innervosivano – così chiosa Pagano – erano i politici che ascoltavano attentamente da lui una elencazione semplificata di cose di cui avrebbero dovuto essere già a conoscenza se avessero letto le nostre innumerevoli segnalazioni, mai riscontrate” . Analoghe riflessioni mi capitò di fare quando a Sollicciano (carcere di Firenze) la presenza di detenuti dell’area omogenea del gruppo terroristico di Prima Linea propiziò un continuo pellegrinaggio di politici ma anche  intellettuali in ascolto del verbo (tante cose giuste, ma che appunto “dovevano” essere già conosciute). La lettura di questo capitolo  (quello relativo al manager, poi riabilitato, ma che fu quello che ebbe una delle condanne più pesanti per tangentopoli) è stata fra l’altro per me suggestiva, poiché alcuni anni dopo, nel febbraio del 2000,  Cusani, tornato in  libertà,  partecipò con il medesimo piglio, ad un convegno indetto dalla Provincia di Siracusa dal titolo “Il carcere nel terzo millennio”, promosso dall’assessore Ruscica e dal Presidente della Provincia Bruno Marziano. Mi colpì fra le altre cose il fatto che, pur alla presenza di uno dei dirigenti di vertice del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria,   il Presidente Tamburino, poi divenuto  capo del Dap definì glacialmente il Dap un “gigantesco apparato clientelare”.

Negli anni di Pagano il penitenziario milanese divenne luogo di sperimentazione, anche grazie all’attività di Candido Cannavò, storico direttore della Gazzetta dello sport, di Tronchetti Provera e Milly Moratti, ed al sostegno del giudice Di Maggio vice capo Dap e del ministro Castelli, e si arrivò  alla creazione di un reparto sperimentale per tossicodipendenti, detto La Nave, alla creazione di laboratori, call center, ed opportunità lavorative sempre più qualificate.

Ciò si realizzò scrive il direttore, grazie anche  al contributo di diverse commissioni formate da operatori detenuti e volontari esterni che trattavano tematiche inerenti il carcere “ con l’intento di elaborare proposte con le risorse a disposizione”. Qui rifletto sul fatto che la partecipazione, l’ascolto delle persone che stanno in carcere è stato sempre un mio  tema di interesse;  fra le vecchie carte che sto rimettendo in ordine trovo numerosissime richieste di incontri con delegazioni di detenuti per discutere i problemi interni ed ho sempre, grazie anche alla condivisione di intenti con i comandanti della polizia penitenziaria, aderito, badando bene a che la partecipazione non diventasse “titolo” fra i detenuti. Tante altre volte una volta vinta, faticosamente e forse troppo lentamente la ritrosia nel girare con la sedia a rotelle, necessità dovuta all’acuirsi di problemi di deambulazione, ho ascoltato i problemi, direttamente,  girando fra le sezioni curiosando anche fra le mille soluzioni del vivere quotidiano che trovano le persone ristrette.

San Vittore è stato anche luogo di arte e di spettacoli, meta di artisti quali Strelher, Renato Zero , che all’inizio dello spettacolo per riflesso condizionato da uomo in tour fece la gaffe di dire alle detenute che assistevano  “Grazie di essere qui….”  E tanti altri.

A proposito di arte mi ritrovo nelle parole del direttore che circa il coro ed il teatro dice “ che sono Gioco e Sacrificio, e far bene nello spettacolo e nel gioco necessita severo impegno, allenamento, costanza, studio, perché in gruppo la nota stonata coinvolge tutti”.  E sono Trattamento, perché “il detenuto“ impara i concetti di tolleranza – verso i propri errori e quelli degli altri – e di convivenza. Quelli che si limitano a dire “ci vorrebbe il lavoro“, se non pensano all’Arbeit Macht Frei (mi viene sempre questo genere di dubbio), dicono una cosa giustissima, ma parziale, che non coglie la complessità.

Pagano è stato anche l’ideatore del progetto Bollate, terzo carcere della città, studiato per realizzare ciò che l’ordinamento penitenziario prevederebbe per tutte le carceri, fare si che la “cella” sia solo un luogo di pernottamento e che la vita delle persone che stanno in carcere si svolga fuori da essa con lo svolgimento di attività lavorative e la frequenza di corsi ed attività formative, culturali, sportive. In proposito il direttore osserva che spesso prima di cimentarsi in riforme, manco a dirsi, aggiungo io,  definite ogni volta  epocali, occorrerebbe riguardare le leggi esistenti e darsi da fare per applicarle. Non si può non ripensare leggendo questa riflessione, a quella recente ed ai massimi livelli di autorevolezza  della senatrice Liliana Segre nel discorso di apertura della legislatura al Senato: “…..consentitemi di osservare che se le energie che da decenni vengono spese per cambiare la Costituzione – peraltro con risultati modesti e talora peggiorativi – fossero state invece impiegate per attuarla, il nostro sarebbe un Paese più giusto e anche più felice….”

L’ultima fase dell’impegno di Pagano ha riguardato lo sforzo seguito alla condanna europea , per adeguare gli standard penitenziari a quelli indicati dalla CEDU (Corte Europea Diritti Umani) nella qualità di Vice Capo del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria.

Il  percorso professionale del direttore, un antieroe (Sabella dice di lui fra l’altro ” non ha un fisico possente ” ma, aggiunge , ” è dotato di una determinazione di ferro “) dimostra che può essere sempre svolta una azione volta all’attuazione delle leggi vigenti e che le riforme camminano sulle gambe delle persone, pur se occorrono condizioni minimamente favorevoli. Giova ricordarlo e tornare sul tema carcere  anche dal momento che l’anno appena concluso, il 2022 è stato un annus horribilis con 84 suicidi. Una cifra che non è stata arginata nonostante l’impegno sia centrale, sia della cosiddetta periferia (gli istituti di pena). Non vi sono ragioni per essere ottimisti, a cominciare dal fatto che  la funzione di Capo del dipartimento è stata oggetto dello spoyl system – meccanismo recentemente ed autorevolmente criticato dal Presidente emerito della Corte Costituzionale  Sabino Cassese sulle colonne di Repubblica –  il precedente  capo del dipartimento è stato congedato dopo appena nove mesi ed aveva sostituito un altro che ha ricoperto l’incarico per meno di due anni. Vi è stata,  in una funzione importantissima e straordinariamente complessa una continua rotazione, che ha reso poco incisiva l’attività di chi ha ricoperto l’incarico. Circa, in particolare,  la figura del ” direttore ” rimarco il fatto che Pagano in una delle prime pagine del libro scrive ” ho proprio scelto di fare questo lavoro, non è stato un ripiego” . Devo dire che in questa scelta ragionata  mi ci riconosco. Mi spiace quindi particolarmente il fatto che per 25 anni non ci siano stati concorsi per direttore e che, per rimanere alla sola Sicilia, 7 istituti non abbiano un direttore titolare e che i circa 57 nuovi direttori che entreranno in servizio a settembre del 2023 risentiranno di uno stacco generazionale a causa del  quale sarà enorme la perdita di trasmissione di esperienze. Ho dedicato una riflessione su alcuni dei problemi che angustiano, è il caso di dirlo, il pianeta carcere,  pubblicata sul sito Ristretti Orizzonti col titolo “Riflessioni di un direttore che continua a sognare un carcere come una casa di vetro”   in una lettera aperta a Nessuno tocchi Caino, Antigone, al volontariato, al terzo settore ed a chi continua ad accendere un faro sulla condizione delle carceri poiché solo una attività volta a rendere trasparente il carcere  e conoscibili i problemi può giovare ad affrontarli. Veniva prima citata la condanna della CEDU datata 2013, ma è il caso di dire che il primo avvertimento della Corte europea avvenne, con gli stessi contenuti, le stesse motivazioni, nel 2009,  senza che ad essa facessero seguito interventi significativi. Da allora nella legislazione sono stati introdotti rimedi e strumenti di garanzia, ma “le carceri italiane sono (rimangono ndr) troppo spesso sovraffollate, vecchie ed in condizioni tali da rendere poco umana la permanenza” . Lo scriveva nel 1999 il ministro pro tempore Diliberto in una lettera di risposta ad un detenuto che ritrovato fra le vecchie carte di cui prima parlavo. La considerazione va aggiornata poiché nuove carceri come Santa Maria Capua Vetere sono state aperte senza l’allaccio all’acquedotto e solo pochi giorni fa, dopo più di 25 anni nel carcere è arrivata  l’acqua potabile (la notizia è arrivata agli onori della cronaca perché inopinatamente è stata fatta una inaugurazione col taglio del nastro per un impianto che sarebbe stato meglio avviare in silenzio e di notte).

Il libro Il Direttore è comunque la storia di un servitore dello Stato che ha avuto come punto di riferimento la Costituzione, la legge di derivazione costituzionale e non ha mai desistito dal compiere ogni sforzo per portare avanti la sua mission. Pagano in una delle ultime pagine dice che l’esperimento Bollate pur essendosi giovato di un insieme di condizioni favorevoli “ vale a dimostrare che la drammatica situazione carceraria non può essere considerata immodificabile. Occorrerebbe un cambio di gestione, una visione di intenti da parte dell’organo politico  e del Dipartimento”.

Un altro aspetto è quello che mette in rilievo Nicola Boscoletto già presidente della cooperativa Giotto altra felice realtà che da lavoro a centinaia fra detenuti ed altri soggetti svantaggiati che afferma “….applicare un articolo della Costituzione, e cioè fare una cosa normale, diventa una sfida titanica: “Non vogliono. È un sistema fatto per alimentare se stesso. Nulla deve cambiare. In Italia ci sono 56.000 detenuti e almeno il doppio, 112.000, che parlano di detenuti nei convegni”. Ma questa, se non un’altra storia è appunto un altro aspetto……..

Antonio Gelardi, già dirigente penitenziario.

 

 

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