Servizio Idrico Integrato. Di nuovo la società mista… dopo l’esperienza della Sai8

Dopo la devastante esperienza Sai8, la speranza era che ai cittadini, quanto meno, sarebbero state risparmiate le solite affermazioni prive di senso con cui si è dibattuto a lungo, quasi vent’anni fa, sulla ‘privatizzazione dell’acqua’ (la semplicistica espressione con cui si affronta una questione di estrema complessità).

Sentire affermare che “l’acqua è un bene pubblico, come stabilito dalla sovranità popolare in sede referendaria” lascia senza parole. Che l’acqua è una risorsa che appartiene a tutti, che è e sarà sempre pubblica, lo dicono le leggi. Tutte le acque superficiali e sotterranee appartengono al demanio pubblico perché per legge, e non per referendum, fanno parte del patrimonio indisponibile dello Stato che però, attraverso concessioni, ne affida la gestione a soggetti pubblici, privati o misti che siano. Con il referendum del 12-13 giugno 2011, gli italiani hanno in stragrande maggioranza solo votato contro la possibilità di privatizzare la gestione dei servizi idrici e contro la remunerazione per il capitale investito dal gestore del servizio idrico. Un voto semplicemente oltraggiato. Ed è egualmente precisazione pleonastica, davvero inutile, affermare che è il pubblico a rimanere titolare degli impianti, e del controllo degli stessi, nonostante ne affidi la gestione ai privati nel caso di una società mista, dal momento che – di certo in Italia, ma anche altrove – la proprietà dei beni costituenti la dotazione del servizio idrico, cioè le infrastrutture, appartiene a Stato, Province e Comuni e il gestore può disporne solo per concessione gratuita, averne temporaneamente il possesso, non la titolarità.

Ma crediamo che chi si diletta in tali amenità lo faccia non perché non conosca principi fondamentali bensì per voler menare il can per l’aia, per non affrontare nel merito la questione che si pone… quella che si è posta nel caso specifico, che ci riguarda, delle decisioni dell’ATI Siracusa, vale a dire dell’Assemblea Territoriale dei sindaci della provincia di Siracusa che presiede alle decisioni in materia di servizio idrico integrato. Cosa aveva deciso l’ATI, nel novembre 2020, alla presenza dell’allora commissario regionale Giorgio Azzarello? Di affidare la gestione del servizio a un’Azienda Consortile Pubblica, nonostante la riottosità di 13 comuni su 21 che avevano cercato di difendere con motivazioni pretestuose (e rintuzzate dal commissario) la propria autonoma gestionale.

Il sindaco di Siracusa Francesco Italia, nel ruolo di presidente dell’ATI, dichiarava: “Ringrazio tutti i colleghi per il clima di fiducia e collaborazione reciproca instaurato. Lo stato delle infrastrutture e i necessari investimenti, l’alta percentuale di dispersione idrica e la reale capacità di rendere sostenibile la nascente società consortile, sono le sfide più importanti a cui l’ATI di Siracusa sarà chiamata a dare risposta”; l’unica via, si diceva, per sottrarre l’indispensabile risorsa a qualsiasi finalità lucrativa. Da quell’esatto momento quindi si sarebbe dovuto efficacemente operare per rendere l’obiettivo possibile. Un traguardo difficile, senza dubbio, a cui avrebbero dovuto contribuire tutti i sindaci e i consigli comunali per creare, dalle fondamenta, un’azienda dotata di proprio personale, strumenti, risorse finanziarie e know how, in grado di far fronte all’intero complesso sistema idrico: dalla captazione e potabilizzazione dell’acqua alla sua distribuzione e quindi alla successiva depurazione e smaltimento. Senza farvi entrare i privati, come ribadiscono diverse fonti normative (per esempio l’art.149 bis del Codice dell’Ambiente) e pareri resi dal Consiglio di Stato; questo almeno fino a quando “una specifica disposizione di legge nazionale non prescriverà la partecipazione privata alla società in house indicando la misura della partecipazione e la modalità d’ingresso del socio privato, il suo ruolo all’interno della società e i suoi rapporti con il socio pubblico”.

Un sogno impossibile? No, perché è quanto si sta facendo nella provincia di Agrigento dove è nata da circa due anni l’AICA (Azienda Idrica Comuni Agrigentini), cui partecipano tutti i comuni del territorio, che sta dimostrando di essere in grado di affrontare le difficoltà di ogni tipo (operativo contabile finanziario), che di recente ha acquisito i rami d’azienda del precedente gestore privato (in amministrazione controllata), quindi personale e beni mobili, per raggiungere autonoma capacità gestionale, e che dialoga con la Consulta delle Associazioni dei cittadini del territorio, coinvolti così più direttamente nella gestione del primo e principale bene pubblico.

Si può considerare una colpa per i sindaci del siracusano non aver fatto altrettanto? Di non essere stati ‘capaci’ di osare? Di non aver saputo/voluto assumere su di sé la responsabilità di utilizzare finalmente in maniera virtuosa e senza profitti i tantissimi fondi che sono stati e saranno messi a disposizione dal PNRR? Secondo noi sì. Una rinuncia che la dice lunga sulle competenze amministrative di chi ci governa.

E strumentale ci appare altresì la lettura della relazione della Corte dei Conti sul servizio idrico in Italia, e nel Meridione in particolare, fatta dall’ex deputato Cafeo laddove il richiamo della Corte per i ritardi in una ‘catena di comando’’ non ancora conclusa “dove mancano operatori industriali e persistono le gestioni dirette dei Comuni” e la sollecitazione a “una iniziativa a forte valenza centrale che preveda affidamenti transitori a soggetti dotati di adeguate capacità industriali e organizzative per superare lo stallo dei mancati affidamenti al gestore unico o comunque di supporto all’avvio nel caso di operatori affidatari costituiti ex-novo, al fine di garantire l’acceso ai fondi del PNRR e la realizzazione delle opere” acriticamente vengono motivati con il mancato affidamento ai privati laddove la Corte parla di “inerzie e inadempienze, sia degli Enti pubblici locali, sia delle Regioni, che hanno inibito sino ad oggi lo sviluppo del settore”. Responsabilità della politica, dunque.

(Juan Godoy, presidente di DAM e il sindaco Italia)

Oggi, per concludere, ci viene prospettata di nuovo la società mista, come già accaduto nel 2008. 51% pubblica 49% privata. Così si diceva allora, vent’anni fa, nascondendo una realtà esattamente ribaltata (i privati possedevano il 51% della società ab origine) ma, a prescindere dalle percentuali, per quale motivo i cittadini dovrebbero aver fiducia, credere che non sarà di nuovo una debacle? Perché fingere che solo alcune mutate condizioni – al solito la pandemia, i problemi energetici, ecc – hanno indotto a una brusca inversione di rotta? A noi sembra che l’abbraccio con i privati sia congenito alle nostre deboli amministrazioni, che questa strada verso la società mista sia stata intrapresa da tempo. Un parto dalla lunga gestazione – scandita dalle infinite proroghe concesse nel capoluogo alla Siam e dalla voluta inerzia di tutti i sindaci riluttanti a compiere gli ultimi passi fondamentali per approvare lo statuto della ipotizzata (ed evidentemente mai voluta davvero) azienda consortile – e un battesimo di adamantina evidenza: la conferenza stampa dei vertici della spagnola DAM a Siracusa il 22 novembre scorso.

Fare una previsione su chi sarà il socio sarebbe come voler “vincere facile”.

https://www.lacivettapress.it/2020/09/08/dalle-tante-proroghe-alla-siam-alla-probabile-privatizzazione-del-servizio-idrico-modello-sai8/

 

 

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