Il problema non è certamente di facile soluzione, tanto che la vicenda stagna nel dibattito pubblico di della città di Augusta da mesi. La contrapposizione tra le parti opposte, anzi, è così caustica da essere giunta ai due gradi della giustizia amministrativa.

Molti augustani si chiedono se il McDonald’s si farà o meno, ma in realtà l’oggetto della contesa è ben altro, come spiegato in maniera opportuna negli incontri pubblici e nei numerosi post pubblicati al riguardo, dalle associazioni che da mesi combattono contro la delibera della Giunta Comunale che ha dato il via libera alla multinazionale americana, tanto da arrivare al massimo organo in Sicilia della Giustizia Amministrativa.

A leggere i post di alcuni dei membri della maggioranza che amministra la città, il giudizio pronunciato dal TAR di Catania lo scorso settembre darebbe un chiaro via libera alla realizzazione dello spazio commerciale che, è d’obbligo sottolineare, dovrebbe sorgere su uno spazio di proprietà comunale che sarebbe ceduto alla multinazionale americana per circa trenta anni in cambio del pagamento di un affitto.

In realtà, il Tar non è entrato realmente nel merito della realizzazione dell’opera, si è limitato a dichiarare l’inammissibilità del ricorso, ritenendo le associazioni che tale azione giudiziaria avevano presentato, non legittimate a stare in giudizio per tutelare l’area.

Lo spazio di cui si parla si trova alle spalle del “Palajonio”, il palazzetto dello sport che sorge tra Corso Sicilia e Viale Buozzi, e ospita uno spazio verde che, oggettivamente, sarebbe da risistemare. L’area è classificata nel piano regolatore, ancora in validità ad Augusta e risalente a metà anni ’70 del ‘900, tra le cosiddette zone F, destinate ad “attrezzature e impianti di interesse generale” e quindi, come sostengono le associazioni ambientaliste augustane, non ad attività commerciali.

Le stesse associazioni hanno annunciato lo scorso 12 dicembre l’intenzione di ricorrere al CGA, perché la giustizia amministrativa possa tornare sui suoi passi e non consentire un uso, a loro dire, distorto dell’area. Lo hanno fatto nel corso di un incontro pubblico tenutosi a Palazzo San Biagio nel corso del quale, alla presenza di Gianmarco Catalano di “Punta Izzo possibile”, sono intervenuti Enzo Parisi di Legambiente, Fabio Morreale di Natura Sicula e l’avvocato Paolo Tuttoilmondo che assiste legalmente Legambiente ed ha partecipato alla redazione del ricorso.

“Siamo qui perché scottati anche economicamente dalla sentenza del Tar – chiarisce Fabio Morreale di Natura Sicula – ma soprattutto perché si sta facendo strada un precedente che può fare danno alla tutela del patrimonio ambientale e culturale, le sentenze recenti del Tar trattano le associazioni ambientaliste come imprese, condannandole a spese processuali esose. L’area verde di Corso Sicilia non è un’area abbandonata, ma un’area a verde, tale per scelta dell’amministrazione comunale, abbandonata poi per scelta o per errore. Il piano regolatore la inserisce tra le zone F proprio come la villa comunale. L’abbandono dell’area non giustifica il cambio di destinazione d’uso, tanto più che vi insistono ancora molte specie di pregio tipiche della zona e non solo, si poteva fare di tutto nell’area ma certo non il McDonald’s, che rischia di diventare l’ennesima colata di cemento e asfalto. L’Unione Europea impone uno stop al consumo di suolo, e per la realizzazione dell’opera mancano tra l’altro le preliminari valutazioni ambientali. Occorre valorizzare l’area come spazio verde, anche affidandola alle associazioni, facendo una riforestazione che possa richiedere solo un minimo intervento umano”.

L’intervento successivo è quello dell’avvocato Tuttoilmondo di Legambiente Siracusa:

“Abbiamo sostenuto l’iniziativa – spiega l’avvocato – perché ci sono circostanze in cui non ci si può esimere dal rivolgersi ai giudici. Non è una scelta da fare a cuor leggero, per le spese legali che sono molto elevate per associazioni che vivono del contributo dei loro soci, e anche perché è sempre più rischioso. Da qualche tempo a questa parte i giudici del Tar accompagnano le sentenze sfavorevoli con il pagamento di spese molto onerose. La sentenza comunque non ci convince, malgrado la fiducia nella magistratura, perché ormai da anni è consolidata l’idea che le associazioni ambientaliste non debbano solo occuparsi del verde ma anche di un ordinato sviluppo urbanistico e dell’impatto che un’errata pianificazione del territorio possa avere sull’ambiente, sulla vita delle persone e sul cambiamento climatico. L’interpretazione del Tar è miope e va anche contro la convenzione di Aarhus del 1998 che vuole il coinvolgimento e la partecipazione dei cittadini ai processi decisionali e l’accesso alla giustizia amministrativa con ricorsi che siano rapidi e gratuiti, o quantomeno poco onerosi”.

Prima ancora delle domande e delle richieste di chiarimento provenienti dal numeroso pubblico presente a Palazzo San Biagio, chiude la serie di interventi Enzo Parisi di Lega Ambiente:

“Diversi mesi fa abbiamo inviato una diffida al comune di Augusta – racconta Parisi – chiedendo che l’accordo con la multinazionale venisse meno, lasciando a verde una zona che è stata piantumata nel 1997 dagli studenti di Augusta, nel corso della festa dell’albero, per quanto la stessa sia trascurata ma non degradata. L’amministrazione ha ritenuto di procedere per la sua strada lasciandoci solo la possibilità di ricorrere al Tar che però non si è pronunciato sul merito. Noi non contestiamo ovviamente la multinazionale e la qualità del cibo, ma vogliamo difendere una porzione del territorio dalla cementificazione, dal consumo di suolo e dalla estirpazione di specie arboree di pregio. Abbiamo valutato positivamente che l’amministrazione abbia avviato il percorso di realizzazione del “piano urbanistico generale” lo stesso però deve essere redatto nel rispetto dei principi che vogliono a zero il consumo di suolo e che favoriscano la partecipazione dei cittadini alla sua stesura. Lo strumento urbanistico deve tutelare il territorio dagli abusi e lo deve riqualificare in maniera lungimirante, per migliorare la vita delle persone. Oggi il palmeto è un patrimonio della città, come lo sono le saline, per questo motivo non si può consentire la cementificazione di quell’area e l’ulteriore stravolgimento di questo territorio”.

Per far fronte alle spese cui sono state condannate dalla sentenza di primo grado del TAR e ai costi del nuovo ricorso al CGA, le associazioni hanno messo a disposizione di chiunque volesse sostenere la loro battaglia un conto corrente, il cui iban è reperibile sulla pagina facebook di “Punta Izzo possibile”.

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