RESTIAMO SVEGLI NEL LUOGO IN CUI LA DONNA MUORE

Siamo forse un Paese razzista che non si è mai veramente scrollato di dosso uno scomodo passato? È probabile.
La nostra società è anomala. Accoglie ma al contempo respinge, determina le posizioni sociali non diversamente dalle caste indiane che persino lì stanno scomparendo. Amplifica l’inclusione ma quando questa fa un passo avanti inizia un ostracismo che non ha eguali in nessun Paese che si proclami democratico. Il colore della pelle ci condanna a condannare chi sale la scala sociale. Le condizioni sono chiare: concediamo solo spazi e recinti che nessuno è legittimato ad oltrepassare, neanche le nostre donne.

Nel mentre il malaffare bianco ci travolge e sferza come un vento impetuoso i nostri territori, arriva fino a vertici impensabili, tocca il sacro e profana le istituzioni, e noi leggiamo di sfuggita il trafiletto che viene dedicato in terza pagina.
Chi sbaglia deve pagare, ad eccezione del condono fiscale.
Perfino le relazioni interpersonali sono compromesse, spiazzate a causa di un sistema che pone le radici su un voluto ritardo di sviluppo culturale. La vulnerabilità tocca vittima e carnefice in una condizione di squilibrio tra donne e uomini alimentata da una atavica disparità di genere.
Eppure esiste un paradosso, un cortocircuito allarmante che nasce da un’osservazione di fenomeni esterni al nostro Paese. Fenomeni che ci indicano come la disparità sia diventata nel tempo una colonna portante che considera superato il rapporto uno ad uno. L’incidenza di uno Stato, della stessa dottrina religiosa è tuttora perno fondante in alcune società che alimentano la disparità con la forza dei numeri per annientare ogni singolo rapporto. La mano di un uomo che condanna e uccide è la mano di un popolo che ha eletto ed armato il suo governo: la donna è vittima di una moltitudine di carnefici se scioglie i capelli.

Eppure c’è stato un tempo in cui queste culture erano fiorenti, culle di civiltà, insegnavano ad aprire mondi, a guardare attraverso altre prospettive, universali e al contempo intime. Perfino lo sviluppo economico di un Paese, con un benessere di vita elevato, stride con lo sviluppo sociale collettivo che viola i diritti umani e adotta la violenza di genere come standard. Diritti fondamentali oscurati in diretta mondiale perché tutti possano vedere.
Ma a chi giova alimentare questa sottocultura? Chi ne trae beneficio?
In Italia la violazione dei diritti di genere è punita ma al contempo la violenza contro le donne basata sul genere è entrata in una quotidianità allarmante. È mai finita la caccia alle streghe? Viviamo lo stesso cortocircuito dell’Iran e del Qatar in forma diversa senza esserne consapevoli? Fino a che punto uno Stato deve intervenire per proteggere e fino a che punto può spingersi per limitare le libertà? A chi l’onere di gestire i punti di queste due estremità quando arriveranno a toccarsi? Forse è su questo che dovremmo interrogarci. Nel mentre a chiunque spetti il compito, il nostro dovere è continuare a prepararci emancipando le nostre coscienze, acuendo lo spirito critico ma soprattutto restando svegli nel luogo in cui le donne muoiono.

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