Scuola del merito o dell’inclusione?

Il Ministero dell’Istruzione del nuovo governo si chiamerà “Ministero dell’Istruzione e del Merito”. Alcuni hanno criticato il cambio di nome di questo e di altri Ministeri che il Presidente Meloni ha voluto per dare un chiaro
messaggio di cambiamento.
Credo sia auspicabile che la società abbia una cultura che sia anche meritocratica, soprattutto in considerazione dell’alto livello di clientelismo che aleggia in Italia. Per avere un giudizio oggettivo e mai pre-concetto è giusto attendere per verificare con quale modalità verrà declinato “il merito”.
Tutti speriamo che il nuovo governo, oltre ad un cambio di nome del ministero, affronti anche i seri problemi della scuola, che vanno dagli edifici scolastici non a norma, alla carenza di risorse economiche, ai professori precari per anni e mal pagati e lasciati soli davanti ai cambiamenti delle nuove realtà adolescenziali; spesso insultati dagli studenti e dai loro parenti; alle note problematiche delle scuole di periferia e l’elenco potrebbe essere ancora lungo!
Vorrei, però, qui soffermarmi sui possibili rischi inerenti la “cultura del merito”.
Citerò per iniziare la celebre frase di Don Milani: “Non c’è ingiustizia più grande che fare parti uguali tra disuguali”. Non credo siano necessarie molte spiegazioni per comprendere come la società sia lontana dal garantire a tutti le stesse opportunità, soprattutto per chi ha punti di partenza distanti.
Un’altra considerazione preliminare riguarda il tema delle intelligenze multiple, già spiegate a partire dagli anni ‘80 da Gardner, studioso statunitense, che elenca 9 tipi di intelligenza. Le neuroscienze hanno avallato la teoria di Gardner, ma a distanza di tanti anni la scuola italiana non ha recepito gli studi sulle intelligenze multiple e continua a mortificare tanti studenti sulla base del quoziente intellettivo che misura solo alcune caratteristiche dell’intelligenza.  Il merito, dunque, sarebbe legato alla capacità di rispondere solo alle richieste che la scuola propone allo studente.
Queste riflessioni preliminari, pur a mio parere significative, non toccano ancora il cuore del problema messo a fuoco invece da Papa Francesco già nel 2017 in un incontro con il mondo del lavoro.
Dice Francesco: “Un altro valore che in realtà è un disvalore è la tanto osannata “meritocrazia”. La meritocrazia affascina molto perché usa una parola bella: il “merito”; ma siccome la strumentalizza e la usa in modo ideologico, la snatura e perverte. La meritocrazia, al di là della buona fede dei tanti che la invocano, sta diventando una legittimazione etica della diseguaglianza.
Il nuovo capitalismo tramite la meritocrazia dà una veste morale alla diseguaglianza, perché interpreta i talenti delle persone non come un dono; il talento non è un dono secondo questa interpretazione: è un merito, determinando un sistema di vantaggi e svantaggi cumulativi.
Così, se due bambini alla nascita nascono diversi per talenti o opportunità sociali ed economiche, il mondo economico (e la scuola, aggiungo io) leggerà i diversi talenti come merito …
Una seconda conseguenza della cosiddetta “meritocrazia” è il cambiamento della cultura della povertà. Il povero
(da intendere come la persona vulnerabile per tanti motivi, mi permetto di aggiungere) è considerato un demeritevole e quindi un colpevole. E se la povertà è colpa del povero, i ricchi sono esonerati dal fare qualcosa ”.
​Queste considerazioni di Francesco, sebbene pronunciate al mondo del lavoro a me sembra abbiano un alto significato morale, sociologico e psicologico anche nel campo educativo: esprimono le radici della disuguaglianza!
Non si tratta di mettere in conflitto o penalizzare chi ha più talenti; e ancor meno di promuovere come diritto chi non ha voglia di spendersi e impegnarsi nello studio: la società ha tutto l’interesse a custodire e valorizzare ogni talento! Il mondo dell’educazione, però, ha anche il compito di promuovere il talento all’interno di un processo di sviluppo globale /integrale, di un percorso di “umanizzazione della persona”.
Se il “merito” non è inserito all’interno di un percorso di empatia, di relazione, di reciprocità, di dono per l’altro e la società, rischia di impoverire la stessa persona di talento. Non si può escludere che la cultura del merito possa innescare dinamiche psicopatologiche personali e relazionali, soprattutto quando sfocia nella ricerca della perfezione fine a se stessa.
Sostenere il fragile, scoprire il suo talento, dargli dignità e accoglienza non è un atto di benevolenza della società per cui la persona deve ringraziare, ma un diritto: significa piantare semi di uguaglianza autentica! Non nega la diversità, considerata risorsa e ricchezza per tutti, ma innesta percorsi di fraternità sociale.
Maffei, neuroscienziato italiano, parlando dei gradi di libertà che ci offre la plasticità del sistema nervoso mette in evidenza dai pericoli inerenti il mondo globalizzato dove “i messaggi hanno lo scopo di creare in chi li riceve una
opinione favorevole verso chi trasmette il messaggio, ma non necessariamente utile per chi lo riceve”.
Le neuroscienze hanno una visione evolutiva del cervello e leggono i cambiamenti strutturali e funzionali legati sia all’aspetto genetico, ma anche a quello esperenziale. Credo sia doveroso chiedersi verso quale direzione la “cultura del merito” orienta la nostra storia evolutiva. Si tratta di scegliere se sviluppare una società competitiva o cooperativa, sapendo che solo quest’ultima favorisce equità sociale, salvaguardando l’unicità di ognuno di noi.
In questo scenario diviene significativo il ruolo della scuola e del modello educativo che questa propone. La scuola rimane il luogo dove far nascere una vera “rivoluzione dal basso”, attraverso un rinnovamento di questa che si espanda a tutto il paese, alle istituzioni e alla società civile. Le istituzioni non devono essere lasciate sole perchè non sono in grado di “pensare il nuovo” per costruire un “oltre” che non si vede.
È necessaria una nuova co-governance che parta da un progetto educativo che abbia le caratteristiche di essere intergenerazionale, che veda i giovani protagonisti e che sviluppi i talenti più belli presenti in ognuno. Una co-
governance che veda insieme istituzione e società civile. C’è urgenza di un nuovo patto educativo globale ed integrale.
Tutto ciò non è possibile se noi amplifichiamo il merito o mettiamo in conflitto chi ha più talento e chi meno: dobbiamo invece rivisitare i nostri modelli educativi e generare un nuovo patto tra gli attori del sistema: famiglia, scuola, istituzioni e società civile. C’è più bisogno di inclusione che di merito!
Sarebbe stato più utile modificare il nome del ministero declinandolo come Ministero dell’Istruzione e dell’Inclusione. Sarebbe stato un messaggio di Speranza!
Francesco Sciuto.
Neuropsichiatra infantile

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