IL BUIO DENTRO IL PD

“Non c’è osservatore esterno, neanche uno, che non abbia manifestato stupore per il dibattito alla Direzione del Partito Democratico sul tortuoso iter che di qui a marzo dovrebbe condurre all’elezione del nuovo segretario.” Inizia con queste parole l’editoriale di Paolo Mieli sul Corriere della Sera di domenica scorsa dall’eloquente titolo “Se il PD riparte al buio”.

Che dopo il 25 settembre il PD abbia perso l’orientamento politico è sotto i nostri occhi e il (non) dibattito dell’ultima Direzione così come gli interventi in Parlamento sulla fiducia al nuovo governo, fatta eccezione per la dichiarazione di voto, onesta e chiara, di Enrico Letta, lo dimostrano in modo inequivocabile.

A leggere alcune prese di posizione, si ha l’impressione del cupio dissolvi. Se un dirigente come Brando Benifei, che ricopre il delicato ruolo di capodelegazione del Pd al Parlamento europeo, dichiara che “abbiamo bisogno del cambiamento dell’intero gruppo dirigente e non soltanto del nuovo segretario, altrimenti il Congresso sarà una farsa” vuol dire che la tenuta del partito è a rischio. Anche il sindaco di Firenze, Nardella, si è detto convinto della necessità di sostituire in toto l’attuale gruppo dirigente.

La portavoce delle donne del Pd, Cecilia D’Elia, nella relazione alla Conferenza delle Donne ha messo al primo punto il tema della rappresentanza femminile, ritenendo che le poche donne elette siano una spia delle difficoltà del partito. Nel merito avrà pure ragione, ma nella situazione in cui ci troviamo, se vogliamo evitare che il PD sprofondi, l’impegno di tutti noi dovrebbe essere quello di dar vita ad un congresso vero per dare un’identità chiara al partito e una guida forte e condivisa. Possiamo azzerare l’attuale gruppo dirigente e eleggerne uno completamente nuovo, ma se non sciogliamo i nodi identitari, politici, programmatici del nostro partito, se non aggrediamo il correntismo, nemico feroce della democrazia interna, il congresso sarà inutile. Quel che più temo è la scomposizione e ricomposizione trasversale delle correnti per tenere in ostaggio il Partito Democratico e dividersi su base cencelliana le spoglie.

Più mi imbatto nelle dichiarazioni di alcuni dirigenti nazionali (o anche nei loro rumorosi silenzi) e più mi convinco che il gruppo dirigente centrale non conosca la regola fondamentale dello stare insieme in un partito serio e cioè che le sconfitte elettorali non sono mai orfane. Nel Partito Comunista, quando si perdevano le elezioni, i membri della Direzione e del Comitato centrale facevano tutti autocritica e non si sognavano neanche di addebitare la sconfitta al solo segretario, il quale per primo se ne assumeva la responsabilità. Ma il PD non è il PCI, non fa scaldare i cuori.Due operai della zona industriale hanno dichiarato che il loro incubo è recarsi al lavoro e trovare il Petrolchimico chiuso. Il PD dovrebbe andare davanti ai cancelli delle fabbriche e non trovare il gelo.

* foto di archivio

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