Pino Di Silvestro era nato a Siracusa il 15 maggio del 1934. Docente di letteratura tedesca è stato un artista eclettico. Pittore, incisore, ha illustrato opere di Consolo, Bufalino, Sofocle, Eschilo, Dante e di altri autori. Del 1996 è il suo volume edito da Sellerio Le epigrafi di Leonardo Sciascia illustrate da 25 disegni a china, con prefazione di Vincenzo Consolo. Nel 1987 era stato Sciascia a offrirgli la possibilità di pubblicare nella collana “Quaderni” di Sellerio August von Platen, nel quale con un minuzioso lavoro di ricerca Di Silvestro segue le tracce degli ultimi giorni del poeta e intellettuale tedesco Platen che venne a morire a Siracusa nell’autunno del 1835, e alla cui figura s’ispirò Thomas Mann per il personaggio del professore Aschenbach di Morte a Venezia. Di Silvestro ha scritto anche due libri di narrativa: La fuga, la sosta, Rizzoli 2002 e L’ora delle vipere, Dalai Editore 2007, entrambi ambientati a Siracusa. Nel secondo la trama romanzata si dipana dal 1937 al ’43, intrecciandosi agli avvenimenti di quegli anni fra parate militari del regime, imprese coloniali in Africa e velleità imperiali del fascismo, antifascisti perseguitati, scoppio del secondo conflitto mondiale, guerra, fame, bombardamenti, distruzioni, sbarco degli Alleati in Sicilia. Eventi che l’autore aveva vissuto almeno in parte da bambino.
L’indagine storica ben documentata, l’idea della letteratura come impegno civile e nel contempo connessa al piacere e all’inventiva della scrittura, erano emerse prorompenti nel primo romanzo di Pino Di Silvestro La fuga, la sosta con protagonista Caravaggio durante il periodo trascorso a Siracusa dopo essere fuggito da Malta. Il libro ottenne vari riconoscimenti fra cui il Premio Vittorini nel 2003. In quell’occasione intervistai Pino Di Silvestro per la Rivista della Provincia di Siracusa. Il testo, compreso nella raccolta Parole dal Premio Vittorini pubblicato nel 2021, lo proponiamo di seguito ricordando questo artista e intellettuale, grande quanto riservato. E notando la coincidenza che Pino è morto ieri 29 settembre, lo stesso giorno in cui, nel 1571, nacque Caravaggio.
Caravaggio, intellettuale e uomo con le sue passioni (intervista a Pino Di Silvestro)
![]()
Piuttosto che un romanzo storico è giusto definire il suo libro un romanzo d’invenzione su uno sfondo storico? Ovvero che narra di storie verosimili più che vere?
Alcuni lo hanno definito un romanzo storico probabilmente pensando al genere di romanzo manzoniano. Ossia la parte storica sarebbe l’ambientazione, la parlata, i costumi, il modo di essere del periodo in cui il personaggio vive. Che poi il tessuto venga arricchito dall’invenzione, questo fa parte del racconto.
La vita e le vicende di Michelangelo Merisi detto il Caravaggio hanno ispirato molti libri e film. Lei esce dall’iconografia del pittore maledetto per raccontare una sorta d’intellettuale innovatore del suo tempo. Anche Caravaggio, però, aveva bisogno del protettore politico, del committente. Possiamo considerarlo effettivamente un rivoluzionario, un uomo di rottura?
Quella in cui Caravaggio opera è un’epoca dove da una parte esisteva il mecenatismo, che oggi diremmo laico, dall’altra parte esisteva invece la committenza che veniva prettamente dalla chiesa. I grandi committenti di opere d’arte, di quadri, di sculture, di architetture erano generalmente prelati. Caravaggio non ricevette mai committenze direttamente dalla chiesa, ma il suo lavoro fu ugualmente funzionale alla chiesa perché spesso dipinse per uomini ricchissimi che potevano essere cardinali oppure banchieri, i quali gli commissionavano delle opere da mettere nelle cappelle per devozione. Così è stato per la Madonna dei palafrenieri o per la Madonna della serpe.
Rispetto al Caravaggio pittore maledetto, dobbiamo pensare che subito dopo la sua morte fu rinomatissimo, poi però fu dimenticato. E questo è durato fino alla fine dell’Ottocento quando, col Romanticismo, l’interpretazione delle biografie di artisti viene letta per l’appunto in chiave romantica. Essere stravaganti, duellanti, attaccabrighe, ubriaconi faceva parte del personaggio ottocentesco dell’artista. Aspetti su cui, relativamente a Caravaggio si è molto insistito.
Nel mio racconto ho visto un Caravaggio uomo, cioè ho cercato di togliere la pelle che lo ha accompagnato fino a oggi per mettergli la carne dell’uomo con le sue passioni. Se lui si trovò a uccidere Ranuccio Tomassoni nel duello del 1606 lo si deve al periodo storico. Non dimentichiamo che quell’episodio avvenne una cinquantina d’anni prima di quando Don Rodrigo e i suoi bravi scorrazzavano in quel di Como. Voglio dire che dell’oleografia storica se n’è fatto un certo abuso. Dal mio punto di vista Caravaggio era un intellettuale che aveva letto e che si aggiornava. Non a caso in un capitolo presto attenzione agli innovatori dell’epoca: Keplero, Aldrovandi, Della Porta, Galilei che sono i profeti della nuova scienza, quelli che daranno all’Uomo lo strumento della Ragione per capire il mondo. Quindi Caravaggio lo vedo come un uomo che divide un tempo che ormai è passato e apre un tempo nuovo.
Alcuni critici recensendo il romanzo sono stati particolarmente colpiti dalla scrittura da lei usata, definendola fiammeggiante, ricca d’invenzioni lessicali, dal ritmo avvincente. Ci sono stati pure accostamenti a Leonardo Sciascia e a Vincenzo Consolo. Fino a che punto si rivede in questi modelli letterari?
La lingua è uno strumento e per raccontare bisogna avere i mezzi per farlo. Così come per dipingere, i mezzi della pittura non sono i colori e i pennelli ma le cifre che si mettono nel dipingere, che poi devono essere decodificate da parte di chi legge o da parte di chi fruisce dell’opera visiva. Io ho usato una lingua che s’avvicinasse il più possibile al periodo storico che stavo raccontando, per cui è una lingua ‘necessitata’. Infatti non ho usato dialettismi, anche se a volte sembrano tali dei vocaboli, degli etimi dimenticati che ho recuperato mediante la ricerca di archivio. Cioè per mezzo della ricerca di archivio mi sono calato nel mondo della comunicazione, della lingua di quel tempo, attraverso gli atti scritti dai notai, gli elenchi d’inventari, ecc. Tutto ciò l’ho recuperato per farne motivo espressivo, ed è poi dipeso dal mio gusto averlo modellato. Che questo coincida con il linguaggio usato da Consolo o da Sciascia, che sono altamente letterari, non può che farmi piacere. Nel senso che, semmai, potrei rientrare nel grande solco della scrittura dei siciliani di lingua italiana.
E’ automatico a questo punto chiederle qual è la sua idea di letteratura e quale ruolo, secondo lei, oggi la letteratura deve avere.
La letteratura è un mezzo straordinario di comunicazione. Durante l’ultimo Premio Campiello il poeta Edoardo Sanguineti ha parlato della funzione politica della letteratura, soprattutto se serve a stimolare idee e, possibilmente, a mettere in campo valide opposizioni di pensiero o quantomeno confronti. Per cui penso che la letteratura vale sempre come strumento per rapportarsi politicamente e civilmente con gli altri. Di contro, se c’è una caduta della letteratura questo è un sintomo anche della caduta della tenuta morale di un popolo. Un popolo che legge male non può produrre delle buone scelte politiche. Più si legge più si ha l’opportunità di essere plasmati per confrontarsi democraticamente. Invece chi non legge si confronta spesso in maniera violenta.
Nel suo libro c’è una descrizione minuziosa della Siracusa e del territorio circostante d’inizio Seicento. A parte il lavoro di ricostruzione di archivio, con quali occhi ha immaginato la Siracusa di quel tempo?
Siracusa ha la fortuna di essere una città-isola, di conseguenza è ancora leggibile. I suoi limiti, essendo circoscritti dal mare, non hanno dato luogo a trasformazioni traumatiche. Immaginando quella Siracusa e confrontandola con piante toponomastiche del periodo di Caravaggio, mi è stato più facile immaginare una Siracusa mia, della mia epoca, molto simile alla città visitata dall’artista. Tanto più che ho cercato di mettere in questa città-isola odori, uomini, comportamenti, luci, sapori, personaggi, mestieri che corrispondono esattamente a quello che, alla fin dei conti, è l’uomo stesso nel suo comportarsi. Penso che il siracusano del 1600 poteva benissimo somigliare al cittadino dei miei tempi.
Lei ha raccontato che, scavando nella biografia del pittore, ha appreso che all’età di cinque anni Caravaggio assistette alla morte del padre e del nonno durante la grande peste del 1576, e al loro seppellimento eseguito da monatti. Un’immagine – quest’ultima – che Caravaggio avrebbe conservato nella memoria, trasmettendola poi nel Seppellimento di Santa Lucia dipinto a Siracusa. Su cosa basa questa deduzione?
Quando si guarda un quadro si osserva l’ultima fase, la parte finale del lavoro del pittore. Poi l’opera viene affidata alla lettura dei visitatori, dei fruitori dell’immagine, ognuno dei quali può dare un’interpretazione, questo è chiaro. Però le interpretazioni diventano a volte caotiche e anche arbitrarie quando i quadri, le opere d’arte si guardano senza un’indagine storica. Quando mi accorsi che Caravaggio, essendo nato nel 1571 assistette alla peste del 1576 ed era quindi un bambino di cinque anni, rileggendo i personaggi del Seppellimento di Santa Lucia, soprattutto i due becchini con le loro brache bianche che stanno preparando la fossa per seppellire la santa, mi fecero pensare che Caravaggio nel quadro di Siracusa avesse messo dell’autobiografia. I due personaggi che nel dipinto seppelliscono Santa Lucia – ai quali tanti critici dell’arte hanno dato i nomi di cordari, affossatori, schiavi, ecc. – a me, per verosimiglianza, sono sembrati più vicini ai monatti che Caravaggio dovette osservare bambino durante la peste.
Oltre al Premio Vittorini, La fuga, la sosta ha ricevuto il Premio Racalmare-Leonardo Sciascia, il Premio La cultura del mare a San Felice Circeo ed è stato tra i finalisti del Premio Ostia-Mare. Tra questi riconoscimenti ce n’è uno che le ha fatto più piacere ricevere?
Mi ha commosso il premio che si organizza a Grotte dedicato a Leonardo Sciascia, che lo ideò e guidò per alcuni anni. La sera in cui mi è stato consegnato è stato per me come se lo avessi ricevuto dalle mani di Sciascia, dalla cui frequentazione ho avuto trasmissioni di idee, esempi morali, tutto quello che un personaggio così nobile e grande poteva rappresentare.
Da scrittore, lettore e concittadino di Elio Vittorini, ritiene che la manifestazione a lui dedicata – che certo sta avendo una positiva continuità – sia adeguata alla sua figura e corrispondente a quello che un premio letterario dovrebbe esprimere?
Certamente sono stato gratificato dal fatto di ricevere un premio intitolato a Elio Vittorini, siracusano come me, è questa è una connotazione straordinaria. Per quanto riguarda la manifestazione, debbo notare che nel corso della premiazione non si è parlato di lui e questa la reputo una pecca dell’organizzazione. Sarebbe stato preferibile parlare meno di Gianni Minoli e di Pippo Baudo o, per meglio dire, farli venire per discutere di Vittorini. C’è poi da notare il tempo limitato che viene dato alle motivazioni dei premi, romanzo per romanzo, con gli scrittori relegati a figure di contorno, mentre viene dato più risalto a cose che con la letteratura hanno poco a che vedere. Così concepita la serata del premio diventa un trasferimento di targhe fatto in pubblico, uno spettacolo che non ha l’intimità e la pregnanza che un premio letterario dovrebbe avere. In una manifestazione in cui si parla di libri dovrebbe esserci più spazio per la parola e meno per l’immagine.

Commenti recenti