Mi candido, per dare un mio contributo per un forte cambiamento, non si può rimanere fermi

L’economista Giovanni Zero, attualmente tecnico delle politiche attive del lavoro (il bacino di utenza non è limitato ai percettori RDC ma a tutti gli utenti del centro d’impiego di Siracusa), è candidato al senato alle elezioni nazionali del 25 settembre nella lista di Italia sovrana e popolare, un partito di nuova formazione dal programma fin troppo ambizioso, quasi un “voler toccare il cielo con un dito”, un’espressione usata negli anni della contestazione giovanile e operaia.

Lo abbiamo intervistato per capire quali sono le novità delle proposte sue e del partito in cui si riconosce.

Dottor Zero, partiamo da uno sguardo alla città?

A mio giudizio, siamo all’epilogo di una decadenza che dura da almeno trent’anni ma che è ora più evidente a causa prima della crisi economica, feroce per Siracusa dove molte saracinesche sono state abbassate, poi della pandemia e infine della guerra in Ucraina con la speculazione sulle tariffe. Davanti a questa realtà sociale guardo i manifesti elettorali e vedendo tutti i candidati sorridenti, penso che in fondo anche questa sia una mistificazione, un voler nascondere una realtà difficilissima per tutti.

I problemi del vivere quotidiano attanagliano tutte le famiglie e sicuramente la tua esperienza di lavoro ti avrà consentito di conoscerli nello specifico. È davvero così sbagliato il reddito di cittadinanza?

No, certo. È uno strumento importante per allievare il disagio dei meno abbienti, ma si è commesso un errore, quello di non aver ascoltato le indicazioni date dalla professoressa Saraceno. Dal mio punto di visto ad esempio bisognerebbe prevedere una franchigia sui contratti a breve termine per i percettori di reddito. Spiego con un esempio. L’attuale normativa prevede che, se si accetta un lavoro part-time, l’80% del rdc viene scalato. Ad esempio, se a un percettore di rdc spettano mille euro al mese per un lavoro part-time di tre mesi, i mille euro andranno ad abbattere il reddito di cittadinanza per l’80%. È una riduzione consistente, la causa forse più determinante nell’indurre a non accettare un contratto part time per mantenere il rdc e semmai associarlo al lavoro nero. Andare a lavorare significa anche sostenere spese di trasporto, e altro, perché l’offerta può provenire anche da luoghi lontani chilometri.

Invece bisognerebbe mettere il percettore in condizioni migliori, dandogli una franchigia fino a tremila euro in totale per quella stagione di lavoro a tempo determinato di soli 3 mesi. Un salario stagionale di mille euro significa anche maggiore sfruttamento da parte dell’imprenditore che di solito cerca di massimizzare al massimo i profitti nel breve periodo. Mi è capitato spesso, nel corso della mia attività, di imbattermi in imprenditori pronti a lamentarsi perché non trovavano lavoratori ma che non erano poi disponibili a compilare il modulo su cui indicare la propria offerta in relazione a orari, retribuzioni, ecc. La conclusione è che la maggior parte di quella categoria, prima del reddito di cittadinanza, poteva contare probabilmente su una schiera di lavoratori disperati pronti a firmare un contratto per 4 ore mentre se ne doveva fare il doppio e più, oppure, semmai, contratti a 8 ore ma con una parte da restituire al datore di lavoro. Questa è la realtà, ancora in parte presente sul territorio; l’ho constato sul campo. In pratica c’è ancora tanto lavoro nero. Un altro grosso tema è che nella platea esistente qui mi trovo un 50% di donne che nella stragrande maggioranza ha superato i 55 anni, è spesso senza licenza media e non ha mai lavorato perché ancora inserite nella cultura della donna che deve rimanere a casa. Persone in questa situazione sociale dove è possibile collocarle? Ma sono i più ad aver bisogno, in primo luogo, di un corso di alfabetizzazione per prendere il diploma di terza media e quindi poter partecipare a corsi di formazione come aiuto cuoco o altre attività lavorative di medio-basso livello. E a volte sono già prossimi a un’età da pensione e non sono in grado, per le condizioni di salute, neanche di aiutare un cuoco o fare la cameriera rimanendo per ore in piedi. In questo caso è evidente che si tratterebbe di un investimento in formazione che si traduce in una perdita per lo Stato, perché non c’è nessun rientro sociale. Per cui do loro il consiglio di percorrere solo la strada dell’alfabetizzazione informatica, fondamentale anche perché oggi, se devi interfacciarti con gli enti pubblici, hai bisogno di maggiore conoscenza fra Spid e altro e non di chattare sul cellulare. E infine, un’eventuale invalidità esclude dalle politiche attive del lavoro.

Rimangono solo i giovani?

Assolutamente sì, le figure che tirano in questo momento sono quelle dei tecnici informatici e telecomunicazioni. Diversi giovani diplomati che sono riuscito ad orientare verso questo tipo di formazione hanno trovato la loro strada in questo settore. Diversi con contratti a tempo indeterminato, mentre altri sono pronti, già orientati, aspettano nuove offerte ma hanno effettuato anni di formazione sia di primo che di secondo livello, accumulando un buon curriculum.

C’è stata richiesta di manodopera nell’edilizia per il superbonus?

Su questa specifica questione sono passati da noi 300 persone per andare a corsi di formazione della scuola edile come ponteggista, manovale semplice e montatore di cappotti. Oggi nel settore edile abbiamo un tasso di disoccupazione vicino allo zero. Ma quello che ho in mente io da economista sui percettori di RDC è quello di un miglioramento avviando loro cooperative e prevedendo una forma di cashback favorendo i consumi in ambito locale. Così da far spendere per le proprie famiglie in prodotti a livello locale ad esempio al mercato del contadino o in altri posti che non siano Supermarket stranieri. Ciò crea economia circolare, la moneta rimane qua e girando avvia un circolo virtuoso d’aumento di ricchezza.

Una domanda all’economista Zero proprio sul superbonus, perplessità?

C’è stato un difetto di fondo in questa iniziativa di politica economica espansiva, tutta il contrario di quelle finora attuate iperliberiste, che si può esprimere in una sola frase: inesistenza di programmazione. Se ricordiamo i tempi di un’Italia che tirava con il Pil a due cifre negli anni 60, fra i vari ministeri esisteva quello della programmazione. Esso aveva il compito, davanti alle nuove leggi, tramite esperti di pianificazione e previsione, di procedere programmando senza arrivare al fatto di trovarci un mercato dell’edilizia in grande difficoltà fra mancanza di ponteggi, materiali, manodopera, ecc. Oggi la mancanza di questo ministero si può osservare per tante iniziative legislative, anche sul reddito di cittadinanza. C’è bisogno di un comparto di programmazione. Non si può lasciare libero il mercato con tutto quello che ne viene fuori, soprattutto con la speculazione che ne consegue. È per questo che l’eccesso di richiesta di ponteggi ha fatto lievitare parecchio i costi. Per non parlare delle scadenze per cui, se non facevi partire entro una tale data il cantiere, non partivano più i lavori ecc. mentre un investimento che interessa l’intera nazione bisogna programmarlo non annualmente. Vedi la Cina che fa piani quinquennali, decennali e oltre, non annuali!

Un esempio concreto?

Penso a una programmazione che avrebbe studiato quanti immobili abbiamo in Italia dividendoli per tipologia, ecc. poi prendere una parte in certe regioni più disagiate e far partire i lavori verificando cronologicamente la situazione per poi continuare con un’altra sezione, ecc. tutto pianificato da esperti del settore. Così questi problemi non sarebbero venuti fuori.

Ed è per questo che mi candido, per dare un mio contributo per un forte cambiamento, non si può rimanere fermi. Se osserviamo bene troviamo una realtà che scivola verso un grave impoverimento culturale con una fuga di cervelli, anche se vi sono scuole d’eccellenza. Ma il resto è deserto con un’alta dispersione scolastica e bassa competenza alfanumerica, maggioranza di Neet, giovani che fuggono dallo sfruttamento cercando lavoro nel nord Europa, lasciando qui sempre e solo più anziani. Nessuno vede che ci stiamo disintegrando come tessuto collettivo, come comunità?

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