Incendio Ecomac. Oltre alla ricerca di cause e responsabilità, occorre monitorare l’inquinamento dei terreni nel tempo

Il 22 agosto intorno alle 17 tutta la popolazione del quadrilatero industriale si è giustamente allarmata alla vista e notizia rimbalzata sui social dell’enorme incendio sprigionatosi alla Ecomac, impianto di smaltimento di rifiuti speciali pericolosi e non. Il vasto incendio ha richiesto l’intervento di Vigili del Fuoco anche di Catania ma la spessa coltre di fumo nero si è alzata per centinaia di metri e il rogo è durato a lungo. Che sia stato un fulmine ad innescare le fiamme alimentate dalle ecoballe dell’impresa in contrada San Cusumano o altro poco importa: lo verificherà la magistratura che ha aperto un’inchiesta anche sui dispositivi di sicurezza e su quanto prescritto nella Direttiva Seveso tesa alla prevenzione e al controllo dei rischi di accadimento di incidenti rilevanti.

Noi vogliamo soffermarci su un aspetto importante per i 200mila residenti dell’area industriale. Sappiamo che l’Arpa presenterà a breve una sua relazione, ma già ha constatato le importanti ricadute, registrate dalle centraline fisse di monitoraggio ambientale, per quanto riguarda il particolato più pericoloso delle polveri sottili, il Pm 2,5, oltre al Pm10. La stazione di monitoraggio fissa di via Gela (Siracusa nord), la più vicina in linea d’aria alla zona industriale, ha registrato valori di P 2,5 pari a 17 mmg per mc (il limite è 15). Il vento ha trasportato la maggioranza di questi inquinanti verso l’entroterra e Siracusa (non verso il mare come comunicato) e il sindaco Italia, come gli altri sindaci dei comuni interessati, ha invitato i cittadini a rimanere in casa con porte e finestre chiuse.

Ma cosa avverrà ora? Il temporale è passato ed è tornata l’afa con il caldo. Questo significa che le condizioni atmosferiche manterranno il Pm 2,5 per molto tempo in area nella zona. Cos’è il Pm 2,5? È un insieme di polveri sottili di dimensioni inferiori o uguale ai 2,5 micron dove 1 micron (μ) sta per millesimo di millimetro. Si calcola che, per una presenza superiore di 10 punti rispetto al massimo consentito, vi sia un incremento della probabilità di contrarre il cancro pari al 7%, ma non essendo catastrofisti riteniamo che dovremmo prestare comunque attenzione al fatto che queste particelle fini, caratterizzate da tempi lunghi di permanenza in atmosfera, date le ridotte dimensioni, una volta inalate sono in grado di penetrare in profondità nel sistema respiratorio umano arrivando anche nel circolo sanguigno ed essere così assorbite dai tessuti con conseguenze di varia natura specie per bambini e anziani.

Inoltre il materiale che è andato in fumo, trattandosi di plastica (e non sappiamo cos’altro), ha prodotto diossina. La diossina è una sostanza tossica insolubile in acqua, resistente alle alte temperature che si decompone in un processo che può durare centinaia di anni e un suo superamento dei limiti può causare malformazioni ai reni e al palato nei feti, ecc. Anche questa sostanza permane in aria per lungo tempo. È stato calcolato che la quantità di diossina dell’incidente di Seveso, da lì nacque la Direttiva per gli incidenti rilevanti, impiegò 14 anni per dimezzarsi. Ora, fra qualche tempo, la maggioranza della popolazione dimenticherà l’incidente all’Ecomac, così come sono stati dimenticati centinaia di quelli, conosciuti, avvenuti dagli anni ’50 fino ad oggi in zona industriale. Eppure bisognerebbe non dimenticare, e sottovalutare, una problematica che in genere passa sotto silenzio: l’inquinamento del terreno su cui si coltiva e l’allevamento di bestiame. Sono attività presenti e vicine in zona. Le diossine si accumulano nella catena alimentare, principalmente nel tessuto adiposo degli animali. A questo le autorità preposte cosa rispondono? Si deve intervenire sui controlli e sulle bonifiche, questa sarebbe una risposta seria.

A Seveso solo dopo 43 anni dall’incidente dell’Icmesa che sprigionò diossina nell’aria e nella terra è arrivato una svolta da un decreto ministeriale per quel territorio interessato dagli effetti dell’inquinamento. Il decreto 46/2019 del Ministero dell’Ambiente regolamenta la messa in sicurezza, la bonifica e il ripristino ambientale delle aree destinate all’agricoltura e all’allevamento. Sono due le indicazioni più rilevanti: la prima riguarda l’abbassamento dei limiti di inquinanti, compreso diossine. Fino a oggi, non essendoci una normativa specifica, si era tenuto conto del limite stabilito 13 anni prima per i terreni a uso residenziale che era di 10 nanogrammi per chilo. Ora il nuovo limite, ridotto del 40%, è di 6 nanogrammi per chilo specifico per i terreni agricoli. La seconda stabilisce che la ASL, a fronte di una situazione di inquinamento conosciuto, ha l’obbligo di intervenire. Infatti se fino ad oggi per i terreni di Seveso e tutta l’area non c’era uno strumento normativo che imponesse di eseguire controlli accurati, dopo 43 anni si è giunti alla possibilità di verificare l’idoneità dei prodotti coltivati nella zona dell’incidente. Ed è ciò che chiediamo sia fatto anche nella nostra zona industriale: verifiche e controlli sui terreni agricoli e bonifiche perché non bastano più le parole rassicuranti delle Istituzioni.

Si può procedere con metodi e tecniche naturali, con occupazione qualificata e senza scavi, trasporti, ecc. Se le conseguenze del disastro ambientale dell’Icmesa, una piccola fabbrica, nel 1976 sono ancora presenti nei terreni dei cinque Comuni attorno a Seveso, possiamo solo immaginare cosa sia presente nei terreni che ricadono nell’area industriale o le sono vicini.

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