La nostra politica pencola sull’abisso. Immagine allegorica del “campo progressista”

Molto spesso nei film vi sono scene, immagini che si prestano a significativi rimandi metaforici ed allegorici: in un ambiente oscuro e aspro, di solito un bosco fitto con alti alberi, un malcapitato (che non riesce a capire perché si trova in quel posto) si aggira incerto e inquieto alla ricerca di una via d’uscita – quella “radura” che ad un tratto lascia affiorare tra gli alti alberi quei bagliori che a primo acchito sembrano offrirgli la luce e pertanto la strada aperta e liscia che, forse, stanno per aprirgli l’uscita dall’oscurità. Ma per l’ansia con cui prova ad uscire da quel contesto di pericoli e incertezze, il nostro “malcapitato”, non accorgendosi che nella fretta ha già posto i piedi sulla soglia di un alto burrone, inizia a scivolare giù all’improvviso, pur se la sua caduta viene in più occasioni attutita e rallentata dapprima dagli ampi rami con grandi foglie, poi da altri rami e foglie, poi da altri ancora, poi da altre fasce ampie di fogliami ancora che rallentando la caduta attutiscono i rischi più gravi nell’impatto a terra, sì che nell’attrito finale sul terreno il nostro malcapitato di solito ci viene presentato malconcio, ferito e semisvenuto.

Da questo veloce epilogo, tutti noi siamo tentati di immaginare il nostro protagonista dolorante ma salvo, avviato poi verso la sicura guarigione..….. Ma fermiamoci qui! Quante volte abbiamo visto scene simili in tanti film? Tuttavia, non possiamo dirvi il seguito – “cosa accadrà dopo?” – perché quella che sin qui abbiamo provato a esporre è la figura allegorica della vicenda incerta ed inquieta, combattuta e declinante della “sinistra”, anzi di quell’arcipelago largo, variegato e prevalentemente in combutta tra le “parti” che potremmo chiamare il “campo politico progressista” del nostro paese. La caduta nel burrone del malcapitato esemplifica più o meno un quindicennio di tappe e vicende di sconfitte e cadute di questo “campo progressista e democratico italiano” – qualche caduta attutita da rami con ampio fogliame nel corso del decennio –, sì che le ferite addosso ai  “malcapitati” del progressismo politico nazionale si vedono infatti tutte, non ancora rimarginate.

Il precipizio finale – molto accelerato, in cui i nostri “malcapitati” fanno i conti – è l’appuntamento del 25 settembre, scaturito dall’insofferenza e fibrillazioni di Giuseppe Conte per essere stato scalzato dal suo Governo “Conte2” quasi un anno e mezzo fa, messo fuori gioco e ai margini da ogni impresa politica e di governo (mentre il suo giovane antagonista Di Maio si evolveva in ruoli di prestigio e di prestigiatore), il quale invitando i suoi parlamentari del M5S a non dare la fiducia a Draghi qualche settimana fa, ha dato la stura ad un furbo centrodestra (Salvini e Berlusconi) di cogliere la palla al balzo per aprire la crisi, obbligando Mattarella a sciogliere le Camere, portando così il paese alla sua prima campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento in piena estate. Tutto questo scenario, in un paese scosso da quasi tre anni di sfida al Covid, poi da fine febbraio 2022 alle prese con la brutale invasione di Putin in Ucraina, le cui conseguenze sono già di fronte a tutti noi, mentre si annuncia già un autunno caldissimo, in un mondo globale stretto nella morsa di estreme complicazioni e contrasti nei rapporti internazionali, e a tutti noi si offre in presa diretta l’epoca dell’Antropocene che pencola sull’abisso di fronte alle drammatiche condizioni dell’ambiente e del surriscaldamento climatico, mentre nel corpo vivo della società italiana – tra sfiducia e depressione – le manifestazioni di insofferenza, crisi, disagi sociali, nuove povertà e turbamento esplodono e danno la misura di un “crisi di riconoscimento” preoccupante, specchio perturbante della profonda divaricazione tra politica/Istituzioni e società.

E se è vero che il “trio” del centrodestra (Salvini, Meloni e Berlusconi) si è così trovato da subito nella posizione di saper sfruttare tale opportunità, pronto a smussare o mettere sotto il tappeto differenze, competizioni di Leadership e antichi contrasti, per offrire al paese la “narrazione ideologica” di un’aggregazione unita, bell’e pronta e senza problemi, forte di quella maggioranza assoluta confermata dai sondaggi da quasi due anni – e facilitati da una strampalata e surreale legge elettorale (il Rosatellum, che nel nostro film allegorico è immagine di una “caduta dal burrone” del “nostro malcapitato” non attutita dal fogliame!) –, auspicando un esito elettorale a suo favore per poter governare il paese, le difficoltà dell’impresa in vista della data del 25 settembre sono subito affiorate nelle fila del “malcapitato” schieramento del campo progressista, alle prese con ruggine e contrasti cresciuti a dismisura in questo decennio e divisioni al vetriolo tra figure, soggetti e Leader – alcuni in particolare, ultimi e piccoli epigoni di “partiti personali” formatisi nella stagione del post ‘900, susseguita alla fine del ciclo dei “partiti di massa” – che hanno da subito non solo faticato a trovare il bandolo della matassa per stare all’altezza della furbizia del “trio” di centrodestra, sino ad aprire le danze mettendo paletti, interdizioni, giochi divisivi tra le diverse “parti”, anziché stare al passo (comunicativo, politico e narrativo) a partire da quella legge elettorale penosa e schifosa (il già citato “Rosatellum”) che per sua natura (una innaturale e contorta natura, se c’è concesso!) avrebbe imposto innanzitutto il compito di costruire e proporre una “alleanza elettorale” ampia e dal chiaro sapore “tecnico” pur tra partiti e movimenti segnati anche da incomprensioni ma pur afferenti tutto sommato ad un “campo progressista”, prima ancora che un accordo politico-strategico predefinito pronto per governare, dal momento che il voto del 25 settembre è segnato da quell’altra sciocchezza di due anni fa – già avvenuta ed avventata riduzione del numero dei parlamentari –, che potrebbe rischiare di offrire ad un centrodestra che si mostra quasi vincente carte significative per riformare la Costituzione nella sua “forma istituzionale” in uno scenario di governo in cui è immaginabile la regressione dei diritti civili e sociali, e di definitiva chiusura rispetto all’ampliamento del riconoscimento della cittadinanza ai figli di immigrati (lo ius scholae) cui mirano Meloni e Salvini, seguaci in Europa del reazionario ungherese Orban.

Con intelligenza e lungimiranza – l’altra sera, nella trasmissione “In Onda”, con Luca Telese e Marianna Aprile –, Pierluigi Bersani, con due semplici domande, ha provato a sintetizzare il punto di partenza con cui tutte le forze del centrosinistra avrebbero dovuto interrogarsi nei giorni immediatamente successivi alla fine del Governo Draghi, per intavolare una riflessione che, partendo dai marchingegni patetici del Rosatellum, servisse a sciogliere ogni interdizione, appianare contrasti – ideologici ed anche recenti. Queste le domande: «A chi siamo alternativi?»; «A chi “dobbiamo” essere e saper essere alternativi?». Certo, su Enrico Letta, con la crisi repentina e improvvida del Governo Draghi – governo che avrebbe chiuso la sua stagione nella primavera 2023: auspicando che lungo questo tempo si sarebbe andati al voto in un clima di minor parossismo e di possibile maggiore appeal del centrosinistra (ma l’immagine del nostro “malcapitato” nella sua caduta dal burrone, pur attutita da fogliame e rami, è lì a ricordarci comunque delle sue ferite!) –, essendo il segretario del partito maggiore del “campo progressista” si trasferiva il compito arduo e improbo, non certo di mettere in discussione quanto fatto sotto la guida Draghi e i provvedimenti sostenuti con lealtà nel suo Governo, bensì di dare al paese da subito l’immagine che lo scenario politico-istituzionale da quel momento era totalmente mutato, non apparire più realista del Re, visto che si era già entrati – tutti! – in una competizione elettorale da “situazione-limite”, provando a lanciare un percorso costituente politico-elettorale tutto innervato dalle ambiguità e trappole del Rosatellum, mentre il “Trio” Meloni- Salvini-Berlusconi si muoveva in scioltezza all’interno di tale legge elettorale.

Purtroppo, con limiti e irrigidimenti di tutti e di ciascuno, nel “Campo progressista” si apriva e si dava vita ad un quadro di “confusione occasionalistica”, mentre lo stesso smottamento (impensabile in altri tempi!) che scuotevaForza Italia”, con l’uscita di Brunetta, Gelmini, Carfagna e altri costituiva la spia chiara che una frattura scuoteva quel fronte liberaldemocratico rispetto alla deriva regressiva maturata in Berlusconi, forse per età, stanchezza e ambizione di un ruolo (Presidente del Senato), disposto a cedere alle lusinghe della Meloni. Ad oggi, le notizie veloci e accelerate, pur nella messa in discussione di accordi già sottoscritti, ripensamenti o mancati inviti, rinvii di incontri, accuse di “ammucchiate” o tatticismi sterili che creano confusione o incertezze nell’elettorato del “Campo progressista”, offrono uno scenario di accordi nel centrosinistra che appare ancora frantumato e divisivo, bloccato da veti reciproci e sino alla fine incerto.

E peraltro, una volta caduto il Governo Draghi – pur comprendendo errori e gesti “impolitici” che lo hanno determinato –, dentro questa “alleanza elettorale” del centrosinistra, Bersani avrebbe anche indicato (ha indicato!) il M5S a guida Conte, immaginando, ad elezioni avvenute, che il nuovo Parlamento eletto potesse costruire un quadro di governo e di obiettivi decisivi per il futuro del Paese. Che è quanto farà lo stesso schieramento del “Trio” di centrodestra, dentro il quale affioreranno contraddizioni vistosi, tra Forza Italia, Salvini e la Meloni, in merito a “chi farà il Premier”, atlantismo trumpiano o meno, “sovranismo autarchico” e pretese nordiste di “regionalismo differenziato”; collocazione nel quadro dell’UE, tra Orban e le esigenze di un’Europa che guardi di più alla sua configurazione euromediterranea, ecc.

Nel campo progressista – siamo quasi in dirittura d’arrivo e mancano pochi giorni –, chissà se tutti i leader avranno la capacità e lo sguardo libero ed “impersonale” di Bersani, il quale,  proprio perché consapevole di “ritirarsi” da ogni impegno successivo e dal candidarsi, ha provato ad offrire a tutti i leader una lezione politica, mentre il linguaggio e i toni dei vari leader di partiti e movimenti sono carichi di invettive, di litigiosità, sì da inibirsi le due domande che Bersani ha posto a tutti: «A chi siamo alternativi?»; «A chi “dobbiamo” essere e saper essere alternativi?». Sono queste le sole domande politiche che contano in questa competizione. E solo se gran parte dell’elettorato – e delle fasce estese di potenziale astensionismo –, nel corso della campagna elettorale comprenderà il senso di queste domande, forse, il successo del centrodestra potrà essere mitigato! Qui ci fermiamo! Guai a quei leader – o presunti tali – che lanciano frasi profetiche per poi doversi smentire qualche giorno dopo. Già ne abbiamo visti troppi all’opera.

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